Una narrazione poliedrica e mai retorica per un esordio convincente. Presentato alla Festa del Cinema di Roma e prossimamente al cinema.
di Paola Casella
Un uomo afroamericano guida la sua auto su una strada di Brooklyn, cantando. Una volante della polizia lo ferma e gli chiede i documenti. "Sono in servizio", afferma l'uomo, a bassa voce. E i poliziotti, dopo un rapido controllo, gli restituiscono i documenti, scusandosi. Un secondo dopo capiamo il perché delle scuse: l'uomo è un poliziotto, come loro. È questo il folgorante incipit di Monsters and Men, lungometraggio di esordio di Reinaldo Marcus Green, che si era già fatto conoscere con un corto dal titolo Stop inperniato proprio su un fermo di polizia ai danni di un afroamericano: uno di quelli cui la popolazione nera è tristemente abituata.
Da quel seme è nata una pianta con almeno tre rami portanti: le storie di tre maschi di colore, due dei quali ancora ragazzi, che si confrontano con l'essere black in un quartiere, Bedford-Stuyvesant (lo stesso in cui Spike Lee ha ambientato Fa' la cosa giusta), dove le tensioni razziali sono particolarmente accese, ma che non è altro che il frattale di un intero Paese.