Mio zio

Film 1958 | Comico Film per tutti 120 min.

Titolo originaleMon oncle
Anno1958
GenereComico
ProduzioneFrancia
Durata120 minuti
Regia diJacques Tati
AttoriJacques Tati, Jean-Paul Zola, Adrienne Servantie, Jean Pierre Zola, Lucien Frégis Betty Schneider, Jean-François Martial, Dominique Marie, Yvonne Arnaud.
Uscitalunedì 6 giugno 2016
TagDa vedere 1958
DistribuzioneRipley's Film
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: Film per tutti
MYmonetro 4,00 su 10 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Regia di Jacques Tati. Un film Da vedere 1958 con Jacques Tati, Jean-Paul Zola, Adrienne Servantie, Jean Pierre Zola, Lucien Frégis. Cast completo Titolo originale: Mon oncle. Genere Comico - Francia, 1958, durata 120 minuti. Uscita cinema lunedì 6 giugno 2016 distribuito da Ripley's Film. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: Film per tutti - MYmonetro 4,00 su 10 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Il piccolo Gérard ha un padre molto ricco e molto impegnato negli affari. Anche la madre è sempre presa da mille impegni e non ha tempo di occuparsi di lui. Ha vinto un premio ai Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes,

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Consigliato assolutamente sì!
4,00/5
MYMOVIES 4,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO 3,67
CONSIGLIATO SÌ
Tati/Hulot diventa portabandiera di chi non si vuole integrare e non accetta la modernità come una novità a tutti i costi positiva.
Recensione di Giancarlo Zappoli
Recensione di Giancarlo Zappoli

Gérard Arpel vive con i genitori in una villa in cui dominano la modernità e la plastica ma preferisce la compagnia dello zio materno Hulot il quale lo porta con sé nel vecchio quartiere della città in cui ha la sua abitazione. I signori Arpel cercano in tutti i modi di accasare il congiunto e di trovargli un lavoro affinché metta fine al suo stile di vita che ritengono stravagante.
Con il Premio della Giuria a Cannes e l'Oscar quale miglior film straniero Tati consegue, grazie a questo film, quel riconoscimento internazionale che gli consentirà di avere una totale libertà di azione per il suo futuro lavoro. Va detto che per arrivare all'Oscar mette in atto una strategia accurata con un doppiaggio in inglese e con alcune scene differenti rispetto alla versione europea. Gli americani gli proporranno un contratto con molti zeri per un film con Sophia Loren dal titolo "Mr. Hulot Goes West" ma Tati risponderà che all'Ovest preferisce l'Est, lasciandosi alle spalle qualsiasi possibilità di collaborazione con Hollywood.
Dove sta un così forte potere di attrazione del film e del suo personaggio? Sta innanzitutto nel fatto che, dopo il paese di Giorno di festa e la località balneare di Le vacanze di Monsieur Hulot si affronta finalmente in modo frontale la dimensione urbana. Tati/Hulot diventa così il portabandiera di chi non si vuole integrare, di chi non vuole accettare come positiva una modernità assurta ad idolo da parte di quelli che vogliono dare di sé un'immagine costruita ad hoc. Il tormentone della fontana con getto d'acqua nel giardino degli Arpel (che è tenuta inattiva e viene 'accesa' solo se arriva un ospite che si vuole stupire) ne è l'emblema. Hulot però non è un rivoluzionario, è piuttosto un cane sciolto (come quelli che simbolicamente aprono e chiudono il film inseguiti dal loro consimile con cappottino in cerca di libertà). Non a caso il piccolo Gérard trova in lui quel respiro vitale che, in una casa in cui si mangia un uovo come se si fosse in un freddo ospedale, fa desiderare frittelle consumate in libertà. Tati contrappone i due aspetti dell'urbanizzazione (uno in cui la dimensione umana ha ancora un suo rilievo e l'altro in cui tutto si riduce a formalismo ed automatizzazione) ma non deve essere ascritto d'ufficio a un passatismo fine a se stesso. Basti pensare che lo scenografo Jacques Lagrange immagina la villa degli Arpel seguendo canoni architettonici che sono solo falsamente moderni in quanto risalgono all'International Style che ebbe il suo momento di fulgore tra gli anni Venti e i Trenta.
Ciò che Hulot in fondo sottolinea è ben altro. Il mondo di plastica che si prefigura sta plastificando anche gli esseri umani e se il rapporto tra Gérard e il padre rimanda a quello non facile tra lo stesso Tati e il suo genitore, in questo film il regista francese soprattutto avverte e teme l'assedio di una società in cui, come il De Sica di Miracolo a Milano, non ci sia più un luogo in cui "buongiorno voglia dire veramente buongiorno". Ce lo comunica grazie a gag che entreranno nella storia del cinema e i cui tempi comici saranno da modello per innumerevoli film (un esempio per tutti: Hollywood Party di Blake Edwards).

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Torna al cinema il capolavoro restaurato di Jacques Tati.
Francesco Rufo

Hulot e altri operai nascondono il tubo difettoso e di notte lo gettano in un fiume; un giovane scambia il tubo per un suicida, si tuffa e quando si avvede dell’equivoco insegue Hulot, ma alla fine tutti si ritrovano a far baldoria, mentre gli Arpel si annoiano in un locale lussuoso. Per liberarsi di Hulot, Arpel decide di spedirlo come agente della fabbrica in provincia. Papà Arpel e Gérard, rattristato dalla partenza dello zio, accompagnano Hulot all’aeroporto. Arpel provoca lo scherzo del lampione ai danni di un passante: Gérard ride e stringe la mano del padre nella sua.

Mio zio si basa in gran parte sul personaggio di Monsieur Hulot. Hulot è l’alter ego di Tati: è un uomo allampanato, svagato, maldestro; ha sempre con sé pipa e ombrello, indossa pantaloni corti alle estremità, un impermeabile beige e un cappello stinto, si muove sempre in bicicletta, parla poco; è un adulto rimasto bambino, ha serbato in sé l’allegro, gentile, sognante spirito dell’infanzia: si spiega così lo stretto legame tra Hulot e Gérard. Hulot è lo zio, ossia la figura ideale di mediazione tra due generazioni, quella dei genitori e quella dei figli. Hulot è per Gérard un termine di paragone e un’alternativa rispetto allo stile di vita e ai valori espressi dai genitori. Il tempo trascorso con lo zio è una fuga dalla realtà asettica della sua vita domestica, dai condizionamenti, dall’artificialità, dalla disumanità, una fuga verso la libertà, la naturalezza, l’umanità.
Il film segue l’evoluzione dei rapporti di Gérard con suo zio e con suo padre. Nel corso del film, il padre, il rigido sig. Arpel, ha imparato la lezione e il segreto di Hulot, ha appreso e assorbito da Hulot qualcosa che non sapeva o non ricordava, si è umanizzato; e il figlio, Gérard, si rende conto di questo cambiamento, e si avvicina al padre.
Il sig. Arpel è il rappresentante della parte nuova della città; Hulot è il rappresentante della parte vecchia. In questa prospettiva, il film tratteggia il contrasto tra nuovo e vecchio, tra moderno e antico. La parte nuova e la parte vecchia della città sono divise da un terreno incolto, una terra di nessuno su cui il film si apre e si chiude.
La parte nuova della città è il mondo moderno, un mondo freddo, grigio, automatizzato, monotono, disumano. Il mondo nuovo è dominato dalla reificazione dell’essere umano, dagli obblighi, dalle convenzioni, dalle formalità, dall’omologazione, dall’apparenza, dalle differenze di classe, dal consumismo, dalle mode, dagli oggetti, e dalle macchine, che tendono a liberarsi dal controllo dell’uomo, a diventare autonome, folli, distruttrici, a imprigionare, piegare, assoggettare l’uomo. Nel mondo nuovo, il vivente è meccanizzato e il meccanico è vivificato. I gesti e i comportamenti che si attuano nel mondo nuovo sono ripetitivi, ossessivi, ottusi. I centri del mondo nuovo sono la villa degli Arpel e la fabbrica, dalle architetture geometriche e incolori.
La parte vecchia della città è il mondo antico, un mondo movimentato, sbilanciato, in cui regnano la naturalezza, la semplicità, l’innocenza, la schiettezza, la giocosità, il calore, la solidarietà, la libertà, l’umanità. I gesti e i comportamenti che si attuano nel mondo vecchio sono spontanei, istintivi. I centri del mondo vecchio sono il quartiere popolare, e la casa in cui vive Hulot, in cui tutto è visibile dall’esterno, fondato sulla trasparenza. Hulot entra nel mondo nuovo come un’irregolarità, un’anomalia, e il mondo nuovo tende a rifiutarlo, ad allontanarlo: Hulot non riesce a rapportarsi al mondo nuovo, lo sconvolge, lo danneggia, oppure tenta di modificarlo, di umanizzarlo.
Tati osserva la realtà, e vi trova una comicità delicata, discreta: al comico di osservazione si unisce il burlesque, e la realtà osservata viene trasfigurata, fa trasparire elementi onirici, surreali, metafisici. Dalla realtà concreta si passa a una metafisica dell’immaginazione, e si arriva infine a un punto di indiscernibilità tra concreto e immaginario, tra reale e surreale.
La comicità di Tati si basa sulla creazione di pure situazioni e immagini ottiche e sonore, sulla scena come pura descrizione. Sul piano visivo, Tati usa quasi sempre campi medi, lunghi, totali, e muove molto poco la macchina da presa: in questo modo, tutto appare come fosse visto da lontano, e bisogna prestare sempre la massima attenzione a ciò che si vede, per riuscire a seguire appieno le gag che si distribuiscono nella scena. L’occhio di Tati è quello di chi guarda il mondo da lontano, come fosse affacciato a una finestra.

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Gli Arpel vivono in una villa ultramoderna, dotata di tutti i conforti elettromagnetici. Il loro figlio Gérard di nove anni preferisce ai genitori M. Hulot, lo zio materno, scapolo spensierato che abita in un quartiere popolare. 3° lungometraggio di Tati e 1° a colori, è fondato sulla contrapposizione di due mondi in cui l'autore riesce a conciliare il comico di osservazione con il burlesque attraverso una serie di invenzioni buffe che, pur sfiorando il surreale, hanno le radici in una plausibile quotidianità. "Per Tati soltanto il poeta e il bambino, grazie alla loro spontaneità, possono salvare la nostra società dalla disumanizzazione che nasce dalla standardizzazione" (G. Bellinger). Bisogna riconoscere che, anticipatore degli ecologisti, Tati diceva con garbo cose che non erano molto comuni alla fine degli anni '50. Oscar per il miglior film straniero.

Tutte le recensioni de ilMorandini
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RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
martedì 25 agosto 2009
monia raffi

Mon Oncle è un film davvero intelligente. Trova la sua forza in una forma allegra e coinvolgente, e allo stesso tempo solleva uno dei problemi che con il passare degli anni ha assunto toni tutt’altro che ilari: la profonda stupidità che dilaga nella società dei consumi. La trama del film è incentrata sulla contrapposizione di due mondi nella medesima città che è, già in sé, immagine di tutti quei [...] Vai alla recensione »

mercoledì 19 gennaio 2011
Massimiliano Curzi

Il film più poetico di Tati, in cui l'autore si svincola almeno in parte dal comico di osservazione che aveva caratterizzato la sua opera d'esordio (Giorno di festa): la contrapposizione tra declino della provincia francese e contemporanea ascesa dell'assetto metropolitano con il suo crescente catalogo di rumori, di convenzioni e di regole asettiche è indubbiamente drastica, [...] Vai alla recensione »

martedì 7 luglio 2015
Luca Scialo

Attraverso le sue divertentissime pellicole, Jacque Tati irrideva la borghesia e in questo caso anche la modernità. Quella che, invece di rendere più semplice, pratica e comoda la vita degli esseri umani, paradossalmente la complica. Qui racconta la storia di una famigliola borghese francese, col capo famiglia proprietario di una fabbrica di plastica, nella quale produce arredamenti [...] Vai alla recensione »

venerdì 20 febbraio 2015
il befe

 il capolavoro restaurato di Jacques Tati

venerdì 20 febbraio 2015
il befe

incredible

winner
miglior film straniero
Premio Oscar
1959
winner
premio speciale della giuria
Festival di Cannes
1958
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