I titoli del Polish Film Festival raccontano l’attenzione al presente e il rifiuto dell’indifferenza.
di Marianna Cappi
A poco più di venti chilometri da Danzica, affacciata sul mar Baltico, la giovane città di Gdynia (non ha ancora compiuto cento anni) si trasforma ogni anno per sei giorni nella capitale del cinema polacco. Dedicato interamente alla produzione nazionale, il Polish Film Festival (FPFF, Festiwal Polskich Filmow Fabularnych), giunto in questi giorni alla sua quarantanovesima edizione, ha assunto già da tempo una dimensione e un appeal internazionali, grazie anche a un’organizzazione giovane e accogliente, alla felicità degli ambienti che lo ospitano, alla presenza di una piccola ma vivace sezione Industry e all’interesse degli incontri e delle conversazioni in cartellone.
Per chi viene dall’estero, prendere parte al festival di Gdynia significa dunque immergersi completamente nella cinematografia polacca, ma anche nelle stratificazioni culturali, linguistiche, storiche e politiche di un paese tanto affascinante quanto complesso.
A competere quest’anno, dal 23 al 28 settembre, per i Leoni d’oro e d’argento (il festival nasce in realtà a Danzica, nel 1974, e questo spiega i leoni, simbolo della città e del suo spirito indomito) sono 16 film, più 29 cortometraggi. Debutta anche una terza sezione competitiva, Prospettive, fortemente voluta dalla direttrice artistica Joanna Lapinska, con 8 titoli, la metà dei quali opere prime. E poi i documentari, la sezione Gdynia For Children (che compie vent’anni), le coproduzioni, le proiezioni speciali (partecipatissima quella di Amator/Il Cineamatore di Kieslowski, proprio come quella del quasi contemporaneo Ecce Bombo, poche settimane fa a Venezia).
Ad aprire la competizione ufficiale è stato il film che la Polonia ha scelto di candidare alla selezione per l’Oscar, Under the volcano, di Damian Kocur, presto a Roma nel palinsesto di Alice nella Città. Dopo l’acclamato Bread and Salt (Premio Speciale della Giuria a Orizzonti 2022), Kocur punta stavolta l’obiettivo su una famiglia ucraina benestante in vacanza a Tenerife, sorpresa a distanza dallo scoppio del conflitto in patria, per raccontare una guerra vissuta nella mente, che smantella progressivamente ruoli e percezioni.
Il concorso, libero dal vincolo delle anteprime mondiali, porta sullo schermo anche Green Border di Agnieszka Holland, The Girl with the Needle di Magnus Von Horn e Woman of di Malgorzata Szumowska e Michal Englert (entrambi a Cannes 2024), insieme a titoli di nomi forse meno noti ai più (segnaliamo Minghun di Jan P. Matuszynski, in cui un uomo, spezzato dal lutto, decide di operare il singolare rituale cinese del matrimonio post mortem) e a ben 4 opere prime.
Si affacciano esperimenti di genere, incursioni nel fantastico per dire il trauma (Wet Monday, di Justyna Mytnik, diplomata alla Lodz Film School), ma il nuovo cinema polacco guarda soprattutto al presente e al reale: insomma si guarda intorno, rifiutando l’indifferenza. Negli ultimi anni le produzioni polacche che riguardano il conflitto in Ucraina, le violenze in Bielorussia, in Ungheria, e altri conflitti europei, sono infatti aumentate in modo esponenziale. Solo in questi giorni, oltre al magnifico film della Holland, trattano di regime e confine bielorusso Under the Grey Sky, di Mara Tamkovich e il documentario Silent Trees di Agnieszka Zwiefka, mentre l’Ucraina torna ancora nei lungometraggi a soggetto Two Sisters di L. Karkowski e People di M. Slesicki e F. Hillesland.
L’occasione per vedere in Italia alcuni (e altri) di questi titoli sarà a Roma, a novembre, nel tradizionale appuntamento con CiakPolska, il festival organizzato dall’Istituto Polacco, al Palazzo delle Esposizioni.