Les Ogres

Consigliato sì!
3,20/5
MYMONETRO®
Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
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Una banda crea spettacoli itineranti tra spensieratezza e sogno. Ma presto si trova a dover affrontare il rapporto con la realtà.
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primo piano
Mescolando autobiografia e finzione, l'opera seconda di Léa Fehner racconta il teatro per celebrare, in realtà, le possibilità del cinema.
Marianna Cappi     * * * 1/2 -

La compagnia di teatro Davaï è in tournée perenne: è una vita di gruppo, nomade, itinerante. Nel sud della Francia, i quindici attori della compagnia presentano una rivisitazione corale e scatenata dell'"Orso" di Cechov. È uno spettacolo che fanno da anni, ma ogni volta accade qualcosa di nuovo, che riscrive i delicati equilibri di una famiglia che vive sulle montagne russe dell'emozione, fuori e dentro il tendone. C'è Lola, che torna per una sostituzione, e manda in crisi Francois; c'è Mona che aspetta un bambino da un uomo che ha perso un figlio da pochi anni; ci sono tavole da sparecchiare, mucche da spostare, ragioni da recuperare, tutto prima che si apra il sipario e che venga il tempo, quotidiano, di andare in scena.
All'opposto dell'idea storicamente connotata negativamente del teatro filmato, che ha in ogni caso perso da quasi un secolo il senso originario, il teatro in Les Ogres arricchisce sostanzialmente il lavoro cinematografico, ne ravviva le potenzialità, ne rivaluta persino lo specifico, esaltando quella capacità di parlare in prima persona, con un primo piano, e un attimo dopo in terza, con un campo lungo, e di rompere l'unità temporale, di recuperare il ritmo dell'esistenza nelle ellissi e nelle ripetizioni. Il teatro è ogni volta diverso, mai uguale a se stesso, mentre il film non ha bisogno di esserlo, la sua natura contiene già la varietà, eppure uno dei motivi di bellezza del film della Fehner è l'apertura che si respira al suo interno, tra le righe di una sceneggiatura che indubbiamente esiste, è ferrea e calibrata, ma è anche potenzialmente differenziabile, in quanto concepita attorno ad un "morceau de vie", di un'avventura finto-vera, che da qualche parte è ancora in corso.
Come una commediante, la regista, trentaseienne di Tolosa, impersona ruoli diversi: è il direttore della compagnia, responsabile di un mondo -quello del set- con le sue regole e le sue gerarchie; ma è anche la figlia del regista, quella che, come sua sorella Inès, ha bisogno di trovare la propria autonomia, rompendo il legame di dipendenza dall'approvazione dei genitori; è dentro la vita della compagnia e fuori, ne vede il fascino ma anche l'aspetto decadente e grottesco, la passione ma anche la fuga dal reale, l'esaltazione che va sempre nutrita, artificialmente, crudelmente.
Mescolando autobiografia (i genitori, Francois Fehner e Marion Bouvarel, sono veri teatranti) e costruzione, attori di teatro e di cinema, sconosciuti e famosi, Léa Fehner, alla sua opera seconda, riesce nella sfida di raccontare il caos col giusto ordine, di dire il peso delle cose senza farlo avvertire, di sostituire alla rappresentazione una presentazione - nel senso di resa al presente- di una scelta di vita che è spettacolo, e dunque ha un prezzo.

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Non c'è differenza tra vita quotidiana e arte circense

di Paolo D'Agostini La Repubblica

L'antica faccenda di vita e arte che si confondono è al centro dei legami trai membri della compagnia teatrale itinerante, al tempo stesso famiglia nomade, impegnata nel replicare una rielaborazione cechoviana un po' zingara e un po' circense mentre divampano passioni e delusioni, recriminazioni e vendette. Per via di un incidente in scena arriva la sostituta dell'incidentata, malvista dalla moglie del capo perché è una sua ex amante; la figlia del capo e della moglie indignata, amministratrice scombinata, è stufa delle disattenzioni dei genitori e se la batte; la giovane promessa del gruppo è incinta del molto più adulto collega la cui vita è stata sconvolta dalla perdita di un figlio adolescente. »

Il teatro è la nostra vita peccato non ci sia mai un attimo di intervallo

di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Con tanto parlare di "giusta distanza", ecco un film che infischiandosene di buone maniere e correttezza dello sguardo abolisce ogni distanza di sicurezza fra lavoro e sentimenti, personaggi e attori, autore (autrice) e mondo rappresentato. Anche perché i protagonisti sono membri di una vasta troupe itinerante e lo spettacolo è il loro mestiere, anzi la loro vita. Di più: il capobanda e sua moglie sono i genitori della regista e fanno proprio quel lavoro; la loro figlia Inès, madre a sua volta, che ha qualche conto in sospeso con quelle figure ingombranti, è la sorella della regista Léa. »

La pista del circo metafora di vita

di Silvio Danese Quotidiano Nazionale

Con la cinepresa immersa nel caos insolente, allegro, disturbante e insieme rivelatore della compagnia di teatro viaggiante Fehner, la figlia dei fondatori (al secondo lungometraggio) fa il diario di una messinscena (da Cechov) e di una tournée come diagnosi a cuore aperto di una cultura zingara, tra regole di convivenza, tradimenti, promiscuità, competizioni artistiche, fughe dal dolore, alcol e risse. A rischio, a volte, di esibire l'anarchia dell'artista come valore fondante, con ritmo e sane scelte di montaggio riesce invece a scuotere lo sguardo composto e perbene della norma, non solo al cinema. »

Sotto il tendone il teatro cabaret di Léa Fehner

di Silvana Silvestri Il Manifesto

Chi sono Les Ogres nel film cli Léa Fehner? sono gli orchi, non quelli delle favole, ma i componenti di una compagnia di teatro itinerante che arrivati sui nostri schermi cattureranno gli spettatori con il loro ritmo incessante, drammatico e solare allo stesso tempo. Montano il tendone nei paesi dove il teatro non arriva e propongono uno spettacolo basato su Cechov (la pièce «L'orso» con i duelli tra la vedova Popova e il generale Smirnov) abbinato a una sorta di cabaret con canzoni che coinvolge il pubblico. »

Les Ogres | Indice

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giovedì 26 gennaio 2017
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