I Am Not Madame Bovary

Un film di Feng Xiaogang. Con Dong Chengpeng, Fan Bingbing, Wei Fan, Tao Guo, Zonghan Li Titolo originale Wo bu shi Pan Jin Lian. Commedia, durata 128 min. - Cina 2016. MYMONETRO I Am Not Madame Bovary * * * * - valutazione media: 4,00 su 1 recensione.
Consigliato assolutamente sì!
4,00/5
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Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (Usa)
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Una donna è costretta a intraprendere la via legale per tentate di vincere una causa contro l'ex marito.
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primo piano
La storia di una contadina coraggiosa in un racconto audace sul piano stilistico e su quello contenutistico
Emanuele Sacchi     * * * * -

Li Xuelian chiede di poter divorziare nuovamente dal marito, dopo aver ammesso che il precedente divorzio era una messinscena ordita dai due. Nessuno le dà ascolto e l'ex marito la bolla pubblicamente come una "Pan Jinlian", donna traditrice secondo la tradizione cinese. Li non ci sta e pur di riabilitare la propria figura ingaggia uno scontro infinito con la giustizia provinciale prima e nazionale poi, causando sconquassi tra i politici di Pechino.
Accompagnato da premi ad ogni festival a cui ha partecipato e da problemi inevitabili con la censura della Cina Popolare, I Am Not Madame Bovary è la più audace scommessa della controversa carriera di Feng Xiaogang.
Considerato dapprima un regista di commedie, poi di blockbuster retorici, e infine un autore, Feng arriva, quasi inaspettatamente, a un'opera capace di sperimentare su più livelli. Se il tema della corruzione e dell'incapacità della burocrazia cinese è tutt'altro che nuovo, è la tecnica adottata per raccontare questa parabola di ingiustizia a rendere unico I Am Not Madame Bovary.
Feng si serve per gran parte del film di un formato insolito, racchiudendo l'inquadratura in un iris: i pochi casi in cui il tondo viene abbandonato in favore di un formato rettangolare, coincidono con il passaggio dalla campagna a Pechino. Qui è il realismo longitudinale con le sue miserie a prevalere, dove la circolarità dell'iris rende ogni immagine un tableau vivant, agevolando la natura dell'opera di apologo morale e atemporale. Il gioco si fa esplicito già a partire dall'incipit pittorico: il tondo e la pergamena sono infatti i formati tradizionali di molta pittura cinese.

La volontà di una raffigurazione presente da secoli nella tradizione cinese sembra quasi voler astrarre la critica di Feng rispetto alle storture del partito unico e della società plasmata intorno ad esso, riconducendone le cause a problemi atavici della cultura cinese, mai liberatasi da un rigido confucianesimo.
Feng ripensa così ogni inquadratura, costringe gli attori e la simmetria delle scene in uno spazio angusto, lavorando su una esasperata profondità di campo. La componente narrativa diviene intanto un loop, con Li che continua a intentare cause, dall'andamento parallelo a quello stilistico: un incubo giudiziario e morale che acquisirà un senso solo nell'epilogo, di formato infine "wide", in cui le ragioni vere della denuncia possono infine essere svelate. Per la quasi totalità del film la trama diviene quasi un sottofondo, dove sono la messinscena e il susseguirsi delle tessere di un ipotetico paesaggio infinito a catturare l'attenzione e allontanare la sensazione del trascorrere del tempo.
Il fuorviante titolo internazionale cerca goffamente nel personaggio di Flaubert un equivalente occidentale di Pan Jinlian, protagonista di un romanzo cinese del XVII secolo e divenuta per antonomasia figura di donna adulterina.
Fan Bingbing, divenuta star dopo aver iniziato proprio con Feng Xiaogang in Cell Phone, si spoglia di ogni traccia di glamour, sulla scia della Gong Li di La storia di Qiu Ju, e rinuncia a ogni primo piano, per vestire i panni di una donna sola e perseverante, che rifiuta in ogni modo di cedere a stereotipi comodi e maschilisti (tutti i politici che affronta sul suo cammino sono invariabilmente di sesso maschile). Una prova maiuscola per la diva cinese, che vale assai più dei pochi e umilianti minuti strappati alle mega-produzioni Marvel.

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