La sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema di Venezia ha presentato un programma coraggioso, potente e libero.
di Paola Casella
La 40esima edizione della Settimana della Critica, sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema di Venezia organizzata dal Sindacato Critici Cinematografici Italiani, rimanda “una chiara eco del presente”, nelle parole della Delegata generale e Direttrice artistica Beatrice Fiorentino. “Ogni film raccoglie e rilancia le tensioni del nostro tempo, attraversa spazi di frontiera geografici, identitari, esistenziali”, mettendo in vetrina un cinema “giovane, coraggioso, potente, libero, fatto di contrasti e di corpi in mutazione, di schermi, immagini riflesse, linee mobili e confini da oltrepassare”.
In effetti il tema dei confini ricorre in molti dei sette titoli selezionati per il Concorso, così come compaiono spesso personaggi giovani e giovanissimi alle prese con momenti di crescita e di scoperta che condizioneranno il loro futuro, e forse anche il futuro del mondo. Molti i riferimenti letterari e cinematografici cui, secondo Fiorentino, alcuni film possono essere accostati: Beckett, Kafka, Orwell, Jacques Tati e David Lynch. Frequenti anche riferimenti all’emancipazione femminile, in una selezione in cui quattro titoli su nove sono firmati da registe.
APERTURA
Il film di apertura è la produzione franco-canadese Stereo Girls di Caroline Deruas Peano, una storia di amicizia anni Novanta che è anche un coming of age analogico, “tra tinte accese, glitter e registratori a cassette”, afferma Fiorentino. “Uno spensierato sogno pop che sa di adolescenza e di libertà”
CONCORSO
Due i titoli italiani in gara: il primo è Agon di Giulio Bertelli, una coproduzione con Stati Uniti e Francia. Un racconto distopico ambientato durante giochi olimpici immaginari dove si gareggia senza spettatori, secondo Fiorentino un film “tra sport movie, videosaggio e cinema processuale” che attraversa i generi e che si rivela un esempio di “cinema del post umano”. Waking Hours di Federico Cammarata e Filippo Foscarini è invece “un’opera rigorosa e immersiva che mette in scena la frontiera come dispositivo di controllo” dove “il confine è uno stato dell’essere e ogni limite fisico è anche strumento di potere”.
Dal Sud del mondo arrivano Cotton Queen di Suzannah Mirghani, una coproduzione Germania, Francia, Palestina, Egitto, Qatar e Arabia Saudita ambientata in Sudan, inei campi di cotone in cui “il cotone diventa simbolo di resistenza alle cicatrici del colonialismo”: una storia di emancipazione femminile con una giovane protagonista che “vive il conflitto tra matriarcato e modernità, fra tradizione e desiderio”. Roqia di Yanis Koussim, coprodotto da Algeria, Francia, Qatar e Arabia Saudita, è invece un horror (genere spesso frequentato dalla SIC nella sua valenza metaforica) in cui “l’Islam si mostra diviso tra devozione rituale e deriva fondamentalista” e che “riflette sull’identità frantumata del mondo arabo”. Gorgonà di Evi Kalogiropoulou, coproduzione franco-greca che Fiorentino, viene descritto da Fiorentino come un’opera “tra iconografia pop e tragedia greca” poiché “riscrive il mito classico in chiave contemporanea, raccontando una furia femminile che è desiderio di rivolta e trasformazione” e che riesce a scatenare “forze mitologiche capaci di cambiare la Storia”.
Tre i titoli prodotti o coprodotti dal Regno Unito, il primo dei quali, Ish di Imran Perretta, riprende la tematica della frammentazione del mondo islamico: “Un gruppo di ragazzi musulmani affronta il passaggio all’età adulta nella periferia di Londra, metafora dell’Occidente e mappa emotiva e campo di conquista, il luogo in cui imparare a crescere in una società che li esclude”, ricorda Fiorentino, che definisce invece Straight Circle di Oscar Hudson, coprodotto con il Sudafrica, come “un esordio folgorante” che affronta i temi della “arbitrarietà delle frontiere, il conflitto che incombe, e il delirio di chi siede al potere”.
CHIUSURA
Il terzo lungometraggio proveniente dal Regno Unito è 100 Nights of Hero di Julia Jackman, commedia brillante e ironica in costume tratta da un’omonima graphic novel, che “rilegge la figura di Sheherazade in chiave queer modernista e femminista” e in cui l’immaginazione delle due protagoniste diventa, ancora una volta, strumento di emancipazione femminile.