| Anno | 2022 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Germania, Italia, Paesi Bassi |
| Durata | 140 minuti |
| Regia di | Fatih Akin |
| Attori | Emilio Sakraya, Kardo Razzazi, Mona Pirzad, Arman Kashani, Hüsein Top Sogol Faghani, Ivar Wafaei, Jennifer Woß, Denis 'Marshall' Ölmez, Jesse Albert, José Barros, Felix Bold, Shaima Boone, Tyrese Bukenya, Kazim Demirbas, Meto Ege, Hussein Eliraqui, Julia Goldberg, Karim Günes, Doga Gürer, Marlon Heidel, Samir Jebrelli, Aurel Klug, Minú Köchermann, Ilyes Moutaoukkil, Meryem Moutaoukkil, Salih Murat, Uwe Rohde, Greta Sophie Schmidt, Harald Schwaiger, Adjmal Sheerzoi. |
| Uscita | giovedì 27 luglio 2023 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,13 su 17 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 24 luglio 2023
Fatih Akin scrive e dirige con tutta l'energia del giovane rapper, mescola generi, stili e suggestioni, attraversa due continenti, colora, smorza, rallenta, accelera. In Italia al Box Office Rheingold ha incassato nelle prime 12 settimane di programmazione 33,5 mila euro e 21 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Il primo ricordo di Giwar Hajabi è quello di una prigione. Rinchiuso coi genitori, militanti per la libertà curda nell'Iran di Khomeyni, in cella ci tornerà più volte e a ogni età, come una tappa ineluttabile e in una scalata 'criminale' che lo vede spacciatore adolescente, imprenditore, rapinatore e finalmente rapper. Perché tra una dose di cocaina e un pugno sferrato, Giwar coltiva il sogno di fare la sua musica. Il padre, celebre compositore curdo, gli ha insegnato a suonare il pianoforte, la madre, combattente resiliente, gli ha pagato per anni le lezioni private. Cresciuto a Bonn, dopo la prigione a Bagdad e l'asilo politico a Parigi, Giwar sogna l'oro del Reno e trova la redenzione nelle rime musicali.
Fatih Akin ha una predilezione spiccata per i destini fuori norma. Dopo Il mostro di St. Pauli, che ricostruiva in maniera estremamente grafica le gesta di Fritz Honka, il serial killer che terrorizzò il "red light district" di Amburgo negli anni Settanta, l'autore ripercorre la parabola esistenziale di Giwar Hajabi, in arte Xatar.
La vita del rapper tedesco di origine curda assomiglia di fatto a un film. Nato in Iran e cresciuto in Germania, Giwar è stato tutto e ha fatto di tutto, spaccio, furti, rapine. Ha fatto soprattutto a pugni con la vita prima di produrre "Number 415" col nome di Xatar e col numero da prigioniero.
Sotto il segno di Wagner, il titolo è già un indizio, Rheingold ha la potenza drammatica di un'opera. È un'epopea criminale violenta ed esaltante, una 'cavalcata' che deraglia sulla cattiva strada prima di rientrare sui binari dei "tempi binari".
Rheingold comincia come un film carcerario: Giwar Hajabi e compagni sono ricercati per "la rapina d'oro" di Stoccarda, acciuffati in Siria e buttati in una cella collettiva di una prigione siriana. Come ci siano finiti lo spiegano le due ore successive, perché Rheingold non è (solo) un prison movie ma un racconto di redenzione, un romanzo di formazione e a suo modo un'allegoria politica. Quando il film comincia Giwar è un ragazzino senza amici e senza sostegno in balia della violenza, quando termina è integro e vivo, è un uomo che ha costruito una solida rete, un cospicuo bottino di guerra, una comprensione migliore dell'umanità, una fede irriducibile nella libertà individuale e nella felicità in amore.
Come nei drammi lirici, l'ouverture anticipa il tono di un'impresa avvincente, una di quelle che vediamo più sovente negli heist movie americani, una storia di riscatto che conduce un uomo ordinario al potere e alla ricchezza. Ma nella testa di Fatih Akin, Giwar Hajabi è tutt'altro che ordinario. Come un profeta nasce in una grotta (sua madre lo partorisce da sola), come un supereroe acquisisce un (super)potere dopo un trauma (viene picchiato selvaggiamente da una banda di teppisti e impara a boxare come Tyson), come un artista ha il mistero della luccicanza (suona il pianoforte, compone versi e finisce per firmare un contratto con la Universal Music).
Il film è a sua immagine: suscita emozioni violente, provoca scariche di adrenalina, fa paura, rivolta ed esalta. Questa fantasia brutale e virtuosa si appoggia su una costante attenzione alla realtà e ai suoi dettagli: dal décor al vocabolario, dalle posture ai costumi, dai suoni ai nomi dei personaggi.
Ma il rispetto dell'autore per lo stato delle cose non fa comunque di Rheingold un film realista. Fatih Akin fa cinema per raccontare storie. La biografia di Giwar Hajabi ("Everything or Nothing: We say the world is yours") passa per una sceneggiatura che disegna il suo ostinato sopravvissuto: un personaggio che inventa la sua vita contro il mondo. Un opportunista, essenzialmente, che riscrive le regole del gioco per preservare la propria integrità, gioca l'intelligenza contro il potere, assume la propria abiezione morale nel crimine, usa la forza degli avversari per trionfare. La faccia tosta è quella di Emilio Sakraya che evolve sottilmente e attraverso scontri brutali. Due ore e venti dopo diventa una star, qualcuno che andremo di corsa a rivedere alla prossima 'puntata'. E la durata è essenziale per la riuscita del film.
Giwar ha vissuto mille vite, è stato torturato per sei mesi in Siria e condannato a otto anni in Germania, servono 140 minuti per rendere l'idea del tempo che passa. È il tempo di un grande film ma anche quello di una serie. Rheingold è 'tagliato' in episodi rapidi che fanno entrare e uscire i personaggi rinnovando la posta drammatica e permettendo al protagonista di scontare la pena e reinserirsi nel mondo a colpi di rap. La vita picchia duro e lui lo accetta (prigione, tortura, asilo politico, esilio...), apprende e quello che impara è folle: nuovi alfabeti, economie, mestieri, boxe, arte, sopravvivenza. Si rende utile, manipola, tesse relazioni segrete, crea reti parallele fino ad accedere alla libertà di essere finalmente quello che vuole.
Costruito attorno a lui, il film dà vita a una società di uomini in cui spiccano come fiori la madre e la fidanzata di Giwar, eroine in guerra e in pace. Con loro, a fare la singolarità di Rheingold è l'audacia della storia, la tensione permanente, il rigore febbrile della messa in scena e un cast di attori portati all'incandescenza. Fatih Akin conferma ancora una volta che il ritratto, in senso fotografico, è il cuore del suo lavoro.
Caro Fatih Akin, lo ammetto, dopo Soul Kitchen (che a me non aveva fatto impazzire) ti ho perso di vista. - a leggere le critiche non mi pare di aver perso molto... - Ti ritrovo oggi con Rheingold. Che dire? Meglio di Soul Kitchen ma forse ci hai voluto mettere dentro un po' troppa [...] Vai alla recensione »
È una storia di rifugiati curdi? È una storia di crimine? È una storia alla Tarantino, alla Guy Ritchie? Persino alla Scorsese? È la storia vera del rapper tedesco Xatar? È tutte queste cose insieme, Rheingold di Fatih Akin. È una storia vera che sembra finta, raccontata con un ritmo esplosivo, violento. Che paradossalmente, sembra più vera quando rallenta, quando si placa un po’.
Tratto dalla autobiografia del rapper Xatar “All or Nothing: We Say the World Belongs to You”, Rheingold è vorace, ambizioso, multiforme, caleidoscopico, “wagneriano” in questo senso – e forse, il titolo non è così fuorviante. È un po’ di tutto, come volevano essere le opere di Wagner. È pieno di spunti cinematografici, di continue toccate e fughe dai generi.
C’è un po’ di tutto, dentro il film di Fatih Akin, cinquantenne tedesco di origine turca, premiato a Berlino con l’Orso d’oro per La sposa turca nel 2004, per la migliore sceneggiatura a Cannes per The Edge of Heaven e sempre a Cannes con il premio per la migliore interpretazione femminile per Oltre la notte (guarda la video recensione). Akin ha spesso raccontato le minoranze in Europa, le tensioni razziali e religiose, le ferite della storia, ma sempre con irresistibile leggerezza pop. Anche in Rheingold – riferimento ovvio all’ ‘Oro del Reno’, l’opera di Wagner, la prima della tetralogia dell’ ‘Anello del Nibelungo’, in cui l’oro si fa metafora: mentre qui è reale, un McGuffin di oro grande che invade i pensieri – Akin mescola registri, toni, ritmi diversi.
Il sipario si apre in Siria, nel 2010: il protagonista – Giwar Hajabi, ovvero Xatar, interpretato da Emilio Sakraya – è sbattuto in una prigione siriana, torturato affinché riveli dove ha nascosto l’oro… E via, una serie di flashback che fa tanto Quei bravi ragazzi: stacco sull’inizio della rivoluzione iraniana del 1979, quella che portò al potere Khomeini. La violenza stavolta è l’irruzione di un gruppo di fondamentalisti nella sala da concerto dove suo padre, compassato, in tenue de soirée, sta dirigendo un’orchestra. Spari, caos, la fine di un’armonia.
E poi, è un ottovolante di luoghi e di tempi. L’avvento di Khomeini, la guerra Iran/Iraq: la madre che si rifugia in una grotta sotto le bombe e dà alla luce il figlio, fra i pipistrelli che impazzano. “Ti chiamerai Giwar”, dice. “Nato dalla sofferenza”. E poi via a Parigi, e a Bonn, dove la famiglia di quei curdi senza patria né speranze deve iniziare da capo una vita. Il giovane Giwar farà presto a lasciarsi coinvolgere in piccoli crimini. Verrà picchiato e umiliato: la sua decisione di vendicarsi lo porta a costruirsi un fisico minaccioso. Stacco: i Giwar adolescenti scompaiono. Ne emerge un Giwar muscoloso, col capo rasato, i baffi, lo sguardo da duro.
È andato a imparare la durezza del vivere a modo suo. Da uno che gli spiega: “Quando tu lo hai buttato a terra, vagli addosso e picchialo finché non lo finisci”. Giwar prende alla lettera i consigli, si prende la sua rivincita su una gang locale in una scena incredibilmente violenta. Che gli vale il soprannome “Xatar”, una parola curda che significa “pericoloso”.
Non siamo neanche a metà film. E raccontare tutto questo in poche manciate di minuti impone un prezzo: non si può andare tanto per il sottile. Più che sottili pennellate, sono colpi di spatola, sono graffiti fatti con lo spray quelli di Akin.
Da quando emerge Giwar adulto, si sviluppa il tema vero del film, l’interesse di Giwar per la musica, ereditato dal padre: ma non sarà musica classica, bensì rap. L’arte resiste, o persino si nutre della reclusione, della sconfitta: ci sono momenti piuttosto toccanti con Giwar che, in cella, canta rap sottovoce, sotto una coperta del penitenziario: sta registrando le sue prime tracce. È la creazione che si fa nel buio, nella solitudine, nella sconfitta. C’è molto di toccante, in quei momenti.
Prologo: la famiglia. Il padre è un celebre compositore curdo perseguitato dalle milizie dell'ayatollah Khomeini, che irrompono durante un concerto e fanno strage (prima scena efferata a sorpresa). La madre un'intrepida combattente torturata (altro momento di insistita crudeltà). Lui nasce in una grotta piena di pipistrelli (qui invece siamo in pieno fumetto) e cresce con la madre in prigione.