Chiamatemi Francesco

Film 2015 | Drammatico, +13 94 min.

Regia di Daniele Luchetti. Un film Da vedere 2015 con Rodrigo De la Serna, Sergio Hernández, Muriel Santa Ana, José Ángel Egido. Cast completo Titolo originale: Chiamatemi Francesco - Il Papa della gente. Genere Drammatico, - Italia, 2015, durata 94 minuti. Uscita cinema giovedì 3 dicembre 2015 distribuito da Medusa. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 - MYmonetro 3,10 su 6 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento lunedì 12 dicembre 2016

Il racconto del percorso che ha portato Jorge Bergoglio, figlio di una famiglia di immigrati italiani a Buenos Aires, alla guida della Chiesa Cattolica. In Italia al Box Office Chiamatemi Francesco ha incassato 3,7 milioni di euro .

Consigliato sì!
3,10/5
MYMOVIES 3,50
CRITICA 2,50
PUBBLICO 3,30
CONSIGLIATO SÌ
La storia di Bergoglio diventa in Chiamatemi Francesco metafora di un mondo diviso fra chi distoglie lo sguardo e chi sceglie di vedere, e in questo è supremamente cinematografica.
Recensione di Paola Casella
giovedì 26 novembre 2015
Recensione di Paola Casella
giovedì 26 novembre 2015

Jorge Bergoglio è uno studente come tanti nella Buenos Aires degli anni Sessanta, con amici e fidanzatina, quando decide di entrare a far parte dell'Ordine dei Gesuiti. Vorrebbe diventare missionario in Giappone ma non gliene viene data l'opportunità, perché da subito deve apprendere la virtù dell'obbedienza: sarà proprio questa a porlo di fronte alle scelte più importanti della sua vita, perché dovrà distinguere fra i doveri verso la propria coscienza e la sottomissione al regime dittatoriale di Videla e allo strapotere dei proprietari terrieri in una terra polarizzata fra grandi ricchezze e grandissime povertà.
Daniele Luchetti e il suo produttore, Pietro Valsecchi, si sono buttati nell'impresa di raccontare la storia di Bergoglio prima che diventasse Papa con lui ben vivo e presente in Vaticano, senza consultarlo e senza chiedere la collaborazione dell'istituzione ecclesiastica. Questo ha dato loro la (relativa) libertà di raccogliere testimonianze da una quantità di persone più o meno attendibili, di affrontare direttamente il capitolo più spinoso e controverso della vita dell'allora Responsabile provinciale gesuita, ovvero il suo rapporto con la dittatura argentina negli anni fra il 1976 e il 1981, e di prendere le sue parti dando credibilità alla versione della Storia che lo vede a fianco dei desaparecidos e dei preti militanti. Il che non significa che la sceneggiatura sorvoli sul fatto che Bergoglio ha tolto ad alcuni di questi ultimi la protezione dell'Ordine dei Gesuiti di fatto consegnandoli al regime, ma significa che concede al suo comportamento il beneficio di quella doppia lettura che riguarda gran parte della quotidianità sudamericana, ovvero la coesistenza di una condotta ufficiale e una ufficiosa, data dalla necessità di muoversi apparentemente all'interno delle regole per poi trasgredirle di nascosto seguendo la propria etica. Ed è attraverso un altro sdoppiamento che il film di Luchetti affronta il rapporto fra la "Chiesa classica", che il film non esita a descrivere come pavida e conservatrice quando non apertamente reazionaria e connivente con i poteri forti (fino alla delazione), e la Chiesa che guarda con simpatia alla "teologia della liberazione". Non mancano i riferimenti al misticismo, caro alla tradizione gesuitica e che in Sudamerica (come in una certa Europa "esoterista") ha da sempre i suoi convinti seguaci.
L'efficacia del racconto sta principalmente nell'aderenza della sua estetica a quella popolare latina, in rispettosa aderenza della forma al suo contenuto e all'etnia del suo protagonista. Luchetti si concede l'apparente elementarità "sudamericana" del racconto dipingendo un murales di larga accessibilità, e parte da un inizio fortemente didascalico (ad alto rischio biopic televisivo, nel solco di quelle "vite dei santi e dei prelati" dominato da Lux Vide) che diventa a poco a poco cinema, complice anche il potente inserto che ricostruisce l'inferno dei desaparecidos attingendo a piene mani da Garage Olimpo più ancora che da La notte delle matite spezzate. Solo alla fine, nella scena della messa di Bergoglio fra i nullatenenti alla viglia della sua ascesa alla poltrona papale, Luchetti si concede uno stile fortemente autoriale, facendo lievitare la sua cinematografia in parallelo all'elevazione spirituale di un uomo che ha imparato il coraggio passando attraverso lunghe e dolorose mediazioni: un uomo che oggi si espone dal balcone più visibile del mondo dopo che per una vita ha invitato gli altri a "non esporsi".
La storia di Bergoglio diventa in Chiamatemi Francesco metafora di un mondo diviso fra chi distoglie lo sguardo e chi sceglie di vedere, e in questo è supremamente cinematografica. L'Argentina dei dittatori, così come quella dei latifondisti che tolgono le terre ai contadini, è un mondo anche visivamente diviso in un sopra e un sotto, laddove il sotto diventa prigione o rifugio, visibile o invisibile, a seconda di chi effettua l'opera di occultamento, e dei motivi alti o bassi per cui sceglie di farlo. E la compulsione del giovane Bergoglio a "fare quel che si può fare" diventa nella maturità quella capacità (quantomeno dichiarata) di spingersi alle estreme conseguenze del pensiero cristiano, negando ogni complicità con chi opera in direzione contraria.
Grande importanza nella formazione morale di Bergoglio e nella sua acquisizione di coraggio e consapevolezza è data in Chiamatemi Francesco alle donne. Senza calcare troppo la mano, Luchetti e il suo cosceneggiatore argentino Martin Salinas intessono la trama di figure femminili forti e anticonformiste, gettando i semi di quel pensiero papale tanto favorevole all'energia muliebre da far sperare nel futuro accesso delle donne al sacerdozio. La qualità portante del Bergoglio di Luchetti è infatti la propensione alla cura, più spesso identificata col materno perché comporta un obbligo inderogabile di protezione altrui.
Grande freccia all'arco di Luchetti è infine Rodrigo de la Serna, umanissimo attore argentino che porta con sé (cinematograficamente parlando) il ricordo di almeno due sue interpretazioni memorabili e supremamente attinenti: quella di Alberto Granado ne I diari della motocicletta, portatore insieme al Che del pensiero socialista in Sudamerica, e quella del desaparecido evaso in Cronaca di una fuga - Buenos Aires 1977. La sua interpretazione nei panni del giovane Jorge scansa l'agiografia e fa leva sulla dignità personale dell'attore per portare mano nella mano gli spettatori senza mai stancarli, pur restando praticamente sempre al centro della scena. Sergio Hernandez, l'attore cileno che ricordiamo in Gloria e in No - I giorni dell'arcobaleno, non è da meno nei panni del Bergoglio più anziano, la cui risata finale è presa d'atto definitiva e gioiosa della suprema ironia della vita.

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
giovedì 17 dicembre 2015
Alex2044

Daniele Luchetti ha fatto un film discreto, la vita di Papa Francesco  propone momenti  interessanti che possono essere sviluppati in un film che non sia la solita favoletta agiografica sul personaggio di turno e lui l'ha fatto . Il film ci mostra tre momenti cruciali nella vita del Papa , la sua gioventù laica , vicina al movimento Peronista , la  sua elezione a Papa [...] Vai alla recensione »

FOCUS
FOCUS
lunedì 14 dicembre 2015
Pino Farinotti

Ero prevenuto entrando nella sala per Chiamatemi Francesco, e anche annoiato dalla promozione del film, su tutte le reti, per giorni, ora per ora, minuto per minuto. È un errore, una sovraesposizione in quel senso finisce per scaricare l'emozione e dare troppe informazioni. In sostanza mi pareva di aver già visto il film. Rappresentare un personaggio come Jorge Bergoglio è meno facile di come possa sembrare, proprio per l'esposizione mediatica del personaggio, quello vero.

FOCUS
lunedì 7 dicembre 2015
Roy Menarini

Il successo del film di Daniele Luchetti, pensato per la televisione e distribuito in versione ridotta su grande schermo, si deve certamente alla popolarità di Papa Francesco, forse già oggi persino superiore all'amato Giovanni Paolo II - in particolare, al Wojtila stanco e umanissimo degli ultimi anni. Complice l'Anno Santo, con il Giubileo straordinario, e grazie e una intuizione del solito, astuto Pietro Valsecchi, Chiamatemi Francesco - Il Papa della gente cade al momento giusto e nel luogo giusto - le sale cinematografiche italiane.

FOCUS
sabato 5 dicembre 2015
Mauro Gervasini

Interessante cineasta Daniele Luchetti, classe 1960, già assistente di Nanni Moretti (Bianca), poi suo aiuto regista (La messa è finita) infine autore in proprio per il grande schermo ma anche, parallelamente, star delle regie pubblicitarie. È suo lo spot anni '90 del Maxibon Motta, quello con Stefano Accorsi che a Cristiana Capotondi "straniera" in Romagna, dice, ammiccando, "Due gust is megl che uan".

Frasi
"Voi fate l'interesse dei terreni! Io della povera gente!"

Una frase di Jorge Bergoglio (1961-2005) (Rodrigo De la Serna)
dal film Chiamatemi Francesco
STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
Fulvia Caprara
La Stampa

Se un giorno dovesse incontrare il Papa, la prima cosa che farebbe sarebbe chiedergli «perdono». Eppure Rodrigo De La Serna che, in Chiamatemi Francesco di Daniele Luchetti, è Jorge Bergoglio negli anni tra il 1961 e il 2005, non ha niente da farsi perdonare, almeno sul piano artistico. Il modo con cui incarna il futuro Pontefice, vigoroso, coerente, pragmatico, è uno dei pregi dell'opera.

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