Il primo artista che il cinema abbia avuto. Grezzo, più elementare che primitivo, di una audacia da rasentare l'incoscienza, e di una fiducia talmente candida da diven tare confidenza con lo spettatore. La sua molla è l'entusïasmo per la macchina del cinema, più di una volta deve fu di trentacinque franchi; pochi giorni dopo salì a duemila. Il cinema era nato.
Queste e altre cose sono state ricordate nelle ultime ventiquattro ore seguenti la morte di Luigi Lumière (nato a Besançon nel 1864), il più tenace dei due fratelli. La sua vita quasi tutta si svolse entro le pareti di un modesto laboratorio, in ricerche incessanti, per lo più fotografiche e cinematografiche. Ma quella vita sarebbe potuta essere soltanto il laborioso e proficuo curriculum di chi doveva dare il proprio nome a una delle tre maggiori conquiste tecniche del nostro tempo: aviazione, cinema, radio. Invece, per il preminente e poi costante contributo da lui dato alla nuova invenzione, doveva toccargli la più meravigliosa avventura: quella di vedere superati i tradizionali confini tra scienza e arte, di vedere il suo mezzo tecnico diventare un mezzo espressivo. Non sarebbe stato difficile presagire che il Cinématographe, la sua «scoperta», avrebbe avuto sviluppi enormi, dalla cronaca più o meno documentaria alle risorse didattiche che avrebbero fatto dello schermo la bianca lavagna del domani. Sarebbe invece stato quasi impossibile, e comunque assai difficile, prevedere che ne Varroseur arrosé («L'innaffiatore annaffiato»), uno dei dieci filmetti del 28 dicembre 1895, una brevissima «comica» avanti lettera, fosse racchiusa in germe la possibilità di una nuova arte.
Fu questa la grande avventura che Luigi Lumière poté viversi, quasi centellinarsi di giorno in giorno, durante cinquantatre anni. (Il fratello Augusto si era poi dato a cer ti suoi studi di medicina). Non soltanto seguire lo sviluppo tecnico di quel suo primo rudimentale apparato, non soltanto stupirsi di tutta una formidabile congerie industriale che ne era nata; ma scorgerne, con una evidenza pari alla vitalità, il graduale e costante affermarsi di un nuovo aver pensato, che i Lumière avessero lavorato esclusivamente per lui. Era un modesto pittore, un mediocre caricaturista, e aveva talvolta sbarcato il lunario facendo anche l'illusionista. Pochi mesi dopo la prima serata del Cinématographe, verso la metà del 189,6, vi si dedica furiosamente. Aveva già trentacinque anni, era nato a Parigi nel 1861; scriverà un giorno, nelle sue memorie, che a sfogare la sua sete d'avventure, e gli slanci di una sua peripatetica fantasia, fin da ragazzo si accaniva a disegnare alcuni momenti dei molti che Verne faceva vivere ai suoi personaggi. L'arte, per lui, non era intuizione, interpretazione; ma spicciola magia. Infatti le forme «magiche» più elementari lo seducevano, addirittura lo entusiasmavano: giochi di funanboli e di saltimbanchi, scherzi di luce, prodezze di prestigiatori, silhouettes e fantocci meccanici, con tutte le truccherie che potesse offrire un palcoscenico. E nel cinema vide il suo teatro inesauribile; e nel suo piccolo teatro di posa a Montreuil, una grossa capanna vetrata, inscenò le trame più complesse e più audaci. Le Ventimila leghe sotto i mari diventano per lui duecentomila, vi si sfoga a ricostruire complicatissimi ambienti subacquei, con piovre allucinanti, sirene in gonnellina, estatiche meduse. Per La cura dell'idropisia inventa un complicato laboratorio, al centro del quale pone una bagnarola dove immerge il suo paziente, cui una raggiera di grosse scope massaggia l'addome. In Cenerentola la mezzanotte fatale deve contemporaneamente scoccare da nove monumentali orologi, cinque dei quali sono sorretti da cinque prosperose e un po' discinte ragazze. I Seleniti, per Il viaggio nella luna, hanno mani a pinza, ginocchia e gomiti speronati, testa da gallinaccio; e gli argonauti s'imbarcano, con l'ombrello, in un proiettile interplanetario che sembra un sigaro. Di sua moglie, che con il rotondo nome. Di Jehanne d'Alcy gli era stata accanto quando era illusionista, fa la prima pin-up dello schermo. Va a La conquista del Polo, ed è egli stesso il comandante della spedizione, con una barba di candida lana. Uno dei sogni dell'ottocento, Il tunnel sotto la Manica, è da lui concentrato in pochi minuti, con «spaccati» che in alto lasciano scorgere il fondo del mare, in basso solide falde rocciose, e il primo trasporto lungo la nuova via è di una botticella di whisky, imbandierata. De L'affare Dreyfus dà una cronaca che vorrebbe esserne un documentario, e tutto è fatto a Montreuil; e su ordinazione di una ditta londinese si rifà, sempre a Montreuil, la cronaca «diretta», e a colori, dell'incoronazione di Edoardo VII.
Soggettista, regista, operatore, attore, scenografo, la sua inesauribile attività ha la baldanza di un gioco; e a rivedere oggi alcuni dei suoi film, e parecchi frammenti di altri, ancora sorprende la sicurezza della sua fantasia, e ancora convince l'unità delle sue visioni. Gli ha enormemente giovato il voler essere tutto, non c'è un istante o un elemento del quadro che non riveli la sua impronta. Piuttosto ingenua, ricorda i toni di certi ex-voto tra i più strapazzati, di certi disegni a gessetto, da marciapiede; tutt'al più di certi figurinai che un tempo allineavano la loro mercanzia sulla spalletta di un ponte. E sopratutto ricorda i tiri-a-segno, le povere giostre, un sentore di soffritto e di acetilene. Non potevano certo avere cornice migliore, i suoi film, dei cinema ambulanti di fiera in fiera; poiché Georges Méliès è stato il primo cantastorie del cinema. Creò centinaia di drammi commedie avventure farse fantasie; se n'è salvata una trentina; inventò molti trucchi dei quali il cinema, sviluppandoli, ancora oggi si alimenta; ed è morto ieri, ventiquattro ore dopo la morte di Emile Cohl, l'inventore dei disegni animati. (Da Méliès si doveva poi scendere a Pathé e a Zecca, ai varii Fantomas ed ebrei erranti; mentre in America un ex-marinaio, con L'assalto al treno (1903), doveva aprire la strada al «western», da Broncho Bill a Rio Jim, da William Hart a Tom Mix).
(1951)
Da Film visti. Dai Lumière al Cinerama, Edizioni di Bianco e Nero, Roma, 1957