Il profeta

Film 2025 | Drammatico

Titolo originaleUn prophète
Titolo internazionaleA Prophet
Anno2025
GenereDrammatico
Regia diEnrico Maria Artale
AttoriSami Bouajila, Hugo Dillon, Ouassini Embarek, Salim Kechiouche, Matthieu Lucci Nailia Harzoune, Foued Nabba, Moussa Maaskri, Franz-Rudolf Lang.
MYmonetro Valutazione: 2,50 Stelle, sulla base di 3 recensioni.

Regia di Enrico Maria Artale. Una serie con Sami Bouajila, Hugo Dillon, Ouassini Embarek, Salim Kechiouche, Matthieu Lucci. Cast completo Titolo originale: Un prophète. Titolo internazionale: A Prophet. Genere Drammatico 2025, Valutazione: 2,5 Stelle, sulla base di 3 recensioni. STAGIONI: 1 - EPISODI: 8

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Ultimo aggiornamento giovedì 11 settembre 2025

L'adattamento in serie dell'acclamato film del 2009 di Jacques Audiard.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 2,75
CRITICA
PUBBLICO
CONSIGLIATO SÌ
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Cinema
Trailer
La serie remake del capolavoro di Jacques Audiard cerca un taglio documentaristico. Ma manca la verve stilistica.
Recensione di Andrea Fornasiero
mercoledì 3 settembre 2025
Recensione di Andrea Fornasiero
mercoledì 3 settembre 2025

Malik è un giovane comoriano, dalla pelle molto nera, che arriva a Marsiglia come mulo della droga, ma il palazzo dove deve "consegnare" la merce crolla rovinosamente. Il ragazzo è l'unico sopravvissuto e l'arrivo dei soccorsi porta con sé anche la polizia, che lo conduce al carcere delle Baumettes. Qui Malik ottiene la protezione di Rony, un detenuto tranquillo ma temuto da tutti. Quando l'impresario edile e corrotto, Massoud Djebarri, entra in carcere si trova presto ad aver bisogno di Rony per eliminare un detenuto che lo ricatta e anche Malik finisce coinvolto nell'omicidio. Ma l'uomo che è stato ucciso non è un musulmano qualunque: era a lui molto legato Brahim Lattrache, un trafficante di Marsiglia che domina le banlieu proprio grazie alla droga comprata da Massoud.

Il remake seriale del capolavoro di Jacques Audiard dilata oltremodo la vicenda, disperdendo la tensione dell'originale senza mai trovare né la sua verve stilistica né l'efficacia delle sue scene d'azione.

Affidata al regista italiano Enrico Maria Artale e girata anche in Puglia, dove sono stati ricreati gli interni del carcere, la serie da Il profeta si avvale degli sceneggiatori del film, Abdel Raouf Dafri, non nuovo alla serialità francese dove è stato però colpevole del deragliamento di Braquo a partire dalla seconda stagione. Artale, che ha lavorato anche alla scrittura e ha diretto tutti gli episodi, figura come l'autore principale della serie, ma pure il suo non è un nome di garanzia, considerato che era anche tra i registi di Django. Il risultato della loro collaborazione cerca un taglio più documentaristico nella rappresentazione della vita in carcere, ma in realtà non riesce ad aggiungere praticamente nulla a quanto già mostrava il film di Audiard con grande sintesi. Il principale aggiornamento è la sparizione dei gangster corsi, qui sostituiti da un malavitoso arabo. Per rigenerare il contrasto del protagonista, ancora una volta mai abbracciato dall'una o dall'altra fazione, questa volta Malik è nero come l'ebano, quindi anche gli arabi nordafricani non lo considerano dei loro.

La storia inoltre viene spostata a Marsiglia e viene aggiunto il mentore, ex assassino, Rony. Soprattutto vengono alzate le pretese letterarie della storia: se nel film il protagonista era praticamente analfabeta e imparava a leggere solo in carcere, qui impiega invece poco tempo per dedicarsi a varie letture, da Balzac a Camus e ovviamente Dumas con "Il conte di Montecristo". Inoltre impara l'alfabeto dell'esotica lingua usata da Massoud per comunicare segretamente con il fratello. Come il protagonista originale, anche Malik ha visioni di persone morte, ma sono meno eteree e in ultima analisi anche meno salvifiche. L'altro passaggio della storia che viene confermato è il rapporto tra il malavitoso marsigliese Brahim Lattrache e la vittima dell'omicidio a cui Malik partecipa.

Se il film di Audiard raccontava con grande sintesi una vicenda dipanata nel corso di anni di galera, con l'ascesa di un piccolo criminale senza legami a boss criminale, la serie di Artale cerca di riempire i salti temporali dell'originale. Il nuovo materiale però sa di deja vu, la colonna sonora non usa brani esplosivi a ritmare i passaggi di montaggio e si perde così la dimensione stilisticamente libera, a tratti anche pop, in favore di un tono più sobrio ma soprattutto più lugubre.

Anche le scene d'azione sono minori di numero e sono meno tese, calando sulla serie una sorta di opacità. Pure lasciando da parte l'inevitabile confronto con il film, Un prophète: La série, per quanto dignitosa, difetta di energia e di idee forti. L'unica cosa relativamente nuova sono le divisioni all'interno del mondo arabo e musulmano criminale, ma in fondo di mafiosi che non vogliono sporcare la loro identità culturale e altri che invece hanno fatto i soldi e si sono imborghesiti, sono pieni sia il cinema che la Tv. Forse la cosa più originale è il personaggio di Selim, musulmano mezzo italiano che ascolta Franco Califano, ma non basta un comprimario a dare slancio alla serie.

Sei d'accordo con Andrea Fornasiero?
Una serie solida per forma e recitazione. Che dialoga con un classico, aggiornando i temi principali.
Recensione di Gabriele Prosperi
giovedì 11 settembre 2025

Malik, giovane comoriano arrivato a Marsiglia come corriere della droga, resta coinvolto nel crollo di un palazzo che doveva essere il punto di consegna. È l'unico superstite: i soccorsi lo portano in ospedale, la polizia in cella. Alle Baumettes trova una protezione ambigua in Rony, un detenuto rispettato e temuto, e incrocia Massoud, un imprenditore corrotto finito dentro per speculazione edilizia. Un omicidio orchestrato tra le mura del carcere trascina Malik in una guerra di potere che oppone fazioni della criminalità franco-araba e franco-comoriana, mentre fuori città il denaro della droga alimenta un sistema di alleanze e tradimenti. Malik resta sempre "tra" i gruppi: osserva, impara codici e alfabeti segreti, si rifugia nei libri della biblioteca (da Balzac a Dumas), convive con visioni dei morti e cerca uno spiraglio per riscrivere il proprio destino senza farsi assorbire da nessuna appartenenza.

Il profeta - una co-produzione franco-italiana per Canal+ e presentata fuori concorso all'82° Biennale di Venezia - rielabora l'omonimo film di Jacques Audiard in otto episodi, spostando l'ambientazione a Marsiglia.

La serie porta le firme di Abdel Raouf Dafri e Nicolas Peufaillit, già sceneggiatori del film del 2009, mentre la regia di tutti gli episodi è di Enrico Maria Artale. Dopo le positive esperienze in Sky (Romulus, Django) e il successo del suo secondo lungometraggio, El Paraìso (2023) all'80a Mostra del Cinema di Venezia - Miglior Sceneggiatura, sezione Orizzonti; Miglior Film, Arca Giovani; Miglior Attrice (per Margarita Rosa de Francisco) - Artale conferisce a Un Prophète un'impronta coesa di messa in scena.

Girata tra Marsiglia e la Puglia (dove sono stati ricostruiti gli interni del carcere), la regia intreccia l'asciuttezza di un'osservazione "a caldo" - che nasce dai quartieri portuali e dagli ambienti carcerari ricreati in studio - con pause sospese, quasi metafisiche, che estendono lo spazio e il tempo. La macchina da presa aderisce ai corpi e li tallona da vicino, i tempi sono dilatati, la violenza raramente viene spettacolarizzata; più spesso è suggerita o mostrata negli effetti, non nel gesto. La fotografia di Ferran Paredes lavora su gamme livide e ombre profonde, comprimendo gli spazi per riflettere l'assedio psicologico dei personaggi; contemporaneamente il suono insiste sui rumori ambientali e su una colonna sonora - firmata dal produttore francese Para One - che punteggia la narrazione con discrezione.

È evidentemente una serie che mira all'autorialità, in cerca di una parentela dichiarata con il cinema d'autore, soprattutto di tradizione francese, con prove che contaminano la scrittura, progressioni cronologiche parziali e soprattutto una fortissima attenzione alla micro-gestualità degli attori.

L'aggiornamento seriale sposta l'asse dal conflitto storicizzato tra corsi e arabi, che scalfiva il film di Audiard, a una frattura interna al mondo arabo-musulmano. La biblioteca del carcere diventa un perno simbolico: la scelta (obbligata) di "Il conte di Montecristo" fa da controcanto alle traiettorie di fuga e vendetta, mentre l'alfabeto cifrato usato per i messaggi clandestini è in linea con l'intento registico più evidente: quello di colmare i vuoti narrativi, piuttosto che concentrarsi sui passaggi chiave. Ne nasce un racconto ampio, più contemplativo che adrenalinico, che privilegia i rapporti di forza e i codici sociali alla concitazione dell'azione.

Mamadou Sidibé costruisce un Malik quasi muto all'inizio, fatto di posture, sguardi bassi, progressiva presa di campo; il suo arco narrativo lo porta dal candore ferito alla competenza strategica, ma in maniera più moderata, e quindi credibile, rispetto al film originale. Diverso il discorso per Sami Bouajila, che pur dando a Massoud una doppia faccia (elegante e minacciosa), appare artificioso e funzionale al racconto. Poco realistica anche la figura di Rony (Moussa Maaskri), che funge da guida e specchio morale deformante. Entrambi questi personaggi comprimari minano il realismo del racconto, garantito nel 2009 da un ottimo Niels Arestrup, allora nei panni del criminale corso César Luciani.

Audiard comprimeva anni di apprendistato criminale in una progressione tesa, nutrita di invenzioni visive, montaggi musicali e un'energia pop che faceva scintille anche nei passaggi di violenza. La serie, al contrario, dilata e dettaglia, approfondisce dinamiche interne, aggiorna gli equilibri etnici e sposta il baricentro a Marsiglia. Abbandonando i corsi, Un Prophète: La série guadagna in contesto, in densità sociologica e in internazionalizzazione del racconto, ma perde in spinta propulsiva: l'azione si dirada e perde trazione, con un'impronta osservativa che smussa quel guizzo visivo che nel film alimentava la tensione.

Affiora la lettura foucaultiana che già attraversava la narrazione nel 2009: film e serie mostrano una sorveglianza diffusa e internalizzata, dove legami e rivalità tra detenuti funzionano da vera macchina disciplinare. È proprio attraverso questi rapporti di forza che un reato minore si trasforma in carriera criminale: la prigione "produce" comportamenti. Il film restava più esterno alla sfera psicologica; la serie, invece, tenta un contrappeso, costruendo un'interiorità per sottrazione (libri, visioni, silenzi) senza forzare una tesi. Artale adotta uno sguardo non prescrittivo: sospende il giudizio sull'istituzione e mette in scena uno spazio poroso, in cui dentro e fuori comunicano di continuo e il potere si configura come campo negoziale.

Il profeta è quindi in grado di dialogare con un classico senza rifarlo, preferendo l'osservazione e soprattutto aggiornando temi di identità, appartenenza e potere alla Francia di oggi. Un lavoro solido per coerenza formale, recitazione e costruzione del mondo, ma meno incisivo sul terreno dell'azione e della pura tensione narrativa.

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sabato 30 agosto 2025
Leonardo Lardieri
Sentieri Selvaggi

Un prophète è una serie televisiva composta da 8 episodi di 50 minuti ognuno, realizzato grazie al contributo creativo del team di Jacques Audiard, quali gli sceneggiatori Abdel Raouf Dafri e Nicolas Peufaillit, nonché il produttore Marco Cherqui. La serie racconta la storia di Malik, giovane immigrato africano in galera, costretto a subire i soprusi degli altri detenuti, fin a quando non entra nella [...] Vai alla recensione »

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Alla regia l'italiano Enrico Maria Artale. Presentata Fuori Concorso al Lido. Vai all'articolo »

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