La malattia del desiderio

Un film di Claudia Brignone. Con Vincenzo Arena, Francesco Auriemma, Vincenzo Barretta, Salvatore Cacace, Luigi D'Onofrio.
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Documentario, durata 57 min. - Italia 2014. MYMONETRO La malattia del desiderio * * * 1/2 - valutazione media: 3,50 su 1 recensione.
Consigliato sì!
3,50/5
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Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
 dizionari * * * 1/2 -
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Il documentario è ambientato a Napoli, nel quartiere Fuorigrotta, tra lo stadio San Paolo e la storica sede della Rai.
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Le drammatiche vicende di un centro di recupero napoletano, filmate da una giovanissima regista di sicuro avvenire
Emanuele Sacchi     * * * 1/2 -

Sotto lo stadio San Paolo di Napoli, dove ancora si sognano le gesta di Diego Armando Maradona, in una ex sala stampa, dimenticato dai più, c'è un luogo la cui sigla è divenuta una parola sola, dal suono secco e senza appelli. Il "sert", o meglio Ser.T,, Servizio per le Tossicodipendenze, dove uomini e donne sotto il giogo di una schiavitù, sia essa quella della droga, dell'alcol o del gioco, cercano conforto, aiuto, ascolto.
Claudia Brignone, giovanissima regista partenopea, sceglie di dedicare tre anni della propria vita a documentare ciò che avviene dietro queste mura, indagando con discrezione e affetto nel privato di vite estreme, talvolta irrecuperabili. Tre anni che diventano 57 minuti essenziali e potenti, un esempio di maturità sorprendente e sconosciuta a colleghi ben più navigati e rinomati. Brignone sceglie l'approccio caro a Frederick Wiseman, ponendosi apparentemente al di fuori della narrazione per immagini, nella penombra di un abisso di disperazione. Salvo concedersi una deroga, che pare quasi inevitabile di fronte alla struggente testimonianza di una paziente: la regista scavalca così un confine impalpabile e dialoga con il personaggio, ma lo strappo improvviso nello stile è avvertito come necessario e naturale, nell'escalation di empatia tra regista e protagonisti del documentario.
Il destino dei personaggi è infine svelato nei titoli di coda e con esso anche la ragione del final cut di un'opera che avrebbe potuto protrarsi all'infinito senza mai stancare. Una prova di padronanza del mezzo e di proprietà di linguaggio, di consapevolezza del proprio ruolo, assai più che sorprendente, considerata l'età di un talento di sicuro avvenire.

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