| Titolo originale | Civil War |
| Anno | 2024 |
| Genere | Azione, Drammatico, |
| Produzione | Gran Bretagna, USA |
| Durata | 109 minuti |
| Regia di | Alex Garland |
| Attori | Nick Offerman, Kirsten Dunst, Wagner Moura, Jefferson White, Nelson Lee Evan Lai, Cailee Spaeny, Stephen McKinley Henderson, Jesse Plemons, Sonoya Mizuno, Karl Glusman, Alexa Mansour, Juani Feliz, Melissa Saint-Amand, Jojo T. Gibbs, Jared Shaw, Jeff Bosley, Greg Hill, Justin James Boykin, Jess Matney, Evan Holtzman, Joe Manuel Gallegos Jr., Vince Pisani. |
| Uscita | giovedì 18 aprile 2024 |
| Tag | Da vedere 2024 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| MYmonetro | 3,48 su 31 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 27 marzo 2024
In un'America sull'orlo del collasso un gruppo di reporter intraprende un viaggio in condizioni estreme, mettendo a rischio le proprie vite per raccontare la verità. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Writers Guild Awards, 1 candidatura a ADG Awards, In Italia al Box Office Civil War ha incassato 1,8 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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In una New York a corto di acqua e dove la guerra è arrivata in forma di terrorismo, con attentati kamikaze, il giornalista Joel e la fotografa Lee hanno deciso che è rimasta una sola storia da raccontare: intervistare il Presidente degli Stati Uniti, da tempo trinceratosi a Washington mentre dilaga una feroce Guerra Civile. Partono così per un viaggio verso la capitale, cui si aggregano l'anziano e claudicante giornalista Sammy e la giovane fotografa Jessie, che vede in Lee un modello da seguire. Contro quel che resta del governo si muovono le truppe congiunte Occidentali di Texas e California, ma la regione che i giornalisti attraverseranno nel loro viaggio non è fatta di battaglie campali tra schieramenti ed è invece preda di un caos di microconflitti e atrocità.
Il film più provocatorio dell'anno, e il più costoso mai prodotto da A24, non offre spiegazioni bensì scuote dispiegando un violentissimo conflitto, ambientato in America ma rivolto più in generale al degrado della Democrazia.
Il regista Alex Garland ha infatti dichiarato che se negli Stati Uniti certe cose sono esacerbate, per esempio dall'onnipresenza delle armi da fuoco, ci sono guerre civili che sono state combattute a colpi di machete e hanno comunque fatto decine di migliaia di morti. Garland dice che avrebbe potuto ambientare il film pure nella sua Inghilterra o in qualsiasi altra democrazia, perché alla vera origine di questa Civil War c'è la demonizzazione dell'avversario politico, l'assunzione di entrambe le parti di una posizione di presunta superiorità etica che squalifica la parte avversa e impedisce ogni confronto, allargando sempre più le divisioni.
Anche per questo i suoi protagonisti hanno il solo punto di vista lucido e costruttivo: la neutralità. Imparziali fino all'estremo, si ribellano allo stato delle cose documentandolo senza sconti, anche negli orrori più truci. Drogati di adrenalina o anestetizzati alle emozioni dalle brutalità cui hanno assistito, attraversano un'America insidiosa e a tratti surreale, dove borghi tranquilli sono protetti da cecchini sui tetti e dove militari scavano fosse comuni.
Garland inizia il film in medias res, senza cartelli esplicativi né dialoghi riassuntivi per il beneficio degli spettatori: ai protagonisti è chiaro quali sono le parti in campo e tanto gli basta. Questo radicale rifiuto di didascalismi si traduce in una straordinaria densità: gli eventi si susseguono rapidi, numerosi e sempre più violenti, fino a un assalto finale a Washington tanto spaventoso quanto teso ed efficace dal punto di vista spettacolare. Il crescendo di morte e distruzione appare ineluttabile e troverà una secca e amarissima conclusione, tutt'altro che rassicurante.
L'assenza di spiegazioni impedisce del resto di disinnescare questo incubo con la logica e anche quel poco che ci viene detto basta del resto a scombinare i nostri preconcetti. La California liberal e il Texas conservatore sono qui alleati, contro un Presidente "fascista" che ha mantenuto il potere per un terzo mandato, ha sciolto l'FBI e ha approvato bombardamenti con droni sul suolo americano. L'odio verso di lui unisce così Stati anche tradizionalmente avversi, in un caotico precipitare degli eventi che evita di essere una banale e strumentalizzabile rappresentazione delle divisioni dell'America oggi.
Spesso è persino impossibile dire chi stia da una parte e chi dall'altra e i protagonisti del resto non lo chiedono quasi mai e quando lo fanno non ricevono risposte, oppure vengono coperte dalla musica, come quando Joel chiacchiera e ride con i sopravvissuti a una sparatoria, mentre Jessie fotografa un'esecuzione. Il loro obiettivo è fare l'ultimo scoop o lo scatto definitivo, quello che rimarrà nella memoria collettiva, il loro operare è un misto di necessario cinismo e folle coraggio, di cui Garland non nasconde i paradossi.
Anzi gli inserti fotografici sono la principale marca stilistica del film, dove il flusso frenetico dell'azione è spesso spezzato da immagini statiche, a volte in bianco e nero, di uno o due secondi di durata e senza audio che non sia il suono di uno scatto di macchina fotografica. I suoi giornalisti, con la loro facciata di neutralità - che si infrange però a volte in grida mute e disperate - sono l'unica risposta possibile alla fine della democrazia, sono i testimoni che ci ammoniscono riguardo il baratro a cui ci avviciniamo. È attraverso di loro che Garland firma un'opera dal taglio documentaristico, specchio di un mondo distorto ma in cui è fin troppo facile riconoscere il presente.
Il regista di “Ex Machina” e sceneggiatore di “28 giorni dopo”, torna al cinema con un film godibile e spettacolare, affascinante e concettualmente interessante, ambientato negli Stati Uniti di un immediato futuro alle prese con una seconda guerra civile. Alex Garland, nel suo progetto più personale ed ambizioso, tratteggia uno scenario futuribile in questo lungometraggio [...] Vai alla recensione »
E così anche il cinema ha il suo "Il canto del profeta", il romanzo di Paul Lynch vincitore del Book Prize 2023 (in Italia pubblicato a fine marzo da 66th&2nd) che immagina in un presente nemmeno così alternativo l’Irlanda prima governata da un partito fascista e poi devastata da una guerra civile. Il film in questione si chiama Civil War, l’ha diretto il regista e romanziere inglese Alex Garland (suoi Ex machina, Annientamento e Men) ed è tra le uscite più attese di questa primavera, dopo che in patria in un solo weekend ha incassato più di 25 milioni di dollari e generato una netta polarizzazione di giudizi.
In un paese che si avvia alle presidenziali con una base elettorale mai così divisa, con un candidato (Trump) che promette ferro e fuoco in caso di sconfitta e già una volta ha approvato l’assalto dei suoi sostenitori al Congresso e un presidente in carica (Biden) distratto da due fronti di guerra esteri (Ucraina e Palestina), Civil War sfrutta il momento e coglie furbescamente nel segno: giusto o sbagliato, bello o brutto che sia, è un film che scopre provocatoriamente i nervi di una nazione. Come ha scritto Anna Lombardi su “La Repubblica”, «il 43% dei cittadini americani già pensa che una guerra civile è effettivamente possibile entro il prossimo decennio e il 23% concorda che la violenza potrebbe essere necessaria a salvare il Paese».
Nel film il conflitto non ha una motivazione chiara e le divisioni sul campo sono così confuse e irrealistiche che la casa produttrice A24 ha sentito il dovere (e la necessità promozionale) di caricare online una cartina del Paese in guerra. Giusto per capirci sull’assurdità del contesto, la liberalissima California e il repubblicano Texas sono alleati, gli stati lealisti tengono insieme zone politicamente e geograficamente antitetiche come il New England e la fascia centrale del Midwest, mentre la capitale Washington è assediata a nord dalle Western Forces e a sud dalla Florida Alliance… Evidentemente Garland, anche sceneggiatore, si è divertito a mescolare le carte della storia passata e presente, tanto che in un’intervista apparsa sul “New York Times” ha sentito il dovere di precisare che la sua guerra civile è «la semplice estensione dell’attuale situazione degli Stati Uniti: una situazione polarizzata».
Come però ha fatto notare sul “New Yorker” Andrew Marantz, «Civil War pare assolutamente disinteressato a cercare le cause di una moderna guerra civile americana, e di conseguenza a suggerire dei modi per prevenirla». E opporsi a un ipotetico conflitto senza affrontare le condizioni che potrebbero innescarlo, ha proseguito il critico, «è un po’ come affermare di schierarsi contro l’incarcerazione di massa evitando deliberatamente di parlare di criminalità, polizia, povertà, psicologia, giudici e leggi».
Insomma, l’accusa più comune nei confronti di Civil War è quella di superficialità, quando non addirittura di ambiguità. Garland ha descritto il suo film come «empaticamente contro la guerra», ma molti commentatori hanno scritto che i grandi film anti-bellici americani del passato (Apocalypse Now, Il dottor Stranamore) erano anche atti di accusa contro il governo degli Stati Uniti, mentre qui si rimane piuttosto sul vago a proposito di colpe e responsabilità, riducendo la guerra civile a una fratricida e indistinta lotta per la sopravvivenza.
Un indizio sulla posizione di Garland potrebbe venire dal fatto che la protagonista Lee Smith, interpretata da Kirsten Dunst e ispirata alla vera Lee Miller, è una fotografa di guerra, una testimone imparziale di orrori e tragedie. Eppure proprio l’equidistanza del personaggio dal conflitto, nel corso del viaggio infernale che porta lei e altri tre colleghi da New York a Washington per intervistare il Presidente asserragliato nella Casa Bianca, mostrerebbe le contraddizioni del film, perché, come ha scritto Clarisse Loughrey sull’“Independent”, «non tutti i conflitti nascono e crescono allo stesso modo; le persone non uccidono e muoiono senza motivo; e l’imparzialità di Lee suona vuota quando gli stessi Stati Uniti hanno partecipato in prima persona a così tanti conflitti internazionali».
Di contro, va detto che i sostenitori del film esaltano proprio l’incertezza nebulosa di Civil War, il pessimismo esistenziale e il crudo realismo che ne farebbero un’opera universale e chiamerebbero in causa la posizione morale di ogni spettatore e ogni forza politica. «Raramente», ha scritto Manhola Dargis sul “New York Times”, «ho visto un film capace di mettermi altrettanto a disagio e un volto come quello di Kirsten Dunst, in grado di esprimere il malessere di una nazione in modo così vivido da sembrare una radiografia».
Nel frattempo, tra i commenti online di spettatori entusiasti e altri critici, la A24 ha venduto Civil War a decine di paesi prima ancora di conoscere i risultati al box office del primo weekend, rientrando così da subito dei 50 milioni spesi per produrlo, cifra più alta mai spesa dalla compagnia più cool del nuovo cinema americano.
Penso di non essere particolarmente originale ma la prima cosa che ho pensato, uscendo da Civil War in arrivo in questi giorni nelle nostre sale, è che Alex Garland abbia scritto e poi filmato un sogno neanche troppo recondito di Donald Trump. Che poi qualcosa del genere - lanciando il sasso e poi ritirando la mano - lo ha realizzato o comunque ispirato, con l'assalto al Campidoglio dei suoi sostenitori, [...] Vai alla recensione »