| Anno | 2022 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Gran Bretagna |
| Regia di | Andrew Dominik |
| Attori | Andrew Dominik, Nick Cave, Marianne Faithfull, Earl Cave . |
| Uscita | lunedì 23 maggio 2022 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | Nexo Digital |
| MYmonetro | 3,50 su 9 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 17 maggio 2022
Il film cattura l'umore e lo spirito di Nick Cave e Warren Ellis mentre si muovono attraverso una nuova ottimistica fase della vita.
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CONSIGLIATO SÌ
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Nello stallo dell'isolamento pandemico, Nick Cave e il suo sodale di palco, il polistrumentista e compositore Warren Ellis non se ne stanno certo con le mani in mano. Il cantante dei Bad Seeds (che ha un omonimo, ugualmente artista in attività) si dedica al disegno e alla ceramica, modellando e dipingendo statuine antropomorfe di santi, ma anche un ciclo di diciotto soggetti, sulla storia del diavolo. Poi, prima del tour programmato, a primavera del 2021 i due tornano davanti alla macchina da presa di Andrew Dominik, il regista australiano di Chopper per il quale hanno già composto la colonna sonora di L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007) e quella di Blonde, tratto da Joyce Carol Oates, su Marilyn Monroe.
Dominik nel 2016 li ha ripresi in One More Time With Feeling, sulla creazione dell'album Skeleton Tree, realizzato dopo la morte del figlio di Cave, Arthur; a quel film This Much I Know to Be True è legato a doppio filo, come una metà mancante. Ritornano gli stessi temi: la creatività costante, inarrestabile, la relazione con il lutto, lo scambio misterioso, quasi telepatico, tra Cave e Ellis (quest'ultimo, già esplorato in 20.000 Days On Earth di Iain Forsyth e Jane Pollard).
Di conseguenza, la necessità di cambiamento nel tempo, l'evoluzione dell'uomo, padre e marito, prima che artista, la scarnificazione della realtà fino all'osso, al senso del titolo. Anche grazie all'aiuto del suo blog, The Red Hand Files, tramite il quale Cave risponde a domande filosofiche poste dai suoi ammiratori e allo stesso tempo ripara e parla a sé stesso, come nella quintessenziale risposta a Billy, nucleo centrale di senso del film.
Il fulcro di This Much I Know To Be True, presentato all'ultima Berlinale nella sezione Special, è l'insieme delle performance. Più che canzoni, sarebbe più esatto definirle ballate sacre, odi primordiali, liturgie liquide, selvagge, eteree, che a volte sembrano sprigionare dall'improvvisazione e solo di rado sono segnate dalla costrizione della batteria. Alcune vengono da Ghosteen, l'album in studio inciso con i Bad Seeds (Spinning Song, Bright Horses, Ghosteen, Galleon Ship, Waiting For You, Ghosteen Speaks); altre da Carnage, realizzato da Cave con Ellis (Hand of God, White Elephant, Albuquerque, Lavender Fields, Balcony Man).
Girato tra Londra e Brighton, il film è ambientato, tranne alcune rapide parentesi di dialogo, sul set delle registrazioni: uno spazio che ha tracce postindustriali ma anche della chiesa sconsacrata, fatto che amplifica la sacralità dell'occasione. Mentre One More Time With Feeling esibiva un ricco bianco e nero in 3D, qui la fotografia a colori di Robbie Ryan ingaggia una danza bellicosa e continua con un complicatissimo set di luci: lampi e scosse che segnano le esibizioni, rendendole quasi astratte, mentre carrelli circolari e una steadycam, mai nascosti anzi sempre in campo, avvolgono senza tregua i musicisti.
Al centro dello spazio vuoto, Ellis (al piano, campionatore, violino) e Cave; poco distanti da loro tre coristi, un quartetto d'archi. Per il tempo di un trionfale cameo, anche Marianne Faithfull ci onora della sua presenza. I testi tradotti ammaliano lo spettatore, guidandolo nell'esperienza della morte, trasfigurata in musica e della meraviglia di chi ha ancora il privilegio di potersi esprimere. Senso della scena e compassione camminano fianco a fianco, in cerca di una pace che arriverà, senza illusioni di catarsi né di controllo sulla vita. Lo ripetono, quasi in un mantra, i versi di Hollywood: la strada è lunga e comune a tutti. Il principale pregio del film è suggerire che sta a noi rivestirla di luce.
Per la carriera del cineasta australiano Andrew Dominik il 2022 appena conclusosi è stato probabilmente un anno decisivo, un possibile punto di svolta le cui ricadute saranno valutabili solo nell'immediato futuro: al centro del dibattito cinefilo per mesi con Blonde, il "romanzo autobiografico" della/sulla Monroe tratto da Joyce Carrol Oates in Concorso alla Mostra di Venezia, aveva iniziato l'anno [...] Vai alla recensione »