Ci vediamo a casa

Un film di Maurizio Ponzi. Con Ambra Angiolini, Edoardo Leo, Antonello Fassari, Myriam Catania, Giulio Forges Davanzati.
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Commedia, durata 108 min. - Italia 2011. - Microcinema uscita giovedì 29 novembre 2012. MYMONETRO Ci vediamo a casa * * 1/2 - - valutazione media: 2,93 su 11 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
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2,93/5
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Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
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 pubblico * * * 1/2 -
   
   
   
Tre giovani coppie, tre brevi racconti che si intrecciano sullo sfondo di una stessa città.
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primo piano
Una favola che trasfigura la realtà, facendosi inconsistente lezione di civiltà
Marzia Gandolfi     * - - - -

Franco, ex detenuto, e Vilma, bibliotecaria comunale, sognano una casa dove amarsi e costruire insieme il loro futuro. Li aiuterà Giulio, un tranviere in pensione colpito da infarto, che ha bisogno di essere assistito. Ospiti di una casa piena di ricordi, Franco e Vilma, impareranno a fidarsi l’uno dell’altra, ritagliando un po’ di intimità nelle stanze tappezzate di Giulio. Gaia è la rampolla viziata di un padre corrotto, a cui la finanza ha appena confiscato casa, beni e reputazione. Impegnata tra una partita di tennis e l’arredamento del suo loft, Gaia si invaghisce di Stefano, uno scapolo benestante col vizio dei cuscini maculati. Volubili e indipendenti, scoprono molto presto di non poter condividere tetto e letto, facendo la spola tra i loro appartamenti fashion. Enzo, corista per passione, e Andrea, poliziotto per vocazione, si incontrano in stazione e si innamorano in una chiesa. Disoccupato, Enzo convive con una madre petulante che affitta appartamenti e confeziona collane. Introverso, Andrea dorme in caserma e spera un giorno di avere una casa tutta sua. L’occasione della vita si presenta col trasferimento di un collega: un appartamento ammobiliato dove abitare finalmente il sentimento che nutre per Enzo. Tra alti e bassi, il loro desiderio si realizza, confluendo davanti alla chiesa dove Franco e Vilma stanno per dire sì, e dove, ancora, Gaia e Stefano stanno acquistando terreno e terreni.
Accompagnando un argomento evergreen come l’amore all’idea della casa come valore, rifugio e luogo di riunione, Maurizio Ponzi gira una commedia corale che disegna un tempo cinematografico dalle misure ordinarie e riconoscibili. A partire dal titolo, derivato da una canzone di Dolcenera (che a sua volta ha ‘spogliato’ De André), e procedendo in caduta libera fino all’epilogo e alla modalità di chiusura, con il destino dei personaggi riassunto attraverso le didascalie. Diviso in tre capitoli, Ci vediamo a casa cavalca il conformismo congenito alla commedia italiana odierna, sempre fuori tempo, sempre priva di motivazione, sempre affannata a risolvere i conflitti lasciati aperti e ad assorbire qualsiasi segnale di cattiveria o di disillusione. Esile nella scrittura, nelle idee, nella messa in scena e nell’interpretazione, il film di Ponzi si limita a fare da palcoscenico a personaggi rappresentanti tutte le età anagrafiche, le professioni, i ceti e gli ambienti sociali, con l’intento evidente di innescare processi di identificazione e di riconoscimento presso il pubblico più vasto. Confusi e idealmente sfollati, i protagonisti ‘in amore’ cercano una casa da affittare (Enzo-Andrea), da ereditare (Franco-Vilma), da (ri)comprare (Gaia-Stefano), magari all’asta, un luogo degli affetti e per gli affetti in cui insediarsi in maniera stabile e continuativa. Una ricerca che avrebbe potuto rispecchiare il percorso interiore dei personaggi e che invece finisce per produrre stereotipi sociali superati neanche a dirlo tramite stereotipi narrativi.
Ci vediamo a casa si fa addirittura in tre per dire dell’inezia della borghesia, della disgrazia di piccola fattura, di immigrati compiacenti, di ardori adolescenziali, svolgendo a suon di maschere e cliché il tema della precarietà, della corruzione, della diversità, dell’omosessualità, della detenzione, dell’integrazione, dell’immigrazione, senza senso della misura, senza il senso delle cose (sociali), senza un senso. Ci vediamo a casa si sogna commedia applicata al sociale ma è più modestamente una favola che trasfigura la realtà, facendosi inconsistente lezione di civiltà. Gli attori poi, tutti ravvisabili dietro al personaggio, in un processo di fallita sovrapposizione, soffrono la mancanza di uno sfondo plausibile ai ritratti che disegnano immaginando come potrebbe essere un ex detenuto, un gay, un poliziotto, una ricca borghese, uno gigolo, un corista, una bibliotecaria.

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Cinema italiano

venerdì 30 novembre 2012 di Matteo Calvesi

Questo è cinema italiano. Ogni qualvolta che ci chiediamo perché il nostro cinema non ce la fa ad alzarsi da questa lenta decadenza in cui sta scivolando ci dovremmo chiedere invece perché noi non siamo più interessati ad accoglierlo;invece di stare sempre con il naso rivolto verso l’altro continente e aspettare il prossimo big movie per andare al cinema potremmo promuovere ogni tanto i nostri temi e le nostre produzioni,più vicine a noi e più autentiche;probabilmente meno consolatorie e avventurose continua »

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Tre giovani coppie immerse nella precarietà

di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Se un ragazzo, avendo detto alla sua ragazza "ci vediamo acasa", si sente rispondere "da me o da te?", può ritenersi un fortunato. I suoi coetanei, infatti, nella maggioranza dei casi e soprattutto quando cominciano ad avere una relazione amorosa, si scontrano subito con il problema della casa, perchè o vivono ancora con i genitori o dormono presso qualche comunità, come, ad esempio, una caserma. Su questi spunti, il film di oggi, scritto e diretto da Maurizio Ponzi dopo le sue tre commedie di successo per Francesco Nuti negli anni Ottanta ed anche, molto di recente, dopo quel film sul cinema nella Roma del '43 che si intitolava "A luci spente". »

Se la coppia vacilla anche i muri tremano

di Francesco Alò Il Messaggero

Tre coppie, tre case. A volte la dimora è di proprietà, a volte in affitto, capita addirittura di essere ospiti. La precarietà dell'abitazione fa coppia con la fragilità delle unioni: Vilma (Ambra Angiolini) e Franco (Edoardo Leo) sono così poveri da dover sopportare la convivenza, e forse anche qualcos'altro, con il ricco e malato Giulio (Antonello Fassari); il corista Enzo (Nicolas Vaporidis) e il poliziotto Andrea (Primo Reggiani) non possono dire alla madre hippie del primo che mestiere faccia il secondo; i figli di papà amorali Gaia (Miriam Catania) e Stefano (Giulio Forges Davanzati) si amano. »

Tre storielle da dimenticare

di Massimo Bertarelli Il Giornale

Desolante commedia all'italiana, o meglio alla romanesca, che con il fragile pretesto del caro affitti, inscena tre storielle di rara inconsistenza e dall'umorismo prossimo allo zero. La meno sciapa è quella con Ambra Angiolini. Tra le altre impossibile individuare la peggiore, nonostante l'impegno dell'imbambolato gay Nicola Vaporidis. Da Il Giornale, 29 novembre 2012 »

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