| Titolo originale | The Boroughs |
| Anno | 2026 |
| Genere | Avventura, Drammatico, Fantasy |
| Produzione | USA |
| Regia di | Augustine Frizzell, Kyle Patrick Alvarez, Ben Taylor |
| Attori | Jena Malone, Bill Pullman, Geena Davis, Alfre Woodard, Alfred Molina Denis O'Hare, Clarke Peters, Alice Kremelberg, Seth Numrich, Carlos Miranda, Alex Knight (II), Nancy Daly, Emilia Faucher, Hayes Hargrove, Ed Begley Jr., Dee Wallace, Jane Kaczmarek, Eric Edelstein, Rafael Casal, Mousa Hussein Kraish. |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento martedì 26 maggio 2026
In un mix di fantascienza, horror e dramma, una serie che ci porta in una comunità di anziani pensionati dove si aggira qualcosa di mostruoso capace di rubare la vita e il tempo degli ospiti.
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CONSIGLIATO SÌ
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Sam Cooper arriva a The Boroughs controvoglia: la moglie è morta, la figlia lo ha sistemato in questa comunità per anziani nel deserto del New Mexico, e lui non ha voce in capitolo. La struttura della cittadina è perfetta, fatta di quartieri, campi da golf, un centro medico: quasi un mondo autosufficiente. Quando il vicino di casa viene ucciso da qualcosa che nessun altro vuole credere esista, Sam si trova a dover fare squadra con un manipolo di residenti - Judy, ex giornalista dal fiuto investigativo; Wally, ex medico con un cancro terminale; e Renee, ex produttrice musicale con l'anima ancora di una ventenne - per scoprire cosa si nasconde dietro la facciata idilliaca di The Boroughs.
La serie nasce da una scelta di casting che è già, in sé, una dichiarazione poetica. Affidare il centro narrativo di The Buroughs ad Alfred Molina, Alfre Woodard, Denis O'Hare, Geena Davis, Clarke Peters e Bill Pullman potrebbe apparire - come accade in molti contesti produttivi - come una garanzia: abbiamo un cast talmente talentuoso che niente può andare storto!
La storia del cinema ha in realtà spesso contraddetto questo assunto. D'altronde, non è questo il caso dato che, appunto, la scelta qui ha tutt'altra connotazione. Essa impone all'industria dello streaming, e alla sua audience, di guardare in faccia qualcosa che di solito si preferisce non vedere: l'invecchiamento come condizione drammaticamente ricca.
È intorno ai personaggi comprimari che si organizza la vera ambizione della serie: usare il fantastico come uno specchio di una realtà che di solito si nasconde alle spalle della superficie riflettente. Per far questo, il deserto del New Mexico costruisce la location ideale in cui installare le strade troppo ordinate di The Boroughs di giorno e la loro inquietante, silenziosa vastità di notte. La fotografia lavora esattamente su questo contrasto: dal calore diurno, quasi abbagliante, al buio notturno che non sembra protettivo ma espulsivo. Il setting diventa così un'estensione della condizione dei personaggi, gente collocata ai margini geografici e sociali, in un luogo che promette paradiso e somiglia invece al confino.
Come sappiamo, i Duffer Brothers figurano tra i produttori esecutivi, e questo ha inevitabilmente orientato parte dei commenti, ancor prima dell'uscita della serie, verso paragoni con Stranger Things. È però una lettura molto superficiale: Addiss e Matthews lavorano su un registro ben diverso. C'è sì, in The Boroughs, quell'immaginario spielberghiano dell'avventura e della scoperta, ma esso subisce una trasformazione precisa nel passaggio alla terza età. Stranger Things lo usa per restituire all'infanzia la sua dimensione epica, affondando a piene mani nel terreno degli anni '80: il ragazzo che affronta il mostro diventa, attraverso quell'esperienza, adulto.
The Boroughs compie un'operazione speculare e per certi versi più audace: non infantilizza l'anziano, non lo riduce a una versione senile e ammaccata dell'eroe adolescente, ma lo restituisce alla stessa iconografia dell'avventura riconoscendogli piena dignità drammatica. L'anziano che si muove in quell'immaginario non regredisce, ma ritrova, attraverso di esso, una forma di vitalità che il contesto sociale gli sottrae. È lo stesso schema, percorso in direzione inversa: lì si rende il ragazzo un adulto, qui si rende l'anziano un ragazzo che è anche, e soprattutto, adulto, con, come risultato, il riconoscimento dello status di eroe.
Oltre a Spielberg, i riferimenti sono a Joe Dante, a Tommy Lee Wallace o a Robert Zemeckis: in film come Gremlins, la miniserie It (espressamente citata), La morte ti fa bella, il mostruoso abita la normalità, il perturbante emerge non da un altrove fantascientifico ma dai meccanismi stessi della quotidianità. È una serie kinghiana, in questo senso, in cui il mostro diventa prima di ogni altra cosa metaforico: The Buroughs lavora su una paura più complessa del solo invecchiamento, quella dell'irrilevanza, del non essere creduti, dell'essere sistemati in un angolo dove le proprie parole non pesano più.
L'idea è molto originale e la serie si segue piacevolmente; si ritrovano nel cast attori e attrici che vogliamo davvero ritrovare (ci sono anche Jane Kaczmarek, Dee Wallace, Ed Begley Jr., Mary McDonnell!) e il cui invecchiamento è rispettato, nelle sue varie connotazioni. Ciononostante, il ritmo conosce momenti di stanca: un paio di episodi centrali si distendono oltre il necessario e alcune svolte narrative arrivano con una prevedibilità che smonta un po' la tensione costruita. Difetti di esecuzione, non di concezione, che non infastidiscono più di tanto, in realtà: l'idea è troppo piacevole e si chiude tranquillamente quest'occhio.
Ciò che rimane, alla fine degli otto episodi, è qualcosa di meno frequente di quanto si creda: una serie di genere che ha trovato nel genere stesso un modo per dire qualcosa di reale. The Boroughs parla del tempo a disposizione, non di quello che corre verso la morte, e lo fa in un genere che corre sempre verso la morte. Un tempo in cui si può ancora abitare, trasformare, riempire, amare, e in cui ci sono ancora mostri da combattere.