| Titolo originale | I'm Still Here |
| Anno | 2024 |
| Genere | Drammatico, Storico, |
| Produzione | Brasile, Francia |
| Durata | 135 minuti |
| Regia di | Walter Salles |
| Attori | Fernanda Torres, Selton Mello, Fernanda Montenegro, Valentina Herszage, Maria Manoella Bárbara Luz, Maeve Jinkings, Humberto Carrão, Dan Stulbach, Carla Ribas, Luiza Kosovski, Gabriela Carneiro da Cunha, Marjorie Estiano, Antonio Saboia, Charles Fricks, Luana Nastas, Camila Márdila, Helena Albergaria, Thelmo Fernandes, Caio Horowicz, Luiz Bertazzo, Lourinelson Vladmir, Otavio Linhares, Marcelo Várzea, Philipp Lavra. |
| Uscita | giovedì 30 gennaio 2025 |
| Tag | Da vedere 2024 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| MYmonetro | 3,73 su 33 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 27 gennaio 2025
Ambientato nel 1971 in Brasile, un paese stretto nella morsa della dittatura militare, il film racconta la storia di una madre costretta a reinventarsi quando la vita della sua famiglia viene sconvolta da un atto di violenza arbitraria. Il film ha ottenuto 3 candidature e vinto un premio ai Premi Oscar, Il film è stato premiato a Venezia, 2 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 1 candidatura a BAFTA, a National Board, 1 candidatura a Critics Choice Award, ha vinto un premio ai Goya, a Rotterdam, In Italia al Box Office Io sono ancora qui ha incassato 1,5 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Brasile, 1971. Rubens Paiva, ex deputato laburista, vive con la moglie Eunice e i cinque figli a Rio de Janeiro. Il colpo di stato del 1964 lo ha espulso dalla scena politica e ha instaurato una dittatura militare che spaventa Eunice e le fa temere per l'incolumità della figlia maggiore Veronica, simpatizzante dei movimenti studenteschi antigovernativi. Ad essere portato via da casa, un giorno in fretta e furia, da un manipolo di sconosciuti armati, è invece Rubens. Non farà mai più ritorno.
Il regista Walter Salles era amico dei bambini Paiva e conosceva bene la loro casa. Abituato ai grandi spazi della sua terra, e a dimostrare il proprio talento visivo nella rappresentazione di viaggi e paesaggi, qui si muove per la maggior parte del tempo nello spazio chiuso di quella casa impressa nella memoria, e al limite della strada di fronte e della spiaggia adiacente, ma allo stesso tempo racconta un paesaggio famigliare e affettivo meravigliosamente ampio.
Il film è la storia della donna, Eunice, raccontata nel mémoire dell'unico figlio maschio, Marcelo Rubens Pavia, oggi giornalista e scrittore.
La porta sulle spalle e sul volto l'attrice Fernanda Torres, che si fa contenitore in carne e ossa della dignità della persona reale che rappresenta; ma non è da meno il cast di contorno (le figlie, la domestica). Un mondo che vive e sopravvive a una ferita privata che è anche pubblica, della nazione.
Salles si serve della sua brava inteprete principale e di tutta la squadra attoriale per evitare a tutti i costi il melodramma: donna Eunice non cede, non crolla, non urla, piuttosto sorride. Ne esce un film teso e composto, che mira alla testa più che alla pancia.
Ricordare questa vicenda e mettere pubblicamente al bando certe pratiche è necessario perché non continuinino a esistere. Ma Ainda estou aqui (Sono ancora qui) non è solo una storia di denuncia o di memoria: è anche un racconto di trasformazione. Giovane e agiata nella Rio della bossa nova e dell'architettura modernista, nella prima parte del film Eunice è una donna che ha tutto: soldi, amore, futuro.
La tragedia che la colpisce ribalta ogni cosa e la costringe a reinventarsi, con una nuova consapevolezza. È qui, in questo terzo atto raccontato più rapidamente e senza sottolineature, il messaggio politico del film, e la ragione per cui prosegue oltre quella che potrebbe apparire la conclusione ideale. Non è solo completezza biografica. Anche se accompagnare il personaggio in età avanzata offre al regista la possibilità di affidare il ruolo a Fernanda Montenegro, ultranovantenne, protagonista di Central do Brasil e dell'inizio del viaggio cinematografico di Salles.
Io sono ancora qui non è un biopic tradizionale: il film è piuttosto un viaggio emotivo e politico attraverso il trauma, la perdita e l'elaborazione del lutto, centrato sulla figura della madre Eunice. Nei suoi occhi non c'è retorica, non c'è vittimismo; ci sono semmai fragilità e tenacia, silenzio e dolore.
I desaparecidos, sì. Vecchia storia, ti viene da dire. Li abbiamo già conosciuti, al cinema, con Garage Olimpo di Marco Bechis, film straordinario, feroce e asciutto. Perché dovremmo tornare a occuparcene? Sappiamo che cosa è successo, immaginiamo il dolore che possa aver causato. Da qualche parte, lontano. In America latina, mica qui da noi. E invece, doppio sbaglio. Perché Io sono ancora qui ti fa stare attaccato agli occhi di Fernanda Torres, ti fa stringere in un abbraccio il suo dolore composto, mai esibito, per tutti i minuti del film. E perché Io sono ancora qui parla di un mondo lontano che è maledettamente vicino al nostro. Poteva esser capitato a noi.
Siamo in Brasile, nel 1970. Per noi, il Brasile del 1970 è quello di Pelé. E con lui, la nazionale verdeoro più forte di tutti i tempi: Rivelino, Jairzinho, Tostao, Clodoaldo. Il Brasile del 1970 è l’Everest della civiltà, per chi ama il calcio. E anche per i brasiliani, economicamente, era la “epoca boa”, quella del boom. Non riesci facilmente a pensare che potessero esserci prigioni, grida sorde di torturati dietro le porte chiuse, persone portate via da casa e fatte scomparire in un buco nero della Storia. Non riesci a pensare che il Brasile fosse un mattatoio come, pochi anni più tardi, il Cile di Pinochet, e poco dopo l’Argentina del generale Videla. Altri corridoi, altre torture, altri desaparecidos. E, nell’Argentina del ’78, altri campioni di calcio, Passarella e Kempes, ad alzare la coppa del mondo, a fare miracoli con la palla fra i piedi, mentre a pochi metri di distanza altri giovani come loro morivano.
Su quest’altra pagina, meno conosciuta forse, quella delle violenze del regime brasiliano, delle repressioni, dei desaparecidos di Rio de Janeiro, Walter Salles fa un film prezioso, non solo e non tanto per l’assunto storico/politico, ma per la vita che ci sta dentro, per l’attenzione che pone a ricostruire il mondo che racconta. E per come, senza far alzare mai la voce ai suoi protagonisti, sa incidere quel dramma nella nostra pelle di spettatori.
Fernanda Torres, madre e matriarca di una famiglia a cui viene strappato il padre, non alza mai la voce, non si fa mai vedere mentre piange, non cede mai alla disperazione. Un’interpretazione da brividi, ripensandoci non capisci come non abbia vinto la Coppa Volpi a Venezia, lo scorso settembre. Agli Oscar sarà ancora più dura (anche se ha già vinto il Golden Globe): ma lo meriterebbe. Intorno, un Brasile che Walter Salles costruisce in modo che sembra quasi di sentirne i sapori, gli odori, la temperatura dell’aria. Le spiagge di Rio luminose davanti al Pan de Azucar, cagnolini che corrono e ragazze che si versano la Coca cola sulle gambe, per abbronzarsi. La casa borghese spaziosa – nell’avenida Delfim Moreira, nella Rio de Janeiro più residenziale – casa piena di libri, dove le figlie entrano a piedi scalzi, e la figlia maggiore è un po’ hippie alla europea, pazza per il cinema e la musica. Una realtà mangiata a morsi con una cinepresa super8, la figlia maggiore Veroca ha la passione di filmare. E noi spettatori vediamo i suoi home movies, con la grana giusta della pellicola, i colori smerigliati, da caleidoscopio, che avevano quelle riprese.
Walter Salles sa bene che, di quegli anni ’70, oggi abbiamo soltanto qualche fotografia e qualche home video, oltre ai grigi telegiornali di Stato. E mescola bene le sue carte, ci fa entrare – insieme al direttore della fotografia Adrian Tejido – davvero in quel mondo. È una fotografia luminosa, un mondo che vien quasi da toccarlo. E quei rapidi tocchi che annunciano il buio: un elicottero che passa troppo basso sulla spiaggia, i camion dei soldati che passano vicino alle case. E i ragazzi fermati, mentre vanno in macchina, un posto di blocco in un tunnel. La brutalità dei militari, le armi che appaiono. Lo spavento dei ragazzi.
Non ha nessuna fretta di fare accadere l’Inevitabile, però, Salles. Non ha fretta di fare bussare qualcuno alla porta, i militari in borghese, per dire al padre che deve seguirli. Perché il centro del film è nella forza, nella coesione, nella dignità della famiglia che il film racconta: non nella ferocia lugubre e burocratica degli aguzzini di Stato.
Si intitola Io sono ancora qui, perché è tratto dall’omonimo libro di Marcelo Rubens Paiva, ma si potrebbe benissimo chiamare "Eunice" il nuovo film di Walter Salles. Non è del tutto corretto dire che è basato su una storia vera, in realtà sono tante storie vere quelle che il film mette in scena, affrontando a pieno viso il dramma della dittatura militare e dei desaparecidos. Lo fa tramite una prospettiva inedita, quella di Eunice appunto, moglie e madre di cinque figli. Il focus del film non è tanto la scomparsa del marito Rubens Paiva, deputato laburista anti-regime, quanto come impatti la dittatura su chi resiste e su chi resta. Non solo sul militante politico, che viene sequestrato e disperso per sempre, ma su chi rimane a condurre la sua vita ordinaria, a tirare su una famiglia, onorandone la memoria malgrado tutto.
Un film imperdibile, che attraversa più linee temporali, ma è chiaro il riferimento alla contemporaneità in cui la libertà politica, come personale, in gran parte del mondo è ancora fortemente minacciata.
Ucciso nel 1971, il corpo di Paiva - coinvolto nella resistenza pacifica, non nella lotta armata - non fu mai ritrovato, e se nel 2014 cinque ufficiali furono accusati della sua morte, ad oggi nessuno di loro è stato arrestato o perseguito. La giustizia ha i suoi lati oscuri e i suoi tempi insopportabili, Eunice lo impara a sue spese. Finisce lei stessa in carcere, incappucciata, in isolamento, con interrogatori continui ed esasperanti. Eunice non sa nulla, ma sa tutto. È questa profonda consapevolezza che Fernanda Torres (Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico e candidata al Premio Oscar come miglior attrice protagonista) sa restituire sullo schermo, con un'interpretazione magistrale tutta in sottrazione. La disperazione passa solo attraverso gli occhi, la pacatezza è la cifra emotiva di questo personaggio che riesce a rimanere con un sorriso di sfida al regime, al timone della sua vita e di quella dei figli, nonostante la ferocia della dittatura militare e tutti gli indicibili crimini commessi contro i suoi oppositori (oltre 20mila persone torturate e uccise, più centinaia di desaparecidos). Il pathos, le scene madri, la retorica, le grida e le iperboli interpretative sono altrove: Torres obbedisce all'indicazione di Salles di "fare meno, fare meglio" e firma una performance di quelle memorabili, che ricordano il grande cinema italiano del neorealismo e attrici monumento come Anna Magnani o Sophia Loren.
«Quando ho letto il memoir Sono ancora qui di Marcelo Rubens Paiva (da noi pubblicato da La Nuova Frontiera ndr), sono rimasto profondamente commosso. Per la prima volta, la storia dei desaparecidos, delle persone strappate dalle loro vite per mano della dittatura brasiliana, era raccontata dalla prospettiva di coloro che restano privati di una persona cara.