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Romana Maggiora Vergano: «Fidatevi dei vostri sogni»

L’attrice a Giffoni ripercorre il suo percorso in attesa di sbarcare alla Mostra del Cinema di Venezia diretta da Francesca Comencini.
di Simone Soranna

sabato 27 luglio 2024 - Incontri

Quasi un anno fa, si è fatta conoscere al pubblico italiano grazie al successo di C’è ancora domani (dove interpretava Marcella Santucci, la figlia dei personaggi interpretati da Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea). Da qualche giorno si sta facendo intercettare dalle platee internazionali grazie alla partecipazione nella serie kolossal di Amazon Prime Video, Those About to Die. A settembre sfilerà invece sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia, per presentare Il tempo che ci vuole, ultima fatica di Francesca Comencini incentrata sul rapporto tra l’autrice e suo padre, il regista Luigi Comencini. Insomma, per Romana Maggiora Vergano, classe 1997, è un anno da incorniciare. 
Abbiamo incontrato l’attrice al Festival di Giffoni, dove abbiamo avuto modo di farci raccontare proprio di questa incredibile annata, dei suoi modelli di riferimento e delle ambizioni future che la stimolano maggiormente. 


Sei molto giovane, eppure hai già partecipato a progetti diversi tra fiction, cinema, serie tv, teatro… come cambia il tuo lavoro a seconda del settore in cui prendi parte?
Tutti questi ambienti necessariamente esigono una messa in scena differente. Tuttavia credo che l’origine del lavoro sia la stessa. O almeno, io, quando mi addentro nel cinema, nella televisione o nel teatro, adopero il medesimo processo per approcciarmi al testo. Quindi non credo che, per un’interprete, la differenza sia così eclatante nel lavoro sul personaggio. Poi la resa è diversa, certo, ma questo è un altro discorso.

In quale di questi settori ti trovi maggiormente a tuo agio? Ce n’è uno che preferisci?
Ho sempre pensato che, in un mondo utopico in cui mi venisse chiesto di scegliere tra cinema e teatro, probabilmente sceglierei il teatro, perché le emozioni che ti arrivano stando in scena e ricevendo un feedback immediato del pubblico, così come il clima di lavoro che si crea con il resto del cast e con i tecnici durante tutto il periodo delle prove, è veramente speciale. Inoltre il teatro ti concede l’occasione di modificare in qualche modo la tua interpretazione a ogni replica, in base anche alle energie che avverti in scena: è una sensazione unica. 

Hai qualche punto di riferimento, qualche modello che segui o che ti ha ispirato lungo questi anni?
Ultimamente i miei punti di riferimento, in termini di recitazione, sono due attrici che lavorano da tempo e che ho sempre seguito. Sto parlando di Jasmine Trinca e Barbara Ronchi. Ho avuto la possibilità di conoscerle proprio quest’anno e umanamente c’è stato proprio un bello scambio tra di noi. 

Che consiglio ti senti di dare alle ragazze e ai ragazzi più giovani che vorrebbero intraprendere la tua strada?
Darei loro il medesimo consiglio che è stato dato a me all’inizio del mio percorso, ovvero quello di cercare di divertirsi sempre e di tornare sempre a se stessi, di fidarsi della propria persona, delle proprie personalità, dei propri sogni e sensazioni. Inoltre credo sia utile cercare il più possibile di creare una rete di fiducia che sia stimolante creativamente. 

C’è ancora domani è stato un successo sorprendente. Da parte vostra come avete vissuto tutto questo entusiasmo, vi aspettavate un simile risultato? 
No. Personalmente non ero minimamente cosciente della potenza di riscontri che il film ha ottenuto, non me l’aspettavo per nulla. Ma non se lo aspettava nemmeno la regista, Paola Cortellesi, la quale, da attrice, era già comunque abituata a dei numeri importanti per il nostro cinema. Quindi, se si è sorpresa lei, provate a immaginare quanto sia rimasta spiazzata io. E il tutto continua ancora a sorprenderci. È passato quasi un anno ormai: è incredibile (ride, nda).


Il film ha scosso molto la coscienza nazionale. Anche tu hai avvertito delle nuove responsabilità derivate da questo lungometraggio?
Quello delle responsabilità è un tema su cui mi sono interrogata tanto perché nonostante io conoscessi ovviamente la storia del film, poi vedere al cinema quel finale lì, ha sconvolto anche me. Mi ha dato una bella botta. Infatti poi, durante le votazioni che si sono svolte poco dopo nel nostro Paese, sono andata a votare salendo le scale, con la tessera elettorale in mano, con un altro spirito e un altro peso. Mi piace definirlo un peso leggero però, perché sì, è un senso di responsabilità, ma anche un senso di grande speranza. 

Dopo il successo di C’è ancora domani, hai avuto modo di lavorare in una produzione americana ad alto budget, la serie Amazon Prime Video Those About To Die, che vanta tra gli interpreti Anthony Hopkins e tra i registi Roland Emmerich. Ci sono delle differenze tra le lavorazioni italiane e quelle statunitensi?
Sì, senza dubbio, anche se il fatto di aver lavorato in Italia con una produzione americana, in qualche modo ha aiutato a limitare un po’ questo scalino che ci separa. Those About To Die è un progetto del tutto statunitense. Tuttavia lo abbiamo girato nel nostro Paese, quindi le maestranze, gli assistenti, i tecnici e tutta la troupe erano per lo più italiani. Il tutto ha favorito un incastro molto interessante. Ho la sensazione che gli americani siano delle macchine, siano molto veloci e siano anche disposti a fare dei sacrifici e dei compromessi in maniera anche piuttosto spietata. Invece magari noi italiani siamo sempre un pochino più insicuri, oppure comunque ci vogliamo un po’ bene, cerchiamo di non calpestare i piedi a nessuno e viviamo il set in modo più familiare. Loro invece sono un decisamente più freddi ma portano a casa il lavoro che devono fare. Sono quindi due visioni di lavoro diverse, però il fatto di aver girato la serie in Italia ha reso il tutto un pochino più omogeneo.

A proposito di produzioni straniere, ti piacerebbe un giorno intraprendere un percorso all’estero?
Sì, sicuramente, perché in qualche modo arricchirebbe anche la mia curiosità di poter lavorare con persone all’infuori del nostro Paese, conoscere nuovi colleghi e provare a capire come loro approcciano i ruoli o i progetti rispetto a quelli che sono i nostri standard più consolidati. Però probabilmente non me la sentirei di vivere all’estero. Quindi per lavoro, in un periodo ben definito, andrei molto volentieri. Ma io sono anche molto attaccata alla mia casa, intesa non solamente come un luogo fisico ma come l’insieme di molti valori, affetti, amici, parenti… Sicuramente in trasferta andrei volentieri, però poi tornerei qua.

Il tuo percorso, come abbiamo avuto modo di raccontare, è stato sensazionale. Ora però hai davanti a te un’altra esperienza interessante: la presentazione, alla Mostra del Cinema di Venezia, del nuovo film di Francesca Comencini, Il tempo che ci vuole. Sappiamo che il progetto si basa sulla relazione tra l’autrice e suo papà, il regista Luigi Comencini. Puoi dirci qualcosa di più?

Purtroppo devo deludervi, non posso tassativamente parlarne (ride, nda). Posso dire però che sono molto contenta ed emozionata all’idea di presentarlo a Venezia. È un film a cui tengo moltissimo e mi auguro che potrà trovare un pubblico numeroso nelle sale perché tutti, il film, il progetto, la regista... lo meritano.


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