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Promemoria per un maestro

50 anni fa usciva di scena Cecil B. De Mille.
di Pino Farinotti

Omaggio a un maestro assoluto
Cecil B. De Mille 12 agosto 1881, Ashfield (Massachusetts - USA) - 21 Gennaio 1959, Los Angeles (California - USA).

giovedì 19 febbraio 2009 - Focus

Nel febbraio del 1959 moriva Cecil B. De Mille. E' uno degli inventori del cinema, un maestro assoluto... assolutamente disprezzato dalla critica. E aggiungerei: è corretto che sia così, visto che De Mille faceva film bellissimi, che riempivano le sale. Se cerchi il suo "lemma" sui dizionari recenti trovi lo stesso numero di righe spese per un Kitano e un quarto di quelle dedicate a Tarantino. In realtà, ribadisco, De Mille era un gigante. E non c'è alcun dubbio che fosse un predestinato. Apparteneva a una delle più antiche famiglie americane, di discendenza olandese. Un antenato era emigrato dall'Olanda verso la metà del Seicento e, giusto per... inserirsi, aveva acquistato un quarto dell'isola di Manhattan.
Seguirono personaggi di alto profilo, fino ad arrivare ai genitori di Cecil, che erano insegnanti. Il padre, Henry Churchill era scrittore di commedie di buon successo. E qui scatta la liturgia che riguarda la gente di spettacolo, liturgia... spettacolare, e per lo più autentica. C'è inizialmente una scuola militare, con tentativo, fallito, di partecipare, a 17 anni, alla guerra ispano-americana del 1898; e poi l'Accademia d'arte drammatica di New York. E non può naturalmente mancare un esordio come attore, e successivamente come commediografo. E poi il cinema, quasi nascente. Nel 1912 De Mille fonda, con altri, la Feature Play Company e comincia a produrre. Ben presto emerge la sua attitudine al grande spettacolo e al versante sentimentale ed epico: la predilezione per il western e per il colosso, un genere, quest'ultimo del quale De Mille è certamente l'inventore.

Estetica Fa e rifarà titoli ai quali si affeziona: per esempio I dieci comandamenti, con la versione muta del '23, e l'altra del '56. La chiave artistica di De Mille è di enorme identificazione: un suo fotogramma lo riconosci all'istante, si pone con un'estetica tanto ricca da essere violenta. La formula è semplice: tutto è eccesso, tutto è finto. Insomma tutto è cinema, (quasi) niente è realtà. Se c'è da rappresentare una valle, ebbene i prati saranno di un verde più che naturale, le spume dei torrenti non saranno bianche, ma dovranno abbagliare, il trucco sarà trovato. Le giubbe della polizia del Canada saranno di un rosso altrettanto abbagliante e saranno sempre linde e stirate anche durante la lotta nel fango con un indiano e l'indiano sarà palestrato, la pelle (rossa naturalmente) del viso sarà 'ottimizzata' con cerone pesante, i capelli saranno stirati, più corvini del corvo stesso, la divisa sarà multicolore con frange frangette, bottoni e bottoncini. E lo schermo sarà completamente riempito, poco cielo ma tante cose. Ogni spazio dello schermo dovrà vivere e mostrarsi, col colore e col movimento.
Ne Gli invincibili c'è una sequenza dove Gary Cooper è su una barca insieme alla bellissima Virginia Grey, si ritrovano e dovrebbero sposarsi. Sono straeleganti, lei ha un abito da sera degno di Versailles, eppure sono su un fiume della Virginia nel 1765, sulle sponde ci sono foreste e indiani. Conducono la barca alcuni schivi neri che cantano una nenia. L'acqua è finta, la corrente prodotta con la macchina, le sponde sono del verde eccessivo detto sopra, in cielo le stelle sembrano luci di Broadway. Tutto studio, tutto interni. Tutto finto. Lei gli dice "sposerò tuo fratello". Altra scarsa verosimiglianza: ma come sarà questo fratello che porta via la fidanzata a Gary Cooper? Poi lo guarda intensamente: "...se ti guardo negli occhi non vedo mai la mia immagine... vedo orizzonti, vedo montagne inesplorate e l'infinito. La tua vita è là, come quella dell'aquila è nel cielo." Gary ordina a uno schiavo di accostare. Prima che scenda, la donna, affranta, sussurra "mi dimenticherai", lui l'afferra per la vita e la bacia alla Gary Cooper: " ma tu non dimenticherai questo". Scende dalla barca e si inoltra nella notte, verso nuove avventure. Quella sequenza è l'essenza del regista. Non c'è scena più fasulla ma raramente il cinema presenterà un maggiore incanto.

Colosso De Mille inventò il colosso biblico con Sansone e Dalila, altro manifesto ipercolorato con relativa misteriosa magia. Era il 1949. Quel titolo era un legislatore, ispiratore dei grandi "peplum romani" degli anni cinquanta, da Quo Vadis a La Tunica, I Gladiatori, e poi Cleopatra e Spartacus del decennio successivo.
De Mille era innamorato della grandi manifestazioni e dell'epica. Naturalmente il cinema prevaleva su tutto. Se c'erano licenze da applicare le si applicavano, se occorreva aggiustare qualcosa, la storia, l'epica appunto, lui aggiustava. La fiction, lo spettacolo erano sempre la prima indiscussa opzione, comandavano. Così ne La conquista del west (1936), riesce a far convivere e intrecciare, storie nelle storie, Lincoln, Custer, Buffalo Bill, Bill Hickock e Calamity Jane, tutti insieme. Anche qui dunque valeva il finto&fasullo. Ma alla De Mille, in un certo senso veniva ricostruita una storia parallela credibile quasi come quella vera. Anzi il pubblico credeva più al film che alla storia. De Mille era uomo di fede e, a suo modo, la divulgò. Aveva studiato i testi sacri e ne aveva rappresentato certi episodi salienti. Pronto naturalmente a rifarsi le regole per adattare la fede allo spettacolo. Stesso concetto dell'epica.

Antropologia
Magari Mosè avrà ricevuto le tavole sul Sinai con una procedura diversa da quella immaginata dal regista, ma non c'è dubbio che se tutti noi dobbiamo configurare Mosè, è a Charlton Heston che ci riferiamo. Heston-Mosè, canuto, col suo bastone, sul promontorio battuto dal vento che squassa i costumi, ordina alle acque di aprirsi, e le acque si aprono. Trattasi di sequenza che fa testo nella memoria e nell'antropologia degli utenti del cinema, soprattutto di quelli che lo videro nelle sale nel 1956. Ma la scena ha una tale energia, propone tali codici affermati e non più reperiti, che è valsa come spunto per molti spot, anche molto recenti. E questo è un segnale che chiude ogni discussione sull'estetica 'oggettiva', buona e viva nel tempo, di quell'autore. Il regista chiese un'audizione a Pio XII. E la ottenne. Il Vaticano organizzò una proiezione privata dei Dieci comandamenti. Papa Pacelli disse che il grande cineasta americano aveva divulgato coi suoi strumenti, con efficacia, le sacre scritture, ed era un grande benemerito. John Ford, altro eroe, forse il massimo eroe del cinema americano, confessava di invidiare De Mille. Diceva: "nessuno come lui sa arrivare al grande pubblico. Quando faccio un film mi domando se prima di tutto piacerà a Cecil." De Mille ha anche un'immagine popolare, in alcuni film ha fatto se stesso, in Parata di Stelle, accanto a tutti i divi della Paramount, della quale era il monarca assoluto, ma soprattutto in Viale del tramonto, dove Billy Wilder lo presentò con pantaloni da cavallerizzo e frustino sul set di Sansone e Dalila. Il 'capo' comandava, come aveva sempre fatto, reminescenza dei giorni lontani della scuola militare.

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