Grande e piccolo schermo: da Angelina Jolie a Roberto Saviano.
di Pino Farinotti
Vare è un villaggio vicino a Sarajevo dove Angelina Jolie avrebbe dovuto girare le ultime scene del film Untitled love story. Ma l'attrice ha rinunciato. Ha preferito concludere in Ungheria. Il suo ruolo non è davanti, ma dietro la macchina da presa, per la prima volta. I particolari del plot non sono conosciuti ma ciò che è trapelato racconta di una storia d'amore fra una giovane musulmana e il suo aguzzino.
Il quadro storico è quello del massacro dei musulmani bosniaci da parte dei serbo-bosniaci comandati dai famigerati Mladic e Karadzic. I serbi letteralmente organizzarono stupri etnici per umiliare, nel corpo, nello spirito, e nella fede, le donne musulmane. Una tragedia vastissima. Era il 1995. In Bosnia il film è diventato un evento. Ci sono molte speranze, anzi c'erano, perché quando è trapelato il senso del soggetto non sono mancate reazioni diverse.
Leader
È intervenuta Bakira Hasecic, leader del movimento "Donne vittime della guerra." La Hasecic si rifà alle notizie trapelate. Ha detto che un amore come quello immaginato dalla regista non solo non sarebbe verosimile, ma "fisiologicamente" impossibile. Non sarebbe solo un fatto di sentimenti. Mai una musulmana potrebbe superare una violenza come quella dello stupro, proprio per cultura e per religione. La donna si è riferita anche ai numeri. Ha dichiarato che in migliaia di casi documentati mai si è verificata una vicenda del genere.
Va detto che il cinema è fatto apposta per raccontare ciò che non è reale e "fisiologicamente" impossibile, ma qui il nodo va ben oltre la fiction. Una realtà così drammatica, una ferita così profonda, meritano attenzioni, e verità "vere". Meritano contenuti che non siano spettacolari o strumentali. Le reazioni sono state preventive, perché, come detto, nessuno conosce con precisione i particolari della storia. Nell'attesa del film, che uscirà l'autunno prossimo, il richiamo è alla responsabilità della regista Angelina Jolie.
Potente
E la responsabilità è grande, perché la Jolie non è un personaggio leggero. I vari sondaggi degli ultimi anni la inseriscono fra le cento donne più influenti della terra e l'accreditano come l'attrice più potente del mondo. Ecco, la parola chiave è "influenza". Nel tempo la Jolie ha sorpassato l'immagine, seppure prestigiosa, della diva, per diventare un soggetto sociale di enorme peso e spessore. Le sue scelte e il suo impegno l'anno trasformata, evoluta, in un modello che fa testo. La signora Jolie-Pitt ha presto mostrato un interesse per la sofferenza nel mondo. Ha viaggiato senza sosta, nei luoghi critici del pianeta e si è fatta testimone di quelle condizioni. È stata, fra gli altri Paesi, in Sierra Leone, Tanzania, Cambogia, Darfur e Libano. Ha incontrato capi di Stato. La UNHCR, l'agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, l'ha nominata "Ambasciatrice di buona volontà". È soltanto il più importante dei molti riconoscimenti ricevuti per le sue opere umanitarie. Dicono che il presidente del Pakistan Pervez Musharraf abbia un filo diretto con lei. E se Angelina compone il numero della Casa Bianca, e chiede del presidente, il presidente, repubblicano o democratico che sia, le viene passato. Tutto questo significa che la Jolie, se prende sopra di sé una vicenda, la racconta e la risolve secondo le sue idee, il movimento, e le conseguenze che ne derivano sono imponenti. L'ascoltano in tanti, gente comune e leader che determinano i destini di molti. È una responsabilità non da poco, per lei. Dunque le decisioni, le misure e le azioni devono essere ragionate. E anche la fase artistica deve essere garantita, così come le indicazioni che ne possono derivare. Il risultato, nel bene e nel male, con queste premesse di divulgazione e di consenso, è che l'indicazione sarà utile oppure sarà pericolosa in modo esponenziale. Come lo è il nucleare. Tutto da gestire con grande attenzione.
Schermi
Per analogia fra schermi, dal grande al piccolo, e per cronaca, un altro personaggio, un altro modello di grande peso e responsabilità, è Roberto Saviano. La vicenda della Jolie naturalmente ha altri orizzonti e altro respiro, ma lo scrittore napoletano si sta ponendo come modello esemplare di azione mediatica.
L'opera e il percorso di Roberto Saviano sono riconosciuti e naturalmente benemeriti. L'uomo ha avuto coraggio e sta affrontando il prezzo di quel coraggio. Il successo di Gomorra in tutto il mondo ha fatto del libro, del film, e dell'autore, un simbolo abnorme. Ha costruito un fenomeno rilanciato dalla moda e dalla foga dei media quando fiutano la grande occasione, e dall'adesione dell'utenza che aderisce ai media, sappiamo. Un fenomeno che forse è diventato ipertrofico e sproporzionato. Lo scrittore non è un Celentano, un istrione da spettacolo, che parla di illuminismo e di paradiso, ma non riesce a non far trapelare una cultura da scuola media inferiore, e alla fine ci ridi sopra. E non è un Benigni, che è geniale, ma è un comico geniale, dunque, di fatto, per definizione, non lo prendi proprio sul serio. E non è un conduttore televisivo, di Tg o di talk, urlatore fazioso con quindici parole di vocabolario. Saviano le parole le ha tutte e la cultura è alta, e non racconta per astrazioni, ma per fatti. E la popolarità enorme gli ha messo in mano quell'arma nucleare. Parla e viene ascoltato, soprattutto viene creduto. Ma si è trovato addosso anche una enorme responsabilità. Quando spiega i suoi argomenti, con quelle immagini e quei grafici, la sensazione è che quella radiografia che ti mostra le ubicazioni dei tumori della camorra eccetera, sia quasi una tua radiografia personale. Ti fa davvero paura. Gli argomenti di Saviano sono quelli, quotidiani, di certi programmi televisivi, che spesso sono portati da operatori senza talento, quelli delle quindici parole. Non c'è la qualità, l'efficacia, che appartiene allo scrittore vero, che alla cronaca, ai verbali, a ciò che è esatto, aggiunge la creatività, onesta naturalmente.
Prodotto
L'auspicio è che, diventato di moda, Saviano non diventi anche un prodotto, peggio, un prodotto che vende un prodotto, parlo di sociale, di politica, roba del genere, e nel paradosso, fatte tutte le debite differenze di categorie, che non diventi una Rodriguez, ormai così invasiva e intollerabile. Un autore, naturalmente, non ha il dovere di rassicurare, ma la denuncia non è tutto. Saviano parla a giovani come lui, e a ragazzi molto più giovani. C'è la verità e c'è una forma per raccontarla, e c'è un'indicazione che si può dare anche di fronte alle macerie, un'indicazione finale, "futuribile", ma che può essere buona, perché no? E ci sono modi diversi di descrivere le stesse macerie. E se di tanto in tanto, nel lucido dramma del racconto, si riesce a infiltrare un piccolo sorriso, non è la fine del mondo. Dunque, fra un'angoscia e un'altra che ci suggerisce, che Roberto Saviano forzi un pochino la sua attitudine e dia, qualche volta, una buona notizia. Lasci una piccola speranza. Non sarà facile, ma faccia una scommessa con se stesso. Bravo, onesto e coraggioso, ha vinto ben altre scommesse.