Call of God arriva al Lido e contemporaneamente in streaming. Un’occasione per scoprire o riscoprire una selezione di titoli dell’autore già inclusi nell’abbonamento a Biennale Cinema Channel e MYmovies ONE.
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di Emanuele Sacchi
Al momento dell’annuncio in conferenza stampa molti sono rimasti di stucco: dopo una lunga storia di amore reciproco, Kim Ki-duk è ancora presente alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, anche oltre la morte, grazie all’opera postuma Call of God. Il film sarà visibile sulla Sala Web della Mostra dal 6 settembre per iscritti a Biennale Cinema Channel e MYmovies ONE, ma la piattaforma è ricca di altri titoli dello stesso autore e offre la possibilità di un excursus privilegiato nella sua filmografia.
Un’occasione per scoprire o riscoprire un autore da sempre divisivo, specie alla luce delle polemiche e delle contraddizioni che hanno accompagnato l’ultima parte della sua esistenza.
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L’unione degli archivi di Fareastream e Kvision, entrambe piattaforme che aderiscono a MYmovies ONE, permette uno sguardo privilegiato sulle diverse fasi della carriera di Kim. A partire dagli inizi abrasivi, in cui la volontà di sfidare i limiti consueti della censura si trasforma in linguaggio nuovo e audace, rappresentati da L’isola (2000), Real Fiction (2000), Address Unknown (2001) e Bad Guy (2001).
È l’inizio del terzo millennio ed è il momento in cui i festival europei, a partire da Venezia con L’isola, si accorgono del talento grezzo e spiazzante di Kim, che arriva come uno schiaffo - gli amanti autolesionisti di L’isola, o l’ambiguo e violento mélo di Bad Guy - a rimettere in discussione i valori morali della critica e della cinefilia occidentale. Spesso ai limiti del sessismo, Bad Guy (forse il capolavoro di Kim?) è un’opera pressoché impensabile alla luce dei parametri odierni sulla questione, destinato a indignare e in egual misura affascinare.
Address Unknown introduce invece alla questione del 38° parallelo e dalla divisione tra Nord e Sud, su cui Kim tornerà con La guardia costiera (2002) e, in fase avanzata della propria carriera, con Il prigioniero coreano (2019, anch’esso presente su MYmovies ONE). L’auspicio per una possibile riunificazione dei due popoli si sposa in Kim con un punto di vista che esula dagli stereotipi demonizzanti più frettolosi, spesso riservati al Nord. A emergere sono la crudeltà e l’opportunismo propri della natura umana, nella visione di Kim, impulsi e manifestazioni di iniquità che spesso accomunano tanto Nord che Sud Corea, come esemplificato dalla simmetria degli interrogatori di Il prigioniero coreano.
La fase in cui Kim è sulla bocca di tutti i cinefili occidentali è rappresentata su MYmovies ONE da alcuni dei suoi titoli più classici, quali Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (2003), La samaritana (2004) e Ferro 3 (2004), tra i più noti e amati del regista coreano, quando la necessità di provocazione urticante lascia spazio a un’interessante pars construens spirituale, in cui il male inflitto diviene parte di un ciclico quadro buddista dell’esistenza umana.
Opere che hanno bisogno di poche presentazioni e che nessun amante del cinema dovrebbe lasciarsi sfuggire. La lucida follia di Arirang () rappresenta invece alla perfezione l’ultimo periodo della filmografia di Kim, seguito ai tragici incidenti sul set di Dream: un ibrido tra auto-documentario e opera di finzione, in cui il regista passa davanti alla macchina da presa per incarnare un personaggio vero o vero-simile con più di un punto di contatto con il classico alter ego kimiano.
Il documentario di Antoine Coppola Kim Ki-duk, cinéaste de la beauté convulsive, infine, è il necessario complemento critico che può consentire di riflettere e provare a rispondere alle molte domande aperte lasciate dalle opere di Kim Ki-duk, ancora attuali e problematiche a distanza di decenni dalla loro genesi.