| Titolo originale | Lost in Translation |
| Anno | 2003 |
| Genere | Sentimentale |
| Produzione | USA |
| Durata | 105 minuti |
| Regia di | Sofia Coppola |
| Attori | Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris, Fumohiro Hayashi . |
| MYmonetro | 2,85 su 17 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 24 luglio 2020
Ritorno in grande stile per Bill Murray, che in Lost in translation sembra quasi fare il verso a sé stesso, interpretando un divo americano in declino che approda in Sol Levante in cerca di nuova fortuna. E farà un incontro speciale... Il film ha ottenuto 4 candidature e vinto un premio ai Premi Oscar, 1 candidatura a David di Donatello, 5 candidature e vinto 2 Golden Globes, 1 candidatura a SAG Awards, Il film è stato premiato a AFI Awards, In Italia al Box Office Lost in Translation - L'amore tradotto ha incassato 3,1 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Bob Harris è un divo della tv americana sul viale del tramonto: è a Tokyo per girare lo spot di un whisky, non parla giapponese, è insonne. Charlotte è una donna carina ma delusa: è a Tokyo al traino di suo marito fotografo di moda che non vede mai, non parla giapponese, è insonne. Anime simili che non possono che incrociarsi. Accade nei corridoi di un albergo, e da quel momento i due iniziano a farsi compagnia e a conoscersi meglio.
Sofia Coppola sta dimostrando che buon sangue non mente. Avrebbe potuto ripercorrere la strada già battuta con ottimo esito ne Il giardino delle vergini suicide, suo film d'esordio. Invece affronta una commedia romantica che opera su due fronti. Da un lato lo straniamento di chi si trova in un Paese di cui non conosce la lingua. Dall'altro il nascere di un sentimento che, una volta tanto al cinema, non arriva al rapporto sessuale. La Coppola ha girato in sequenza (cosa piuttosto rara) per far sì che i due protagonisti (che non si conoscevano come i personaggi da loro interpretati) compissero nella realtà un percorso analogo a quello della finzione. L'esito è raffinato e brillante al contempo. La seconda prova (da sempre la più difficile) è stata superata con successo.
I destini di due americani, un attore ormai in declino e la giovane moglie di un fotografo, si incrociano a Tokyo, dove sono entrambi per lavoro. Finiranno col passare insieme la settimana più bizzarra della loro vita che li aiuterà a ritrovare se stessi. Uno dei film più interessanti del momento, questo, grazie alla regia della talentuosa Sofia Coppola, figlia del grande Francis Ford. Deve aver ereditato molto dal padre, visto che ha ottenuto, per questa sua pellicola, l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Ma non è oro tutto ciò che luccica; l'opera della giovane cineasta poteva essere notevolmente migliore. Lost in Translation infatti, nonostante l'esilarante Bill Murray (eccessivamente giù di tono rispetto ad altre memorabili interpretazioni), scorre troppo lentamente, e quindi, più che coinvolgere, arriva addirittura ad annoiare lo spettatore.
Il Giappone, nonostante internet, telefonini tribanda e videogiochi è ancora un altro pianeta per gli occidentali, in cui è facile perdersi. È ciò che accade ai due protagonisti della seconda opera della Coppolina (si perdoni la battuta), dopo l'exploit del fortunato Giardino Delle Vergini Suicide.
La prima mezz'ora di Lost in Translation è veramente memorabile.
La Coppola non inferisce troppo sulle abitudini nipponiche, sui loro, per noi, incomprensibili cerimoniali, e indovina un ritmo serrato e divertente che poggia su gag geniali (lo spot di Murray per la marca di Whiskey) e slapstick (la focosa prostituta) di facile presa. Purtroppo questo mirabile connubio tra sceneggiatura e regia si disperde mano a mano che i protagonisti si conoscono, quasi che la regista volesse accompagnare lo spettatore per le strade, i night e gli alberghi di Tokio con la stessa lenta andatura percorsa dalla coppia Murray/Johansson. La parte centrale, troppo annacquata, risulta così noiosetta e scontata, mentre il finale, grazie anche alla trovata della battuta riconosciuta ma inascoltabile dal pubblico che Murray pronuncia all'orecchio della giovane attrice, è sicuramente indovinato.
Trattare Lost in Translation come commedia romantica sarebbe un grave errore.
Sicuramente entrambi questi elementi sono presenti nel film,ma non ne rappresentano che minima parte. Il bello del film sta nella sua capacità di analisi della società, degli umori dei protagonisti, così lontani come status ed indole e così vicini invece, per umori e dubbi che travalicano età e sesso.
È parimenti apprezzabile la ricerca di riferimenti ai vecchi film, gli omaggi ai grandi classici (La dolce vita) e anche lo sguardo sulle tecnologie, paradossali ed inabilitanti ostacoli alla comunicazione tra le persone, è drammaticamente attuale. Del resto, lo dice il titolo, c'è sempre qualcosa che viene perso nella comunicazione tra due persone e l'esplorazione che la Coppola fa sull'animo dei personaggi, mix di malinconia, noia, entusiasmo e dolcezza, appare volta più a mostrare le varie sfaccettature degli stessi, piuttosto che a decidere se i loro comportamenti siano o meno censurabili (il tradimento di entrambi, forse desiderato, resta inattuato).
In realtà, a dispetto della maggioranza delle voci critiche che si sono levate a favore del film, lodandolo come innovativo ed originale, Lost in Translation è una pellicola che vive di conferme: dell'abilità della Coppola a scrivere e dirigere storie semplici ma al tempo stesso complesse, del talento incommensurabile di Bill Murray, poliedrico giano bifronte, capace di esprimere con una sola espressione mille stati d'animo diversi, dalla straordinaria capacità del serbatoio di talenti del cinema americano, impersonato dalla fino ad oggi sconosciuta Scarlet Johansson, destinata (se vorrà e non si "butterà via") ad un futuro radioso e di successo.
Dotato di una splendida colonna sonora e una fotografia "stilosa", Lost in Translation resta comunque una gemma nel panorama attuale del cinema americano. Se brilli di luce propria o appaia più luminoso perché circondato dalla cupa opacità delle pellicole concorrenti, solo il tempo potrà dirlo.
Come va? Mah. Tokyo sarà pure interessante, però è anche vero che la lingua non è poi così comprensibile, scambiano la L con la R e devo farmi capire a gesti. I Giapponesi poi... Sono culturalmente così diversi. Neon ovunque, scritte incomprensibili. Al ristorante sembra che i piatti siano tutti uguali. Ci si mette pure l'insonnia.
Tokio, Giappone, anno 2003. Bob e Charlotte si incontrano in un grande albergo. Lui è un attore televisivo di mezza età che si reca nel paese del Sol Levante per girare uno spot pubblicitario, lei è la moglie di un giovane fotografo, impegnatissimo nel lavoro. Si sa che chi soffre di insonnia quando si imbatte in qualcuno con la medesima "peculiarità" instaura una immediata complicità.