| Anno | 2024 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Svezia, Arabia Saudita |
| Durata | 89 minuti |
| Al cinema | 1 sala cinematografica |
| Regia di | Areeb Zuaiter |
| Attori | Areeb Zuaiter . |
| Uscita | mercoledì 13 maggio 2026 |
| Tag | Da vedere 2024 |
| Distribuzione | Barz and hippo |
| MYmonetro | 3,09 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 12 maggio 2026
Un documentario in cui i ragazzi riscrivono lo spazio urbano attraverso il parkour e le loro storie di vita ed emigrazione. Yalla Parkour è 141° in classifica al Box Office. martedì 26 maggio ha incassato € 62,00 e registrato 623 presenze in totale.
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CONSIGLIATO SÌ
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La regista Areeb, nata a Nablus, in Cisgiordania, e residente a Washington, ha ancora ricordi dell'infanzia e della sua visita a Gaza a quattro anni, quando insieme alla madre vide per la prima volta il mare. Scoperti su internet i video di alcuni ragazzi palestinesi che praticano parkour sulla spiaggia della Striscia, Areeb si mette in contatto con Ahmed, il regista dei video amatoriali, e comincia una conversazione a distanza. Dall'iniziale stupore per la spensieratezza di Ahmed, Areeb passa a riflettere sulla sua condizione d'emigrata, mentre Ahmed dichiara l'intenzione di voler partire.
Impegnata a documentare la situazione storico-politica del Medio Oriente, la regista esordisce nel lungo affidandosi soprattutto alle immagini del suo interlocutore per ridurre la distanza tra passato e presente, tra una personalità divisa e un'identità fortissima.
Tra i più apprezzati documentari dello scorso anno, vincitore dei premi del pubblico al festival Doc NYC e alla Berlinale, nella sezione Panorama Dokumente, Yalla Parkour è un dialogo in forma di film; la storia di un rapporto filtrato da parole e immagini che documentano varie forme di resistenza alla realtà della guerra: resistenza fisica, morale, umorale.
Tutto parte da un sorriso, quello che la regista Areeb vede sul volto di uno dei ragazzi che praticano parkour mentre alle loro spalle emergono i segni della devastazione. Come fanno a ridere, si chiede Areeb, guardando evoluzioni, errori, cadute tra sabbia, terra e cemento? Come fanno questi ragazzi a trovare la spensieratezza e la fermezza necessarie a non farsi male?
Da un lato, nel film, c'è Areeb, regista e voce narrante, che ripensa alla sua vita, al volto della madre, ai luoghi di un'infanzia impossibile da recuperare; dall'altro Ahmed, ventenne che insieme agli amici sfrutta le macerie lungo la spiaggia di Gaza prima e durante la guerra per esibirsi in evoluzioni da parkour. Attraverso i video, Areeb entra in contatto con Ahmed, commenta le sue gesta, visita un cimitero, un centro commerciale fatiscente, i resti di un aeroporto e osserva il modo in cui il parkour riscrive lo spazio urbano e si fa espressione di uno spirito giovanile che rifiuta le modalità con cui abitualmente ci si relaziona con lo spazio di una città.
Man mano che il rapporto tra la regista e il suo protagonista si rafforza, entrambi capiscono di fare lo stesso mestiere («Anch'io sono un regista», dice Ahmed) e di essere allo stesso tempo legati e separati dalla loro condizione. Areeb, la regista vera, parla dalla sua casa al sicuro e dentro di sé spera di tornare a casa (ma una casa che non c'è più, che non c'è mai stata...); lui, Ahmed, il regista amatoriale, vive e sorride in una città che, letteralmente, c'era e oggi non c'è più e sogna di partire. «Il documentario che vedrete ora potrebbe offrirvi l'ultimo scorcio di Gaza prima del 7 ottobre», scrive la regista nella presentazione del film.
Entrambi abitano il desiderio dell'altro: «Ho sempre sognato essere dove sei tu», dice lei. «Qui? Sei la benvenuta!», risponde lui. Areeb conosce il vuoto che spetta Ahmed se mai un giorno partirà; Ahmed sa che una patria esiste per sempre, anche quando si fugge, anche sotto le bombe (ed è straordinario il video di un'evoluzione sulla spiaggia di Gaza con in sottofondo i pinnacoli di fumo causati da un attacco israeliano), eppure non si può vivere in essa da prigionieri.
In Yalla Parkour lo sguardo della regista, che osserva i video sul suo computer, si riverbera in quello di noi spettatori, che osserviamo una realtà a sua volta osservata. La mise en abîme è vertiginosa e raffigura la distanza che ci separa da Gaza e dalla sua realtà, di cui, il pericolosissimo parkour si fa sinistra metafora. Per Areeb la distanza da Gaza è una ferita invisibile, una colpa da emendare attraverso la partecipazione; per Ahmed è un presente da fuggire; per noi, coinvolti e responsabili, un inferno di fronte al quale è e sarà per sempre impossibile chiudere gli occhi.
Ad un certo punto del documentario Yalla Parkour, Ahmed dice che filmare i loro salti è l'unico modo rimasto per farsi vedere dal resto del mondo. Con queste parole, il giovane palestinese esprime, quasi senza rendersene conto, un vero e proprio manifesto esistenziale. Lui e il suo gruppo di amici a Gaza esistono e resistono alla devastazione che li circonda proprio attraverso il parkour, saltando [...] Vai alla recensione »