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giovedì 12 dicembre 2019

Mizanur Rahaman

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mercoledì 4 dicembre 2019 - Dimenticate le inquadrature leziose e le composizioni glamour. Qui ci sono volti, corpi, speranze e delusioni. C'è la storia di un posto nel mondo conquistato con ostinazione, Dal 5 dicembre al cinema.

Qualcosa di meraviglioso è più di un film sugli scacchi. È un film di verità, di sogni, e di umanità

Giovanni Bogani cinemanews

Qualcosa di meraviglioso è più di un film sugli scacchi. È un film di verità, di sogni, e di umanità Dimenticate le inquadrature leziose, i movimenti di macchina che ti lasciano a bocca aperta, le composizioni glamour dell’inquadratura. Qui ci sono volti, a volte corpi – il corpo massiccio di Gerard Depardieu, quelli esili dei ragazzini –, ci sono parole, ci sono speranze e delusioni, c’è la storia di un posto nel mondo conquistato con ostinazione, tenacia, spesso con disperazione. Ci sono gli occhi, gli occhi di Ahmed Assad, il ragazzino che interpreta Mohammad Fahim, promessa degli scacchi e sans papiers, clandestino venuto dal Bangladesh, in bilico fra diventare un campione oppure una vita in caduta libera, una vita abbandonata in un angolo, in una bidonville, un orfanotrofio, uno sbando esistenziale.
 

Qualcosa di meraviglioso (guarda la video recensione) può sembrare, in prima battuta, un film sugli scacchi. Su un bambino che sa giocare bene, e che arriva dal Bangladesh con il padre per incontrare un Grande maestro, per imparare, per provare a vincere. Ma capisci presto che è soprattutto la storia di uno che viene da un altro mondo, e prova disperatamente a trovare un posto in un Occidente dove è facile trasformarsi in un nulla, essere ricacciato fra gli Invisibili. O peggio.
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È un film di verità, e di umanità. La verità dello sguardo di Ahmed Assad, che quando ha girato il film era in Francia solo da sei mesi. Ha imparato il francese un giorno dopo l’altro, proprio come lo imparava il suo personaggio. Lo vedi, che viene da un altro mondo: lo vedi anche nel modo in cui riesce a recitare con Depardieu, che interpreta – magistralmente – un maestro di scacchi vinto, trasandato, con inclinazioni al rimpianto, alla rabbia e alla malinconia. Ahmed riesce a recitare tenendogli testa, senza nessun timore, senza probabilmente pensare neppure per un attimo di essere di fronte a un monumento del cinema francese; tant mieux. 

Gli sguardi sono anche quelli di Isabelle Nanty, non famosissima da noi – era nel Favoloso mondo di Amélie, ma ha anche una sessantina di film all’attivo, e una intensa attività teatrale – che interpreta con partecipe attenzione il ruolo della direttrice/factotum di una scuola di scacchi che sembra, più che altro, una scuola di nerd e ragazzini fragili, ma come vorremmo che fossero i nostri figli, generosi e imperfetti. Ci sono momenti in cui sembra di vedere un film di Ken Loach, con Isabelle Nanty che guida il pulmino della sua piccola Armata Brancaleone di scacchisti fragili verso il torneo. C’è, come nei film di Loach – che stanno, beninteso, in un altro cerchio del Paradiso del cinema – la stessa sensazione che il gruppo, oggi come ieri, può dare forza alle singole vite; la sensazione che da quelli lasciati ai margini del vivere puoi sperare un aiuto; e che solo scintille di umanità e di solidarietà possono impedire a certe vite di perdersi. 

Può perdersi Fahim. Può perdersi suo padre, interpretato da Mizanur Rahaman con composta dignità. Un padre che cerca di portare via il figlio da un Bangladesh turbolento, di scontri e di violenze, per approdare in una Francia che non li accoglie certo a braccia aperte. Il dramma del Bangladesh, in realtà, è solo accennato nella prima parte del film; poi entriamo in scorci di vita quotidiana che ricordano altri interni bengalesi – ma sul versante indiano: quelli della “Trilogia di Apu”, i film sul ragazzino Apu realizzati negli anni ’50 da Satyajit Ray, il più grande regista indiano. Celebrato e amatissimo in Francia; e dunque non è improbabile che il regista di Qualcosa di meraviglioso, Pierre-François Martin-Laval, ne abbia subito la suggestione. 

C’è anche un’altra suggestione, o almeno sembrerebbe bello vederla, nel racconto di Fahim che non ha mai visto il mare: c’è un altro ragazzino che non ha mai visto il mare, nel cinema francese. L’Antoine dei “400 colpi” di François Truffaut. Due vite giovani e inquiete. Alla fine degli anni ’50 con i genitori distanti, che vogliono liberarsi di lui. Oggi, con una madre in Bangladesh e un padre in Francia, che non riescono a tenerlo vicino a sé; c’è sempre un pulmino a portarlo via, e lui con la faccia spiaccicata sul vetro a cercare di ricomporre quello strappo. 

In altri momenti, invece, nelle peregrinazioni di un padre e di un figlio senza lavoro, senza casa, sul filo della precarietà e della miseria, sembra di vedere il padre e il figlio di Alla ricerca della felicità di Gabriele Muccino. Lì Will Smith vendeva improbabili scatoloni per fare diagnosi mediche; qui il padre deve accontentarsi di orridi souvenir della Tour Eiffel da cercare di smerciare ai turisti. 
Se c’è qualcosa che non c’è, in questo film, è l’eco anche lontana di Bollywood, la sua sensualità colorata, i suoi balletti, la sua musica – una suggestione a cui non aveva saputo resistere, per esempio, Danny Boyle in The Millionaire. Se c’è qualcosa che c’è, è la riflessione sui flussi migratori, sulla difficoltà per la gran parte degli abitanti del mondo di poter scegliere dove vivere. 

“Ricordati”, dice Gerard Depardieu al presidente della federazione scacchistica, che nel film si chiama Peroni, “che tuo nonno è venuto in Francia a piedi, senza una lira, con i suoi fratelli, per scappare dal fascismo. Li chiamavano macaronì, quelli come tuo nonno. Ma un muratore gli ha dato una possibilità, di fare l’apprendista. Ha lavorato duro, ha sposato la figlia del muratore. Ha fatto studiare tutti i suoi figli, e i figli dei suoi figli. Ma la generosità non si impara sui libri”. 

La generosità che, ovvio, l’Occidente non è più disposto ad avere verso chi oggi fa la stessa cosa. In fondo, anche il film parla di un’eccezione, di un ragazzino sans papier, ma con un grande talento, con una carta da giocare. Il destino di chi non ha neppure quella carta è ancora più complicato. 

Due parole, solo due, sugli scacchi nel film. “Ci sono più avventure nella scacchiera che in tutti i mari del mondo”, dice il maestro Depardieu. E questa è esattamente la sensazione che prova ogni scacchista, quando gioca e quando pensa al gioco. Il film fa di tutto per darla anche allo spettatore: per far “sentire” che in quelle figure astratte dentro quella specie di cruciverba ci sono vita, e paura, e coraggio, e cuore, e voglia di vivere, e persino di comunicare. Quando Fahim gioca con suo padre, scontrarsi è un atto di comunicazione, e di amore. 

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