Afflitto dal peso dell'immortalità, Manji accetta di diventare la guardia del corpo di una ragazzina e di vendicare il massacro della sua famiglia.
Manji è un samurai in fuga, con una taglia sulla testa, e una vera e propria legione di nemici lo intrappola in un villaggio e uccide sua sorella. Lui riesce a sterminarli tutti ma perde la vita, solo che l'intervento della misteriosa Yaobikuni gli impedisce di morire e lo contagia con dei vermi che lo rigenerano, al punto da riattaccare gli arti amputati. Molti anni dopo, una ragazza in cerca di vendetta per la morte del padre, ucciso da un gruppo di samurai che intende fondare una propria scuola, viene a chiedere il suo aiuto e così Manji si ritrova nel mezzo di un conflitto tra gli ambiziosi samurai di Kagehisa Anotsu e i loro nemici.
Mi piace la realtà assoluta di una singola ripresa senza prove. In una vera battaglia gli attori, come i loro personaggi, sarebbero estremamente nervosi. La battaglia non sembrerebbe coreografata alla perfezione. Non cerco di realizzare la scena d'azione più cool di sempre, voglio qualcosa di crudo e reale. Per me una scena ben coreografata non è sincera, può essere impressionante ma non la senti reale. Mi piace dire che ogni scena d'azione può avvenire solo una volta nella storia del mondo.
Per il suo centesimo film, il prolifico regista giapponese Takashi Miike adatta il manga "L'immortale" di Hiroaki Samura (in Italia pubblicato da Panini) e ne approfitta per realizzare le scene di azione più popolose e sanguinarie di tutto il suo cinema. Una carneficina non particolarmente splatter, ma che vanta un impressionante numero di comparse abbattute a colpi di katana dai guerrieri in campo. Ciò nonostante si tratta anche di un'opera dove l'ironia del regista e il suo gusto per il grottesco fanno un passo indietro: Takashi Miike sembra una volta tanto credere in quello che racconta e nei coloriti personaggi messi in scena. Ne viene così uno dei suoi film mainstream più riusciti.