Il regista Rodrigo Sorogoyen espande il suo omonimo corto candidato all'Oscar e scava nelle pieghe più profonde dell’animo umano con una delicatezza tanto più lacerante quanto più trattenuta. In streaming su MYmovies ONE. GUARDA ORA IL FILM »
di Alberto Libera
Rodrigo Sorogoyen è senza ombra di dubbio uno dei più grandi autori europei della contemporaneità. Lo dimostra perfettamente Madre, tratto da un omonimo cortometraggio diretto dallo stesso regista e candidato all’Oscar. Il film ne espande il nucleo e immerge lo spettatore in un’ambigua e fascinosa vicenda di perdita e sopravvivenza che rinuncia alle facili lusinghe del melodramma.
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La vicenda si apre dodici anni dopo un evento tragico e traumatico: la scomparsa di Iván, il figlio della protagonista Elena (Marta Nieto), avvenuta quando il bambino aveva solo sei anni.
Non assistiamo direttamente alla sparizione, ma ne percepiamo la scia, sedimentata nella quotidianità della donna, ormai trasferitasi in una località balneare francese. È qui che si ambienta la sua metaforica rinascita: sulla spiaggia Elena incontra Jean (Jules Porier), un adolescente che le ricorda – non senza dolore – il figlio perduto.
Tra i due s’instaura una relazione sospesa tra la compassione materna e un’intimità quasi proibita, che Sorogoyen racconta con una sensibilità straordinaria, evitando ogni tentazione scandalistica o i cedimenti al facile psicologismo.
Impossibile non citare il folgorante incipit: un magistrale piano sequenza di oltre dieci minuti ambientato nell’appartamento della protagonista e imperniato sul drammatico scambio telefonico tra la madre e il figlio smarrito.
Ma il film non è un semplice esercizio di stile: la macchina da presa di Sorogoyen si muove con fluidità tra corpi, paesaggi e silenzi e costruisce un racconto contemporaneamente inquieto e ipnotico, sospeso tra l’ossessiva messinscena di una quotidianità sommessa e un’atmosfera che diventa sempre più rarefatta e quasi astratta, dove la tensione, dapprima quasi impercettibile, cresce col passare dei secondi.
Il vero protagonista è il tempo: il tempo che passa senza sanare, il tempo che s’incaglia nell'anima, quello che muta i corpi ma non le ferite. Sorogoyen sfida continuamente lo spettatore, impedendogli di trovare risposte certe. Chi è Jean per Elena? Forse una proiezione? Una possibilità di redenzione? Un pericolo?
Tutte le ipotesi vengono genialmente lasciate aperte perché in Madre non vi è alcuna catarsi né rassicurazione: il dolore permane, si nasconde, prende forme inattese e forse inconfessabili. Il vuoto non si riempie, mentre la tenerezza si mescola inestricabilmente alla disperazione.
A donare al film l’acqua della vita è l’eccezionale interpretazione di Maria Nieto, fatta di sguardi, pause e gesti impercettbili. È attraverso la sua presenza, in bilico tra il desiderio di ricominciare e l’impossibilità di liberarsi dal passato, che Sorogoyen può tessere la sua struggente riflessione sul lutto e sulla memoria.
Il risultato è un film perfetto, capace di scavare nelle pieghe più profonde dell’animo umano con una delicatezza tanto più lacerante quanto più trattenuta. È un cinema che sfida lo spettatore a rimanere nella zona grigia dell’incertezza, dove l’amore, la perdita e il desiderio si intrecciano in un nodo impossibile da sciogliere.