Whitney

Film 2017 | Documentario +13 90 min.

Titolo originaleWhitney: Can I Be Me
Anno2017
GenereDocumentario
ProduzioneGran Bretagna
Durata90 minuti
Regia diNick Broomfield
AttoriWhitney Houston .
Uscitalunedì 24 aprile 2017
DistribuzioneEagle Pictures
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +13
MYmonetro Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni.

Regia di Nick Broomfield. Un film con Whitney Houston. Titolo originale: Whitney: Can I Be Me. Genere Documentario - Gran Bretagna, 2017, durata 90 minuti. Uscita cinema lunedì 24 aprile 2017 distribuito da Eagle Pictures. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni.

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Dagli esordi al successo, dai problemi con la droga alle relazioni sentimentali tormentate, il film racconta la vita di Whitney Houston.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
CONSIGLIATO SÌ
La discesa agli inferi di Whitney Houston narrata passo passo da discografici, musicisti, assistenti personali, ex guardie del corpo ed ex cognate.
Recensione di Tirza Bonifazi
venerdì 14 aprile 2017
Recensione di Tirza Bonifazi
venerdì 14 aprile 2017

Regista di un cinema documentario d'investigazione con un'anima da cronista di cronaca nera, Nick Broomfield ancora una volta va dritto al punto - chi ha ucciso Whitney Houston? - rivelando la sua incontrollabile morbosità per la morte (di una star). Già travolto dai colpi di arma da fuoco del suicidio di Kurt Cobain (Kurt & Courtney) e gli omicidi di Biggie Smalls e Tupac Shakur (Biggie & Tupac), morti alle quali cercò di dare un movente, il regista britannico rilancia e s'immerge in un altro capitolo oscuro della musica. Ma il caso della cantante di Newark è più complesso e Broomfield decide di affrontarlo con il collega austriaco Rudi Dolezal, autore di videoclip e documentari musicali come Freddie Mercury: The Untold Story.

I due scelgono di analizzare la storia di Whitney da varie angolature: le scelte musicali che le vennero imposte ai primordi della carriera dalla casa discografica e che ebbero un peso nella sua lenta agonia, la costante pressione sotto la quale si trovava l'artista che con il suo impero sfamava la famiglia tutta, la dipendenza dalle droghe che la distrussero pian piano privandola prima della voce e poi della vita.

È proprio all'inizio del documentario che viene rivelato chi l'ha uccisa: "Whitney Houston è morta di crepacuore" denuncia la voce che emerge tra il suono di un elicottero che vola sull'hotel dove Whitney terminò i suoi giorni e la telefonata intercorsa tra la persona che trovò il corpo senza vita della cantante e i soccorsi. Poi il nastro viene riavvolto, si ferma per qualche minuto in una scena di un concerto di tredici anni prima, in cui l'artista pare già sul punto di voler tirare la spugna durante l'esecuzione del brano che le regalò l'eternità, "I Will Always Love You", con la testimonianza dei musicisti che confermano quello che le immagini mostrano. Qualche stralcio di interviste e Broomfield e Dolezal tornano a riavvolgere idealmente la carriera di Whitney fino all'incontro con Clive Davis, il produttore che fu artefice del suo fulminante successo.

Il documentarista affonda le mani nel passato "scomodo" dell'artista, quello che Davis volle cancellare perché per quella ragazzina malleabile dal talento infinito e la voce d'angelo aveva in mente un futuro nel pop, e un pubblico caucasico non avrebbe mai accettato una cantante che veniva dal hood, dal quartiere degradato di Newark, New Jersey. I pezzi troppo black venivano rimandati indietro al mittente, e lei, che all'epoca era poco più di una bambina, con tutte le insicurezze e l'ingenuità della sua giovane età, si lasciò cucire addosso quell'abito da principessa afroamericana che cantava canzoni di bianchi per bianchi. Il primo colpo arrivò quando la popolarità di Whitney esplose e la comunità nera sentì che si era venduta. Fu come uno sparo: a una cerimonia di premiazione dei Soul Train Music Awards fu addirittura fischiata dal pubblico di colore. Per lei fu devastante e non volle più fare un disco á la Clive Davis. "Can I be me?" fu la sua risposta. "Posso essere me?".

In seguito sarebbero arrivate altre delusioni, l'allontanamento dalla migliore e forse unica amica Robyn Crawford per via delle sue preferenze sessuali, la complicata relazione con il marito Bobby Brown e il fallimento del matrimonio, l'austerità della madre, sempre pronta a criticarla e che forse nel successo della figlia vedeva la sua personale disfatta come cantante, il tradimento del padre che poco prima di morire la citò in giudizio per 100 milioni di dollari condannandola al tormento fino all'ultimo dei suoi giorni.

Se per molti, e probabilmente per lo stesso Broomfield, la morte della cantante è stata per molto tempo inesplicabile - come può una donna di successo di 48 anni lasciarsi morire? - Whitney arriva a offrire tutte le risposte. L'obiettivo del regista non si avvicina mai alla stanza d'albergo, non si lascia trascinare dalla brama per il sensazionalismo. Il luogo del tragico epilogo è fotografato dall'alto, da lontano, lasciando nell'immaginario il corpo intatto in una dignità che la morte in una vasca da bagno ti toglie per sempre. Alla fine, come a volerla fissare sullo schermo viva ancora un'ultima volta, Broomfield e Dolezal recuperano da una vecchia intervista televisiva una domanda su come Whitney avrebbe voluto essere ricordata. E lei, apparentemente ancora felice, sana e senza demoni a perseguitarla, ride alla camera e afferma con estrema serenità che probabilmente non ha importanza perché la gente la ricorderà comunque come vorrà ricordarla. Ognuno con la sua propria idea.

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Un omaggio alla vita della cantante Whitney Houston.
Overview di Tirza Bonifazi
martedì 4 aprile 2017

Nick Broomfield è conosciuto per essere un regista un po' scomodo, senza peli sulla lingua, che a fine anni '90 fece infuriare la vedova Cobain per aver investigato intorno alle confuse circostanze della morte di Kurt, l'indimenticato leader dei Nirvana, e alla complicata relazione con Courtney. Il documentario che ne derivò (Kurt & Courtney) avrebbe dovuto essere presentato al Sundance Film Festival ma le proteste di Courtney Love furono così accese che gli organizzatori decisero di toglierlo dalla programmazione.

Quattro anni più tardi Broomfield tornava all'attacco con il documentario Biggie & Tupac in cui investigava sugli omicidi dei due rapper del titolo che furono uccisi rispettivamente nel 1997 e 1996. Come già aveva fatto in Kurt & Courtney, in cui esplorava la teoria del complotto secondo la quale Courtney avrebbe potuto essere coinvolta nella morte del marito, ancora una volta in Biggie & Tupac si puntava il dito su un presunto colpevole, in questo caso Marion "Suge" Knight, cofondatore dell'etichetta discografica Death Row Records.

Dopo aver raccontato nel 2011 l'ascesa in politica di Sarah Palin, Nick Broomfield torna a interessarsi alla cronaca nera della musica con questo film non autorizzato in cui mette sotto la luce dei riflettori la tormentata vita di Whitney Houston - fra scene quotidiane, interviste a colleghi e amici, alcuni dei momenti più belli immortalati dal vivo durante i suoi concerti - fino al tragico epilogo.

In Whitney l'attenzione (morbosa) del regista è volta alle "forze che hanno reso grande e poi distrutto la cantante", come suggerisce la stessa BBC che produce il documentario. Ma a differenza di Kurt Cobain, poeta maledetto della scena rock degli anni '90, quando la stella di Whitney Houston nacque, non c'era nulla di nefasto a oscurarla. Al contrario, il successo fulminante della cantante pop era quanto di più limpido potesse esserci in un'epoca fatta di brillantini, pizzi e trucchi multicolori esagerati. La sua voce, con quella freschezza e la capacità di raggiungere le note più alte senza problemi (e senza tanti fronzoli), era quanto di più pura ci fosse allora in circolazione. Persino la sua presenza scenica denotava una sobrietà, un'innocenza che sembrava appartenere a un tempo perduto e non agli ambigui anni '80.

"Credo che le persone potessero realmente percepire che Whitney era un essere umano incredibilmente altruista che poche volte poté fare quello che voleva fare", ha spiegato Broomfield. "Cercava sempre di rendere tutti felici. Ha aperto la strada ad altri artisti, ma ha dovuto rinunciare a moltissimo lungo il percorso. Penso che questo sia il motivo per il quale è diventata un'icona e per il quale ho potuto fare questo film. Perché non sono in debito con Clive Davis o gli eredi di Houston" ha sottolineato il regista che per realizzare Whitney non ha avuto il benestare né del produttore né dei successori legali della cantante.

Per avere un quadro completo della stella di Newark, Broomfield ha intervistato alcune delle persone che si muovevano intorno all'artista, dai coristi alle guardie del corpo, dagli ex dirigenti della Arista Records ai ballerini. "Parlare con tutte queste persone mi ha mostrato il lato più vulnerabile di Whitney che la gente amava", ha rivelato Broomfield che invece non ha cercato di contattare l'ex marito Bobby Brown.

"Bobby e Whitney si muovevano in una specie di danza. Erano completamente distruttivi perché erano in una strana competizione. E non ho mai sentito Brown anche solo vagamente parlare eloquentemente di questo aspetto della loro relazione, per cui non mi interessava intervistarlo. Non saprei cosa avrebbe potuto aggiungere al mio film. Sarebbero stati altri, in caso, i familiari di Whitney che avrei voluto intervistare se avessi potuto".

Quanto al titolo originale, Whitney: Can I Be Me, fa riferimento a un'espressione che la cantante usava spesso, come hanno raccontato i componenti della band. "Posso essere me?", una domanda finita per essere un gioco interno del gruppo di Whitney - tanto che fu campionata e veniva suonata ripetutamente a inizio prove, prima dei concerti - ma che con il senno di poi sembra riflettere quella necessità che aveva Whitney di mostrarsi al pubblico così com'era. Senza tanti fronzoli.

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FOCUS
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lunedì 3 aprile 2017
Tirza Bonifazi

Era il 1985 quando l'immagine di Whitney Houston apparve sulla copertina dell'omonimo debutto in lungo. Elegante sul fronte, sul retro dell'Lp l'ex modella si offriva alla camera in una posa statuaria: il costume intero bianco, le gambe lunghissime, le mani sui fianchi, lo sguardo rivolto verso il cielo, il mare tutt'intorno a incorniciare un corpo (s)lanciato verso il successo.

Dopo aver raccontato l'ascesa in politica di Sarah Palin, il regista Nick Broomfield, famoso per controversi documentari come Kurt & Courtney e Biggie & Tupac, punta l'obiettivo su Whitney con un film non autorizzato che documenta la tormentata vita della cantante statunitense, fra scene prese dall'ordinarietà quotidiana, interviste a colleghi e amici, e alcuni dei momenti più belli immortalati dal vivo durante i suoi concerti.

Con una cantante gospel - Cissy Houston - come madre e Dionne Warwick come zia, Whitney nasce sotto il segno della musica, ma aspetta di raggiungere la maggiore età per debuttare ufficialmente sulle scene. "Mia madre e mio padre si sono assicurati che avessi un'infanzia e un'adolescenza. Avrei potuto avere il mio primo contratto discografico a 14 anni, ma dietro loro consiglio ho scelto di continuare gli studi. Quando finalmente mi sono sentita pronta mi hanno appoggiata" racconta in un'intervista registrata poco dopo l'uscita del suo disco d'esordio l'allora ventunenne Whitney.

"Quando le dissi che volevo diventare una cantante, però, mia madre mi mise in guardia" ricorda la giovane artista. "Mi disse: 'So che conosci tutte le cose meravigliose di questo mestiere, tutto il fascino e lo scintillio, ma adesso ti dirò tutto il sudiciume e tutte le cose negative e ti mostrerò tutte le persone che faranno finta di essere gentili quando ti si avvicineranno e dalle quali sarà meglio che ti tieni alla larga...'".

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