A Serious Man

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Un film di Joel Coen, Ethan Coen. Con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Adam Arkin.
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Commedia, durata 105 min. - USA, Gran Bretagna, Francia 2009. - Medusa uscita venerdì 4 dicembre 2009. MYMONETRO A Serious Man * * * 1/2 - valutazione media: 3,98 su 172 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Uno shlemiel in America Valutazione 4 stelle su cinque

di Paola Di Giuseppe


Feedback: 24700 | altri commenti e recensioni di Paola Di Giuseppe
lunedì 14 dicembre 2009

Lawrence (Larry) Gopnik è uno shlemiel, cioè “colui che non capisce”, figura suggestiva e inderogabile della cultura ebraica, l’uomo contro il quale la vita si rivolta sempre,spiazzato dagli eventi, eppure probo e onesto, timorato di Dio e ligio ai suoi doveri, dunque non capisce come e perché accada, ma procede tragicomico nella sua impotenza. The Universal Jewish Encyclopedia lo definisce “persona che gestisce una situazione nella peggior maniera possibile o che è perseguitata da una malasorte più o meno dovuta alla sua stessa inettitudine”. Professore di fisica in attesa di ruolo,vive nell’America anni ’60 delle linde casette in fotocopia, dei vicini che ti amareggiano la vita già sull’uscio di casa, delle vicine trasgressive ma che più che nei sogni non c’è speranza, alle prese con due figli adolescenti da manuale del fallimento dei modelli educativi avanzati, una moglie che con perentoria compostezza e adeguato distacco gli comunica che tale Simon è entrato nella sua vita e che quindi ne dovrà uscire lui, c’è un comodo motel con piscina (vuota) in cui trasferirsi; non manca un fratello, Arthur, che oltre ad invadergli casa, bagno e divano, si dedica al calcolo delle probabilità e gioca, quando non si fa pescare dalla polizia in situazioni a dir poco eccentriche. Come se ciò non bastasse, il direttore della scuola si appoggia mellifluo, conciliante e obliquo allo stipite della porta del suo ufficio per dirgli mezze frasi a proposito di lettere anonime contro di lui, ma, per carità, non influiranno sul passaggio in ruolo, che però è ancora da ratificare. Corollari non mancano e si susseguono a ripetizione, eppure Larry fa sempre tutto per bene, cos’è che non va, perché accade? Ah, questo non è dato saperlo, solo Hashem conosce il mistero del suo disegno imperscrutabile, i tre rabbini possono cofermarglielo ed è ciò che, appunto, fanno (almeno i primi due, visto che il terzo, quello più importante, è occupato a pensare e non può riceverlo). Ricevi con semplicità ciò che ti accade è la didascalia iniziale che, con il breve flash back di apertura sullo shtetl polacco di altri tempi dove arriva un’anima posseduta (dybbuk) e scorrono sottotitoli a tradurre dall’ yiddish una parabola uscita pari pari dai racconti di Singer, segna la connotazione perentoriamente ebraica del film, ma questo Giobbe del Mid West è quanto di più lontano possiamo immaginare dai modelli talmudici ortodossi, lo struggente Mendel Singer del mitteleuropeo Joseph Roth, (“il suo sonno era senza sogni e la sua anima casta”) è abilmente fatto dimenticare dai due fratelli di Minneapolis. Larry non griderebbe mai, come Mendel "Dio voglio bruciare .. Dio è crudele, e più gli si ubbidisce, più ci tratta con severità .. Solo i deboli ama annientare. La debolezza di un uomo eccita la sua forza e l'ubbidienza risveglia la sua ira .." Larry è tutti noi, cosa c’è di diverso? Forse il libero arbitrio? Per questo Larry omologato vale quello che scrive Magris “l’ebreo si è dissimulato in tutte le figure della società moderna, ha disgregato tutti i tratti del suo essere, ha assunto tutti gli atteggiamenti dei popoli presso i quali si è trovato a vivere, fino a relegare in un angolo della propria coscienza la sua effettiva, reale personalità [...] l’assimilazione ha già fatto della nevrosi la permanente condizione psicologica degli ebrei.” Che poi è la nostra, e le ragioni di tutto nel grembo dei celesti riposano.

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anna ferrari lunedì 14 dicembre 2009
jankélévitch?
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Che lei sappia, i registi hanno fatto riferimento al filosofo Vladimir Jankélévitch?

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paola di giuseppe lunedì 14 dicembre 2009
jankélévitch
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Che dire,dai commenti e dalle interviste non risulta in modo esplicito, ma credo che nella poetica dei Coen, ormai in una fase così matura, proiettata verso un caos nichilista in cui l'istinto di morte attrae ogni azione (la scena finale del film è semplicemente apocalittica e il dibbuk dell'inizio prepara alla fine in una sorta di composizione circolare) la posizione di Jankélévitch sulla morte come presupposto necessario, come vuoto che si spalanca improvviso, come ordine straordinario si possa senz'altro considerare sottesa.Un saluto.Paola Di Giuseppe

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anna ferrari martedì 15 dicembre 2009
grazie
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A me sembra che nel film ci sia anche la possibilità fino all'ultimo istante, di recuperare qualcosa della nostra vita,insieme alla dignità del morire che la rende unica e preziosa.Mi sembra che sia il figlio, quello che rappresenti meglio questa possibilità di consapevolezza.Un saluto. Anna

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paola di giuseppe martedì 15 dicembre 2009
mah!
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Non so, cara Anna, a me non è sembrato che il ragazzino fosse caricato di questo valore, mi è parso un abulico, uno che si adegua senza sapere bene cosa fa (insomma ci ho visto il prodotto di un certo modo superficiale di vivere i rapporti famigliari oggi).Credo piuttosto, e questo appartiene di più alla loro visione della vita che alla nostra, che il messaggio del film non manchi di positività se interpretato alla luce di un distacco ironico dalle cose. Come dire, so che c'è un disegno divino sopra di me (quello che per i Greci era il fato, ma senza connotazioni religiose), non mi è dato conoscerlo,se anche lo conoscessi non potrei far niente se non adeguarmi, vivo consapevolmente la mia condizione e non la faccio più tragica di quello che è, anzi riesco perfino a riderne. [+]

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anna ferrari martedì 15 dicembre 2009
senza fine
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Vorrei risponderti appena posso...spero di fare in tempo, prima che tolgano il film dalle sale e forse noi da questa bella circolazione. Ciao! Anna

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anna ferrari martedì 15 dicembre 2009
...
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comunque una cosa te la voglio scrivere subito, forse perchè non sono molto gentile. A me sembra che Il ragazzino, parte di quella famiglia così poco ironica, abbia invece un germe di ironia che forse è proprio quella che ha permesso ai figli Coen di prendere poi le distanze e di fare un film tragicomico. Ci penserò e cercherò di spiegarmi meglio. Grazie a te. Anna

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anna ferrari mercoledì 16 dicembre 2009
questioni di tempo
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Cara Paola, cerco di sintetizzare quello che volevo dire: mi sembra che si potrebbe dare il tempo al ragazzino di crescere e al rabbino capo di parlare, confidando nel potere della musica dei J. Airplane!

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paola di giuseppe mercoledì 16 dicembre 2009
perchè?
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Oddio, perchè dovrebbero toglierci di mezzo? Speriamo di no! Hai ragione, il rabbino che apprezza la musica degli Airplane in effetti è stato un colpo di genio dei Coen, eh sì, mi ci fai pensare, forse anche loro, come noi, dovrebbero smantellare un bel po' di dogmi e chiusure, perchè poi è sempre quello il problema. Ciao

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anna ferrari giovedì 17 dicembre 2009
siamo tutti più o meno gentili
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Non può non saltare all'orecchio la musica degli Airplane! Un voluto e prorompente stimolo estetico, un attimo di vita in contrasto col tenore un pò anestetico del resto del film. Stimolo evidente, che forse molti spettatori annoiati reclamano come elemento attraente di un film... e che invece in questo film, a sentire anche il testo, credo giochi un ruolo diverso. Pensi che prima o poi non ci toglieranno gentilmente di mezzo da qui?Ciao

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