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sabato 18 novembre 2017

Articoli e news Umberto Contarello

Applausi a scena aperta per This must be the place con Sean Penn.

A Cannes il Road'n'roll di Sorrentino

A Cannes il Road'n'roll di Sorrentino Risate in sala, un applauso a scena aperta ed entusiasmo generale a fine proiezione: il road’n roll This must be the place di Paolo Sorrentino, programmato in coda al concorso, piace e convince soprattutto il pubblico internazionale. Già cult l’interpretazione di Sean Penn, applaudito al primo fotogramma e ininterrottamente in scena per 118 minuti, in una prova d’attore che l’umore generale lancia in corsa per il premio alla migliore interpretazione: «Non mi sono ispirato a Ozzy Osbourne», precisa lui in conferenza stampa, anche se la mimesi è evidente persino nella voce. Meno trascinante l’incontro con il cast, musi duri e caratteri difficili, scontroso da copione Paolo Sorrentino, sfuggente come sempre Sean Penn, lo sceneggiatore Umberto Contarello è l’unico a ringraziare per i complimenti ricevuti. Il messaggio lanciato da questa edizione di Cannes è chiaro: un artista, per eccellere, non affatto bisogno di essere simpatico.

La leggenda dice che vi siate conosciuti a Cannes: è vero?
Paolo Sorrentino: Confermo. È vero.

Com’è stato recitare per Sorrentino?
Sean Penn: È un piacere lavorare con uno come lui: gli attori cercano sempre sfide nuove, e Paolo ti offre esattamente questo. Lo ritengo uno dei pochi maestri del nostro tempo, è un uomo ispirato e in grado di pensare film molto originali. Durante la lavorazione è stato come se lui suonasse il piano mentre io giravo le pagine dello spartito.

Da dove arriva l’idea di questa storia?
Sorrentino: Il punto di partenza è stato l’idea della ricerca di un criminale nazista che si nasconde chissà dove. A quello si è poi aggiunto il desiderio di raccontare il romanzo di formazione di un cinquantenne rimasto bambino. In un terzo momento ho pensato che il protagonista potesse essere una rockstar.

Perché un film sulla vendetta?
Penn: La vendetta è un tema che appartiene agli Stati Uniti, basta guardare la reazione scatenata dall’uccisione di Osama. Ma la vendetta nel film è solo una molla, la cosa più importante è il viaggio del mio personaggio, un innocente naive alla ricerca di sé.

È la prima volta che Sorrentino sceneggia a quattro mani?
Sorrentino: Si. Ma conoscevo da anni Umberto Contarello, ho cominciato con lui. Siamo accomunati dallo stesso amore per gli Stati Uniti e per il viaggio.
Umberto Contarello: Dopo che Paolo mi ha raccontato la sua idea, abbiamo cominciato a scriverla come fosse la cosa più naturale del mondo. Parlavamo con la stessa voce, e questa sintonia ci ha permesso di affrontare nel film argomenti diversi ma con un tono unitario.

Come avete costruito il personaggio di Penn?
Penn: Io e Paolo abbiamo parlato a lungo della depressione e di come quella malattia possa incidere anche fisicamente sull’individuo. Paolo aveva le idee molto chiare sul fisico del personaggio.

Il rock è morto?
Penn: So solo che il rock è stato importantissimo in passato. Era l'indice del malessere della società borghese.

Come avete lavorato sulla fotografia degli ambienti americani?
Sorrentino: Io e il direttore della fotografia Luca Bigazzi eravamo eccitatissimi, come bambini in un mondo tutto da esplorare. Negli Stati Uniti girare in esterno sembra più facile, sono il luogo cinematografico per eccellenza. Ma ho sviluppato anche una morbosa curiosità per gli interni, facendo moltissimi sopralluoghi.

Tornerebbe a girare in America?
Sorrentino: Certamente. Questo film è un nuovo inizio, un’esperienza unica e indimenticabile. Ma prima di riprovare in America, vorrei chiudere questo film. Purtroppo so fare solo una cosa alla volta.

Cosa pensate dell’Irlanda, una delle location del film?
Penn: Avevo già lavorato a Dublino e la trovo ancora una città straordinaria nonostante la recessione. Ho passato dei bei momenti con gli irlandesi, che sono la più importante risorsa del paese.

David Byrne alle musiche e in un cameo: è stato difficile convincerlo?
Sorrentino: Visto che era in sceneggiatura fin dall’inizio, eravamo preoccupati che non accettasse. Invece si è convinto. Gli ho chiesto di comporre canzoni come le scriverebbe un ragazzo di 18 anni e lui, che è un artista poliedrico, si è divertito moltissimo a farlo.

C’è qualche punto di contatto tra This must be the place e Il divo?
Sorrentino: L’unica cosa che hanno in comune è la stranezza dei protagonisti. Atipici ma possibili, mai caricature. Nel caso de Il divo il protagonista esisteva realmente, ma anche la rockstar di This must be the place potrebbe esistere, ci sono musicisti che gli somigliano molto. Penso che il cinema sia fatto per raccontare personaggi così.

Quanto deve il vostro film a pellicole come Paris Texas?
Sorrentino: Non saprei, Paris Texas non lo vedo da molti anni. Credo sia una delle tante influenze che restano impigliate in testa anche se distanti nella memoria.

Pensate di vincere la Palma d’oro? Il Divo c’era quasi riuscito...
Sorrentino: Non c’entra niente il numero di volte che si è ammessi al concorso, non è che uno al festival di Cannes fa carriera. Già presentare qui un film è un grandissimo risultato.
Penn: Ci sono in concorso molti film meravigliosi, io che sono stato in giuria so che tutto dipenderà dalla reazione soggettiva dei membri. Ma non è una coincidenza ritrovare Paolo in concorso al festival: ha un tocco magico e io spero di festeggiare con lui una vittoria.

Dal romanzo di Umberto Contarello il nuovo film di Francesca Archibugi.

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Amici di cuore Alberto e Angelo vengono colpiti da un infarto nella stessa notte, nella stessa città. Il primo è un noto sceneggiatore, il secondo un giovane carrozziere: due vite distanti, destinate a non incrociarsi mai, che s'incontrano niente meno che davanti allo spettro della morte. Dove si dice che ognuno sia solo, loro si ritrovano in due. Ne nasce un'amicizia che riscrive ogni cosa e che fa dell'approccio alla vita e alla scrittura "una questione di cuore". Dal romanzo omonimo di Umberto Contarello, Francesca Archibugi ha tratto un film con Antonio Albanese (Alberto) e Kim Rossi Stuart (Angelo) che parla della relatività delle distanze e della necessità, per il cinema italiano, di tornare sulla strada.

   
   
   


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