| Titolo originale | Le procès Goldman |
| Titolo internazionale | The Goldman Case |
| Anno | 2023 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 115 minuti |
| Regia di | Cédric Kahn |
| Attori | Arieh Worthalter, Arturo Harari, Stéphan Guérin-Tillié, Nicolas Briançon Aurélien Chaussade, Christian Mazucchini, Maxime Canat, Jeremy Lewin, Arthur Harari, Jerzy Radziwilowicz, Chloé Lecerf, Didier Borga, Paul Jeanson, François Favrat, Arthur Verret, Priscilla Lopes, Ambroise Sabbagh. |
| Uscita | giovedì 23 maggio 2024 |
| Tag | Da vedere 2023 |
| Distribuzione | Movies Inspired |
| MYmonetro | 3,44 su 19 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 maggio 2024
Un uomo viene condannato per quattro rapine. Si dichiara innocente per una delle accuse e il suo caso diventa mediatico. Il film ha ottenuto 8 candidature e vinto un premio ai Cesar, 5 candidature e vinto un premio ai Lumiere Awards, In Italia al Box Office Il Caso Goldman ha incassato 129 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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La storia vera del secondo processo a cui fu soggetto Pierre Goldman, militante della sinistra estrema francese nel 1975. Accusato di reati multipli, Goldman ammette tutti i capi d'accusa con la veemente eccezione di quelli per omicidio, per i quali non solo si proclama innocente ma si scaglia polemicamente contro tutto e tutti nell'aula di tribunale, rifiutando qualunque caratterizzazione moralistica della sua difficile vita.
Regista e attore ormai veterano del circuito francese, e spesso sensibile all'ispirazione letteraria, Cédric Kahn estrae dalla cronaca anni settanta uno dei suoi film più tesi e meglio riusciti, riportando in auge la figura dell'attivista Pierre Goldman e del suo processo per omicidio.
L'elemento letterario rimane comunque presente, visto che Goldman si fa conoscere (anche da Kahn stesso) per il libro "Memorie oscure di un ebreo polacco nato in Francia"; e del resto questo thriller serrato - intrappolato in modo asfissiante nell'aula giudiziaria - è soprattutto un'opera sul linguaggio e sulla meta-drammaturgia in cui l'universo legale spesso si rifugia. Le procès Goldman arriva a breve distanza dal grande successo di Saint Omer di Alice Diop, titolo che gli è vicino per come testa i limiti tanto della forma del processo cinematografico quanto quella del processo tout court: in entrambi i casi non c'è in ballo solo l'esito legale, ma la narrativizzazione (a volte perniciosa, e sempre irresistibile) della persona come arma della contesa e come chiave interpretativa di ambigui temi sociali, razziali e politici. La cronaca giudiziaria in Francia è del resto un genere letterario e giornalistico di straordinaria longevità, ed è a questa tradizione che Goldman obietta quando, in apertura del processo, rifiuta di parlare di sé e della propria vita in cerca di pathos e di racconto. "Sono innocente perché sono innocente" dice, tautologia assoluta che dichiara guerra in un sol colpo all'apparato legale e culturale di un paese intero. È l'inizio di un racconto fatto di sguardi incrociati in una stanza affollata (di poliziotti ma anche di sostenitori di Goldman, un coro greco di reazioni che testimoniano del valore politico del personaggio), che si chiuderà con il verdetto senza concedere nulla al mondo esterno, mentre la rabbia iconoclasta del protagonista non risparmia nemmeno il suo stesso avvocato. Alla figura di quest'ultimo (Georges Kiejman, interpretato da Arthur Harari) viene affidato un breve ma significativo incipit che mette da subito in tensione l'elemento dell'ebraismo di Goldman con il sistema da cui si sente perseguitato, arrivando a equiparare la popolazione ebrea con quella di colore in Francia (e creando così un altro ponte con Saint Omer, che a distanza di decenni riprende il discorso). Un'opera dai risvolti tanto complessi - eppur così asciutta nel ritmo e nella struttura - si poggia naturalmente sulla furiosa e carismatica interpretazione di Arieh Worthalter, attore belga il cui talento camaleontico viene finalmente premiato con un ruolo di primo piano. Era il padre della protagonista in Girl di Lukas Dhont, e forniva una prova diametralmente opposta al suo Goldman in Rien à perdre al fianco di Virginie Efira. Ora è insieme mattatore e sabotatore, uomo animato dalla contraddizione, e personaggio cinematografico dal magnetismo innegabile.
Pierre Goldman era un militante dell’estrema sinistra francese che dopo una vita ai margini decise di passare al crimine. Fu incriminato per una serie di rapine e per l’omicidio di due farmaciste. Goldman si è sempre dichiarato colpevole per i primi reati, mentre ha sempre dichiarato la propria innocenza in relazione ai due omicidi.
Il film di Khan pone al centro della riflessione il tema della trasposizione della realtà nel contesto di un'opera per il cinema, in quella prospettazione drammaturgica che ogni azione umana possiede e che nel cinema, così come nel teatro o nelle altre discipline rappresentative, diventa posticcia e come tale protesi di una riproduzione degli eventi.