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Rodrigo Sorogoyen

Rodrigo Sorogoyen (Rodrigo Sorogoyen del Amo) è un regista, produttore, sceneggiatore, è nato il 16 settembre 1981 a Madrid (Spagna). Al cinema il 12 novembre 2026 con il film L'essere amato.
Nel 2023 ha ricevuto il premio come miglior regia al Goya per il film As Bestas. Dal 2019 al 2023 Rodrigo Sorogoyen ha vinto 2 premi: Goya (2019, 2023). Rodrigo Sorogoyen ha oggi 44 anni ed è del segno zodiacale Vergine.

Se il piano-sequenza è tutto

A cura di Fabio Secchi Frau

Cosa è quella forza invisibile che, nei film di Rodrigo Sorogoyen, ti afferra alla gola senza alzare la voce? Non è un colpo di scena, non è un effetto speciale, non è nemmeno la trama. È il piano-sequenza. E dentro c'è di tutto un silenzio che si incrina, un volto che si irrigidisce, un corridoio che sembra stringersi.
È lì che il regista spagnolo compie il suo piccolo miracolo: trasforma la grammatica in una materia viva, malleabile, come l'argilla ancora umida tra le mani di chi sa darle forma. La capacità di ogni buon regista di far nascere qualcosa di potente dall'ancoraggio, da un'emozione che prende corpo davanti ai nostri occhi.
Il regista spagnolo è oggi uno degli autori più sorprendenti del cinema europeo, capace di unire rigore formale e spregiudicatezza narrativa in una miscela di generi che la critica ha imparato a riconoscere come la sua firma.
La Spagna lo ha consacrato con 16 Premi Goya, l'Academy lo ha notato con Madre, la Francia lo ha accolto con entusiasmo per El ser querido. Ma ciò che colpisce, film dopo film, è la sua capacità di costruire tensione senza artifici, come in As bestas, dove la violenza è un animale che respira sotto la superficie o nel corto Madre, il dolore non concede tregua, mentre in Stockholm la seduzione si trasforma in un territorio ambiguo e inquieto, un'altezza dalla quale lasciarsi cadere.
Eppure, il suo talento era già visibile in 8 citas, un film corale che viveva di dialoghi, di personaggi che sembravano incontrarti per strada, di quella leggerezza che non era mai superficialità. Rifiutando le gabbie dei generi, anzi mescolandoli, li reinventandoli, usandoli per raccontare ciò che davvero gli interessa (la fragilità umana, le zone grigie, i desideri che non sappiamo nominare), mai come ora, il paragone della sua regia con il vaso ancora umido, ancora vivo, che ti rimane tra le mani e ti sporca un po' le dita, è azzeccato.

Studi
Nato a Madrid nel 1981, Rodrigo Sorogoyen è figlio dello sceneggiatore e regista spagnolo Antonio del Amo.
Cresciuto sul set, studia Storia alla Universidad Complutense di Madrid e, nel 2001, si iscrive alla Escuela de Cine Septima Ars, passando poi alla Escuela de Cinematografía de la Comunidad.

In televisione
I suoi primi passi sono tutti televisivi. Inizia con un episodio di Ke no! (2005) e prosegue con la regia di altri telefilm iberici (Manolo & Benito Corporeision, Impares, Impares premium, En casa, Antidisturbios - Unità antisommossa, l'horror Historias para no dormir e Dieci Capodanni).

L'esordio
Cinematograficamente, debutta nel 2008 con 8 citas, apprezzato (pur con molte riserve) dalla critica spagnola e argentina soprattutto per la forza del cast corale e la scrittura dei dialoghi, considerati vivaci, credibili e capaci di dare identità ai personaggi anche all'interno di episodi molto brevi.
L'esordio però è un po' claudicante e Sorogoyen ci riproverà con Stockholm (2013), un racconto intimo e perturbante sulla seduzione, sulla manipolazione e sulla solitudine contemporanea, attraverso una regia di estrema precisione formale, capace di trasformare una storia apparentemente semplice (due giovani sconosciuti che si incontrano a una festa) in un dispositivo psicologico a doppio fondo. La costruzione del "gioco della conquista" come meccanismo narrativo e morale, dove ciò che viene detto e ciò che viene taciuto genera tensione continua, l'uso dello spazio urbano notturno come labirinto emotivo (fatto di corridoi, strade deserte e interni che cambiano funzione man mano che il rapporto tra i due protagonisti si incrina), ma anche la regia basata su ellissi e ambiguità e un controllo rigoroso dei tempi, permette a Sorogoyen di far emergere paura e desiderio, senza mai ricorrere a spiegazioni didascaliche.
Un lavoro di "desdoblamiento", un doppio movimento narrativo e psicologico, che si manifesta sia nei personaggi (senza nome), sia nella struttura in due metà speculari, dove ciò che sembrava romantico diventa inquietante.
Tre anni più tardi, torna al cinema con Che Dio ci perdoni (2016) con Antonio de la Torre e Roberto Álamo nel ruolo di due ispettori che devono risolvere il caso di diverse donne anziane che vengono brutalmente violentate e uccise.

Madre e Madre
Ma è con il cortometraggio Madre che arriva la sua candidatura all'Oscar.
Basato su una telefonata di un figlio, che scatena nella madre una corsa contro il tempo, il corto del 2017 vince il premio Goya per costituire un esempio di tensione pura in tempo reale, interamente fondato su un unico, devastante piano sequenza che trasforma una telefonata quotidiana in un incubo crescente. La macchina da presa resta incollata al volto della protagonista, senza stacchi, lasciando che l'ansia si accumuli in modo organico e quasi insostenibile, mentre la regia orchestra spazio, tempo e movimento con una precisione che amplifica ogni respiro, ogni esitazione, ogni silenzio. Un approccio immersivo, sostenuto da un uso calibratissimo della lente grandangolare e da una direzione attoriale che estrae da Marta Nieto una performance di panico autentico.
Un'occasione ghiotta che amplierà con il lungometraggio sequel omonimo del 2019, trasformando un corto di altissima tensione in un lungometraggio che non replica il trauma iniziale, ma lo espande in una direzione radicalmente diversa, costruendo un racconto psicologico fatto di ambiguità e desideri inespressi. Rodrigo Sorogoyen e Isabel Peña scelgono deliberatamente di non fare il film "ovvio" sul lutto, ma di esplorare ciò che accade dopo, quando il dolore non è più evento ma condizione esistenziale.
La sceneggiatura mantiene intatto il piano sequenza del corto come prologo e poi apre un territorio nuovo, concentrato sull'evoluzione interiore della protagonista e sul suo rapporto con un ragazzo che incarna insieme il fantasma del figlio perduto e una possibilità disturbante di rinascita. Una scelta letta come un atto di coraggio narrativo, perché evita il thriller, la ricerca, la catarsi, per perdersi tra tabù emotivi, desideri contraddittori e dinamiche relazionali difficili da definire.

Altri pluripremiati film
In mezzo, c'è Il regno (2018), su un influente vice segretario regionale, incastrato da una fuga di notizie che lo coinvolge in uno scandalo per corruzione. La pellicola gli fa ottenere il Goya per la miglior regia e sceneggiatura e viene riconosciuta come uno dei più potenti e rigorosi thriller politici degli ultimi anni, capace di trasformare lo scandalo della corruzione in Spagna in un racconto di tensione continua, sostenuto da una regia vorticosa e da un'interpretazione centrale straordinaria.
Unendo denuncia sociale, ritmo narrativo serrato e un realismo politico che ha colpito profondamente il pubblico iberico, Sorogoyen segue una discesa agli inferi girata con un senso di urgenza quasi documentaristico, teso a descrivere il clima politico spagnolo (crisi economica, sfiducia nelle istituzioni, nascita dei populismi).
Nel 2022, arriva il ferocissimo As bestas, su una coppia francese stabilita in un villaggio della Galizia che entra in scontro con la gente del posto.
Ancora una volta, Sorogoyen stravince ai Goya, portandosi a casa le categorie per il miglior film, regia e sceneggiatura originale. Un thriller rurale di tensione quasi fisica, che vede nel conflitto quotidiano una spirale di ostilità ancestrale.
La sua macchina da presa aderisce ai corpi e ai volti fino a far percepire il disagio come materia viva, alterna lunghi piani sequenza a improvvise contrazioni narrative che amplificano la sensazione di minaccia, usa il paesaggio galiziano come forza drammatica e non come sfondo, fa esplodere dialoghi per densità emotiva e dirige gli attori con una precisione che rende ogni gesto un segnale di guerra imminente.
Tornerà al cinema con El ser querido (2026), nel quale un celebre regista e sua figlia (Javier Bardem e Victoria Luengo) si ritrovano a lavorare allo stesso film. Qui, il rapporto padre figlia come nodo emotivo, morale e professionale si fa un confronto frontale che si radica nella tradizione francese del "duello psicologico" (i primi 18 minuti girati in un unico piano sequenza, senza che i due attori si fossero incontrati prima, sono stati particolarmente notati).

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