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Bruno Dumont

Bruno Dumont è un regista, scrittore, sceneggiatore, è nato il 14 marzo 1958 a Bailleul (Francia). Bruno Dumont ha oggi 64 anni ed è del segno zodiacale Pesci.

Fughe europee

A cura di Fabio Secchi Frau

Regista e sceneggiatore francese, i cui film presentano scene di brutale violenza visiva e non lasciano nulla all'immaginazione quando si tratta di riprodurre provocanti scene a sfondo sessuale. È il regista europeo delle fughe mentali e fisiche, di quel tirarsi fuori da un mondo e rifarsi in un altro in maniera diversa.
Non etichettando i suoi film come semplici film, ma come arte, è concettualmente impegnato a trasformare ciò che racconta in un'opera artistica, più che alla trasposizione di un mero soggetto, che comunque non parte quasi mai da uno script, ma da un vero e proprio romanzo che diventa la base d'ispirazione emotiva per imbastire il suo lavoro con la cinepresa. Prendendo come punti di riferimento Kubrick, Ingmar Bergman, Pasolini, Rossellini e Abbas Kiarostami e considerando il suo eroe artistico Robert Bresson, è stato collocato all'interno del rintracciabile gruppo di registi francesi definiti da James Quandt la "New French Extremity" (Diane Bertrand, Claire Denis, Marina de Van, Gaspar Noé e François Ozon), caratterizzati da una parte narrativo-filosofica molto forte, traiettorie anomale della cinepresa e il carattere variegato dei loro personaggi.
Sospeso fra il dramma realistico e l'avanguardia, vincitore di numerosi premi a Cannes, è ricordato per titoli come L'umanità (1999), Flandres (2006) e Hadewijch (2009) all'interno dei quali descrive vite piccole in spazi sociali e situazionali angusti e opprimenti, facendo sembrare i suoi protagonisti ancora più vuoti di anima e senso.
Nelle sue prime opere, volti comuni e non professionisti avevano bisogno di loro stessi e di fuggire dal mondo in cui appartenevano, per entrare in uno non conosciuto, inconsueto. Con l'andare del tempo, questo bisogno di spazio di salvezza, di ascolto, di ricerca, è andato scemando, rimpiazzato da una raffigurazione di vita come obiettivo e non come problema. Analizzando i pochi pensieri espressi come fossero battiti del suo cuore, questo autore francese va incontro a chi, coraggiosamente, cerca di uscire fuori dalla pazza folla, di scontrarsi con una natura composta da suoni e leggi. La civiltà contemporanea gli interessa solo nella sua essenzialità. Un'essenzialità composta da quelli che, secondo lui, sono i nuovi "non luoghi" di modernità e che però hanno dentro la forza del mondo così come è sempre stato, come se gli uomini che l'avessero comunque creato, non lo avessero mai cambiato o semplicemente non fossero mai esistiti.

Insegnante di filosofia
Bruno Dumont nasce il 14 marzo 1958 a Bailleul, nella regione del Nord-Passo di Calais. Figlio di un dottore, fin dall'adolescenza si appassiona alla filosofia, tanto da studiarla all'università, diventando così un insegnante di questa disciplina dai venti ai trent'anni.

L'età inquieta
Avvicinatosi alla settima arte alla fine degli Anni Novanta, realizza il suo primo lungometraggio nel 1997, dirigendo David Douche in L'età inquieta, candidato al César come miglior opera prima, una Menzione Speciale a Cannes e vincitore di un European Film Award nella categoria Discovery of the Year. L'età inquieta è un film che attira da subito l'interesse della critica. Dialoghi striminziti, inquadrature affilate, macchina da presa fissa sono le principali caratteristiche di questa pellicola che ingloba temi universalmente filosofici, attraverso lo sguardo esistenziale e complicato di un disoccupato e di quel microcosmo che gli gira intorno. Un uomo che vive la strada come il suo Luogo e che, in base a essa, riorganizza il mondo intorno alle sue inopinate e impensabili priorità.

L'umanità
Paragonato a Pialat e a colui che Dumont definisce come "il suo eroe" Robert Bresson, continua su questa strada e, nel 1999, realizza la sua seconda opera cinematografica: L'umanità. Anche questa volta, Cannes plaude al suo lavoro, conferendogli il Premio della Giuria. Meno entusiasta è la critica italiana che non gradisce il troppo intellettualismo in una storia d'amore-ossessione come quella fra un poliziotto e la sua vicina di casa. L'amore come malattia sociale e diapason di sensibilità e mezzo di fuga da stanchezze ed estraneità, a quanto pare, non è pane per i denti dell'Italia.

29 Palms
Molti più anni passeranno per il suo terzo film 29 Palms, storia di una coppia che attraversa un deserto californiano amandosi e odiandosi, un po' come succedeva alla coppia antonionesca di Zabriskie Point. Anche in questo caso, la critica italiana non apprezza i suoi lavori, stavolta biasimando la mancanza di intreccio e psicologie e, per contro, una inaudita violenza costituita da scene di stupro, nudismo e sesso esplicito. Eppure, il film rimane la più meravigliosa e cruda fra le sue fughe audiovisive, nonché uno dei suoi titoli più emozionati.

Flandres
Nel 2006, Dumont torna alla carica con Flandres, che gli vale il secondo Premio della Giuria a Cannes. Stavolta, la critica italiana è unanime nel decretare il successo di un film bellico talmente realista da diventare fastidioso nella sua rappresentazione di immensa e irrazionale violenza, dove si impone la logica della sopravvivenza bestiale. Radicale, privo di censure, recitato da attori non professionisti, spietato, carico di solitudini e di dolore, Flandres diventa il punto più alto della cinematografia di Dumont che raccoglie tutto ciò che c'è di vuoto e ambiguo in un qualsiasi conflitto e lo vomita addosso ai paesaggi e ai personaggi. Silenzi, poche parole, il confronto con l'omicidio duro e forte, il senso di vuoto di chi è rimasto indietro e, soprattutto, la devastante dolcezza di una redenzione perduta.

I film "atei"
Una profonda critica alla religione arriva con Hadewijch (2009), storia di una suora che viene espulsa dal suo convento per la troppa manifestazione di fede, e per certi aspetti anche da Hors Satan (2011), che invece racconta di una coppia di ragazzi costretti a stare dentro un bosco in cui si narra soggiorni il diavolo. Arriva la seconda parte della sua filmografia. Quella in cui trascina lo spettatore di fronte al libero arbitrio e al suo ateismo, mostrandogli il meraviglioso inganno della fede e l'impossibilità o la possibilità di costruire un nuovo equilibrio.
Dirigerà poi Juliette Binoche in Camille Claudel 1915, storia di un'allieva di Rodin internata in un manicomio dalla famiglia. A seguire, nel 2014 P'tit Quinquin (2014), incentrato su bizzarri crimini commessi in una piccola città della Francia, e Ma Loute (2016), con protagonista ancora una volta la Binoche. Dopo Joan of Arc (2019), dirige Léa Seydoux in France (2021).

Il documentario Le fracas des pattes de l'araignée
Dumont è il protagonista del documentario Le fracas des pattes de l'araignée (2012) diretto da Aurélien Vernhes-Lermusiaux. Vernhes-Lermusiaux ha infatti ripreso la realizzazione del missaggio del film Hors Satan e, in particolare, i dialoghi fra l'ingegnere del suono Emmanuel Croset e il regista riguardanti l'arte.

Ultimi film

Drammatico, (Francia - 2019), 137 min.
Commedia, (Germania, Francia - 2016), 122 min.
SERIE - Drammatico, ( - 2014)
Drammatico, (Francia - 2005), 91 min.
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