Il regista racconta la sua ricerca dell'invisibile per un film tabù.
di Pierpaolo Simone
Il film
Un tema tabù - la morte – affrontato al passo di una ballata. Una ballata bianca, il film di Stefano Odoardi è stato un piccolo caso in Olanda, dove è rimasto in programmazione nelle sale delle maggiori città per più di sette settimane. Ha poi fatto il giro del mondo, ricevendo gli applausi degli spettatori – migliaia – che l'hanno visto nelle sale. Si è conteso il pubblico koreano che lo ha seguito in contemporanea a una rassegna sul cinema dei francesi Straub Huillet, è stato applaudito per le musiche di Carlo Crivelli, musicista, fra gli altri, di Marco Bellocchio. Ora qualcuno ha scommesso anche sull'Italia, portando il film allo storico Cinema dei Piccoli di Roma. In occasione dell'uscita, MYmovies ha incontrato Stefano Odoardi per raccontarci il suo cinema.
Caro Stefano, è molto difficile uscire dalla sala dopo aver visto il film, e dire se è piaciuto o meno
Sì, lo so. Infatti non è questo che volevo. Non è un film fatto per piacere. Faccio questo tipo di cinema perché mi piace affrontare i grandi temi dell'esistenza. In questo film ho affrontato un tema come la morte che, per un lungo periodo della mia vita, ha avuto un'importanza fondamentale.
Perché un titolo come Una ballata bianca?
Una ballata può essere una poesia, ma anche una musica, una danza, una metafora che racchiuda tutti questi elementi per trasformarli in qualcosa d'altro. "Bianca" perché questo è un film sul vuoto. Ecco, ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto portare a compimento un film sul vuoto, provare a capire cosa c'è dopo la morte, se c'è qualcosa.
Una visione spirituale o religiosa?
No, non direi religiosa quanto umana. Ho una fortissima fede nell'essere umano, credo nella possibilità di un qualsiasi riscatto. Dopotutto il cinema serve a rendere visibile l'invisibile, ad avvicinare il tangibile all'intangibile.
A trasformare il pessimismo nel suo contrario
Sì, è proprio così. In fondo, Una ballata bianca è proprio questo. Un film duro ma che lascia spazio alla speranza. Ho girato il film in Abruzzo, la mia terra di origine. Ho preso due attori non professionisti che si sono prestati a recitare in silenzio la loro reale situazione: una coppia che sente vicino il momento dell'abbandono. Due persone che l'età sta per separare e che hanno passato insieme tutta la loro vita. I miei prossimi lavori verteranno invece sul pessimismo e sull'amore. Ma non su quello fra due esseri umani, vorrei portare a compimento qualcosa di più universale, qualcosa che indaghi sull'amore e sulle sue "mancanze".
Ma non credi che un film del genere possa essere frainteso, e soprattutto poco apprezzato?
Sicuramente. Non ho idea di come possa reagire il pubblico italiano, ma so come hanno reagito in Olanda, dove vivo, e nei Festival internazionali cui ho partecipato. La coppia che ha interpretato il film, per esempio, è stata invitata a Rotterdam per il Festival e mi piacerebbe moltissimo farla intervenire. Ecco, non so se in Italia manchino gli strumenti per lasciarsi coinvolgere da certe tematiche. Quello che credo è che la morte rappresenti una specie ti tabù che, prima o poi, andrà sfatato.