Nata a Jesi (la città di Federico II e di Giovanni Battista Pergolesi) nel 1931, si accorse presto di essere bella, vita sottile, volto rotondo, bocca sensuale, corpo da pin-up. Non frequentò accademie di recitazione, ma nel 1949, nella stessa Jesi, volle fare qualcosa in teatro, in una compagnia di filodrammatici. Il primo a credere al suo talento fu il padre, che ben presto divenne anche il suo più attento spettatore , nonché, più tardi, il custode della memori a di una grande carriera. Ricordava infatti a Valeria, quando lei era ormai diventata una diva, che piccolissima, armata di matita, un bel giorno aveva scritto a sorpresa, sulla specchiera della madre: Qui ha posato la sua mano la futura Eleonora Duse .
Nel 1951, il matrimonio con Aldo Moriconi, durato dodici anni: «Dopo il primo periodo felice raccontava l’attrice subentrò un rapporto di reciproca amicizia e di rispetto, che seppe resistere anche quando lasciai mio marito per il regista Franco Enriquez». E fu proprio Enriquez, rapinoso compagno di vita e di scena, ad aprirle le porte del palcoscenico di rango. Dopo alcune esperienze nel cinema con Alberto Lattuada e Eduardo De Filippo (la filmografia della Moriconi consta di venticinque titoli a buona firma), il teatro tornava ad esigere la vitalità, la sensibilità e la passione della ragazza di Jesi. Stagione dopo stagione, Valeria ha interpretato più di duecento personaggi, diretta dai migliori registi italiani e stranieri: Enriquez, appunto, ma anche Visconti, Castri, Besson, Marcucci, Ronconi, Scaparro... Da Shakespeare a Goldoni, dai tragici greci agli autori contemporanei, un recitare solido, continuo, colto e sempre più raffinato, con lunghe trasferte a Londra, a Parigi, a San Pietroburgo, a Los Angeles.
Una vita da romanzo. Impossibile affibbiarle una prestazione più memorabile delle altre, un personaggio sopra tutti. E’ stata Medea, pazza per amore; Filumena Marturano in lingua napoletana; la vedova Giocasta di Savinio; la fiera che allattò Romolo e Remo ne I figli della Lupa di Gigi Magni, al teatro Sistina di Roma, tempio storico della commedia musicale; la Hedda Gabler di Ibsen; la Venexiana lasciva dell’Anonimo cinquecentesco tanto caro a Scaparro. P er tutto questo ha ricevuto la nomina a Grande Ufficiale della Repubblica, onorificenza di cui andava, in tutta sobrietà, molto orgogliosa. Nel Duemila ha dato voce - insieme con Pino Colizzi e con Benedetto Nardacci - ai testi di Giovanni Paolo II per la via Crucis del Colosseo.
Nel 1980, morto Franco Enriquez, il grande amore della vita (nel camerino di Valeria, immagine che catturava l’attenzione di qualsiasi visitatore, la grande fotografia del regista, incorniciata d’argento, campeggiava in bella vista davanti allo specchio del piano da trucco), era arrivato Vittorio Spiga, un giornalista bolognese. Con lui, l’attrice “che amava vivere” ha trascorso anni sereni, di confronto, affetto, ricerca intellettuale, sperimentazione artistica e impegno civile. Con lui ha tradotto testi poco noti, dato luce ad autori ingiustamente considerati minori. Con lui trascorreva sul Conero, nella casa di Sirolo, di fronte al mare marchigiano dalla spiaggia dolce e sabbiosa, le lunghe estati che ha sempre adorato.
Il mese di agosto le apparteneva decisamente. L’intensità che lo caratterizza, i colori, i sapori pieni, i primi temporali corrucciati, persino violenti, lei li ha trasportati nella recitazione, così perentoria, chiara e sensuale, così accidiosa se occorreva, così ardente e protagonistica in città e in provincia, così piena di respiro. Del “suo” mese, nel corso di un’intervista romana, disse cose bellissime: che le aveva sempre portato fortuna, che le aveva insegnato «a vedere i fantasmi nelle notti di luna piena, a credere nei folletti e nelle fate, per poi, al riaccendersi il giorno, ritrovare il coraggio di cuocersi le ossa al sole». E concluse: «Poi l’agosto è giallo, come i girasoli, i fiori che preferisco. Giallo. Il colore dei matti, di Van Gogh e di Pollock, il più bello».
Da Il Messaggero, 16 giugno 2004