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Citizen K, il regista: bisogna mantenere l'enigma Kitano

Il film è stato presentato ieri in anteprima italiana al Far East Film Festival di Udine e in contemporanea in streaming su MYmovies. GUARDA IL FILM »
di Giovanni Bogani

Takeshi Kitano (Kitano Takeshi) (79 anni) 18 gennaio 1947, Tokyo (Giappone) - Capricorno.
sabato 30 aprile 2022 - Incontri

Si chiama Citizen K. K come Kitano. Kitano, ovvero Takeshi Beat, come si faceva chiamare quando era un attore comico. Kitano come il regista più “cult” del Giappone oggi: l’unico capace di far schiantare insieme, nello stesso film – a volte nella stessa inquadratura – comico e tragico, violenza mortale e attimi di poesia. Momenti quasi infantili e squarci di sublime.
Il film, un documentario di settanta minuti, è stato presentato ieri in anteprima italiana al Far East film festival di Udine, e in contemporanea in streaming su MYmovies. Lo ha diretto il documentarista francese Yves Montmayeur. Lo incontriamo al Far East festival, di cui è ospite. E alla fine di una lunga chiacchierata, quando stiamo per salutarlo, ci rivela la cosa più curiosa.
Da quanto tempo vi conoscete, con Kitano?
“Sono quasi trent’anni. Ero un ragazzino, un giovane giornalista al festival di Cannes del 1993. Vidi Sonatine di Takeshi Kitano, e rimasi folgorato. Letteralmente. Un’ora dopo, sulla Croisette, lo vidi che camminava, con qualche addetto stampa intorno. Mi avvicinai, pieno di paura e di entusiasmo”.

Che cosa gli disse?
“Gli dissi che trovavo il suo film eccezionale, bellissimo, sconvolgente, crudo e poetico allo stesso tempo. Glielo dissi in un inglese stentato, ma lui capì. Non disse nulla. Ma all’improvviso, dal viso gli scese una lacrima. Disse: ‘In Giappone mi ritengono un pessimo regista. Rimase in silenzio un attimo. Poi aggiunse: mi sento un fallito. Ma adesso, dopo aver incontrato lei, no”.

Si è poi occupato, come giornalista, di cinema giapponese.
“In quei primi anni ’90, il cinema asiatico emergeva con prepotenza. E io volevo conoscere tutto questo: amavo il cinema giapponese del passato, per esempio, quello di Ozu, Mizoguchi, Kurosawa, ma allo stesso tempo volevo sapere tutto sui nuovi autori giapponesi. E mi sono fatto affascinare da questo mondo”.

Nato nel 1963, Yves Montmayeur ha già realizzato diversi documentari sul cinema orientale e su quello giapponese in particolare: Variations Kawase nel 2019 su Naomi Kawase, Tokyo Paranormal nel 2018 sulla tradizione del racconto sui fantasmi nel cinema, nel manga, nella danza e nelle leggende giapponesi.
Nel 2014 ha realizzato un documentario sul regista Michael Haneke, Michael Haneke: Profession réalisateur, mentre nel 2011 aveva dedicato un documentario al cinema erotico giapponese, Pinku Eiga – Inside the Pleasure Dome, e aveva esplorato la storia dei film sulla Yazuka in Yakuza Eiga nel 2009. Ancora prima, aveva esplorato il cinema poetico e lieve di Miyazaki in Ghibli et le mystère Miyazaki.

Anni dopo il vostro incontro, lei ha realizzato questo documentario su Kitano. Che cosa la affascina dell’uomo e del regista Kitano?
“Il suo viso. Un volto da cinema muto, che a volte sembra freddo, quando interpreta le scene di violenza dei suoi film. Ma si capisce che dietro la maschera c’è un’altra personalità, quella di un uomo estremamente emotivo. E dietro forse ce n’è un’altra ancora. E a volte, è vicino alla schizofrenia. Rischia di perdersi dentro le sue personalità, al punto di non ritrovarsi più”.

La schizofrenia di Kitano. Uno, nessuno e centomila Takeshi.
“In effetti, è proprio quello che ho cercato di raccontare. Un uomo che ha fatto il comico, che è nato in un ambiente tragico, poverissimo. Kitano si è sempre sentito uno escluso dal mondo degli altri: prima di tutto, dalla povertà estrema della sua famiglia”.

Ed è così che ha iniziato a frequentare gli ambienti della Yakuza, la mafia giapponese, che racconta nei suoi film?
“Era un modo, per lui, di essere parte di qualcosa. E la stessa Yakuza non era disprezzata dalla gente: la popolazione la accettava, se ne sentiva in qualche modo protetta”.

Dopo la tragedia della povertà estrema, c’è un’altra tragedia che il suo film racconta. L’incidente in moto che quasi costò la vita a Kitano. Il cranio fratturato, il coma, un anno di interventi chirurgici per ridargli un volto. Come ha fatto a spingerlo a parlarne?
“E’ stato un punto delicato da affrontare. La mia strategia è stata quella di non porgli domande dirette: di aspettare che ne parlasse lui. A un certo punto, mi ha parlato di una ‘ferita interiore’ e mi ha raccontato dell’incidente. Ha confessato di essere stato spinto da un inconsapevole desiderio di morte. Mi ha detto: ‘Avevo appena avuto i primi successi nei festival internazionali, ma mi sentivo un perdente’. E questa sensazione lo ha trascinato giù, nell’abisso”.

In un incontro, Kitano dice a un gruppo di giovani “Non cercate di diventare i più bravi artisti del mondo. Più del cinema, è importante la vita. Non vivete per lavorare”. Curioso, visto che la vita di Kitano è stata sempre febbrile, piena di impegno creativo.
“E’ una frase che spiega molto della personalità di Kitano. Lui non vuole atteggiarsi a professore, non si vuole prendere per artista. Non vuole dare lezioni a nessuno. Adesso è un artista celebrato, ha avuto dei premi. Ma pensa sempre di essere un uomo isolato, solo, e in definitiva infantile”.

Il titolo sembra alludere a questo ritorno all’infanzia: come nell’inizio di Citizen Kane, il film di Orson Welles. È questo il senso del titolo?
“Mi piaceva pensare che, come Orson Welles in ‘Citizen Kane’, anche Kitano sia un caleidoscopio di personalità differenti. All’inizio volevo svelare il mistero di tutte queste sue personalità: buffone assurdo, regista tragico, pittore, uomo vulnerabile, artista surreale”.

E alla fine?
“Alla fine ho pensato che il mistero non si può risolvere. E bisogna mantenere l’enigma Kitano. Kitano è tutte queste cose insieme, è un’urgenza creativa continua, è un poeta, è un bambino che non sa come invecchiare, è innocente e puro come i suoi film”.


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