| Titolo originale | DAU. Natasha |
| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Germania, Ucraina, Gran Bretagna, Russia |
| Durata | 135 minuti |
| Regia di | Ilya Khrzhanovskiy, Jekaterina Oertel |
| Attori | Natalia Berezhnaya, Olga Shkabarnya, Vladimir Azhippo, Alexei Blinov, Luc Bigé Alexandr Bozhik, Anatoliy Sidko, Raisa Voloshchuk, Valery Andreev. |
| Uscita | giovedì 26 agosto 2021 |
| Tag | Da vedere 2020 |
| Distribuzione | Teodora Film |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,07 su 15 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 10 agosto 2021
Una donna si trova a dover affrontare la polizia sovietica. Il film ha ottenuto 1 candidatura agli European Film Awards, In Italia al Box Office Dau. Natasha ha incassato 8,8 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Unione Sovietica anni '50. Natasha e Olga lavorano nella mensa di un Istituto di ricerca segreto. La mensa è il luogo da cui tutti finiscono per passare, compresi gli scienziati. Con uno di essi , il francese Luc Bigé, la donna ha un rapporto sessuale in un momento in cui è decisamente ubriaco. I servizi segreti lo verranno a sapere e Natasha verrà umiliata e forzata a divenire una spia.
Curato da Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel, il progetto DAU in Ucraina ha raccolto per anni volontari disposti a simulare quotidianamente la vita come la si viveva nell'URSS degli anni duri dello stalinismo.
È in questo particolarissimo contesto che è stato girato il film, utilizzando materiale che sullo schermo digitale risulta di bassa qualità e camere a mano costantemente oscillanti ma apparentemente prive delle motivazioni che il Dogma vontrieriano si era coscientemente date.
Le due protagoniste non sono attrici ma sostengono performance decisamente non facili (ivi compresa, per Natasha, una lunga sequenza hard). Ci si accorge però, nello scorrere dei 135 minuti, che gli autori si sono innamorati dello straripante girato e quando sono giunti al montaggio hanno sacrificato moltissimo ma non tutto quanto era necessario. Perché la sceneggiatura ruota troppo a lungo su se stessa prima di arrivare alla svolta qualificante dell'interrogatorio in cui aguzzino e vittima giocano una partita che passa dalla violenza alla partita psicologica a scacchi.
Ci si trova così dinanzi a un'operazione che è stata senz'altro importante e motivata per chi l'ha realizzata ma finisce per fallire come efficacia comunicativa. A meno di aver letto le ampie note esplicative che accompagnato la proiezione. Ma il cinema in quanto tale dovrebbe saper 'parlare', va ogni volta ribadito, senza note a piè di pagina.
Ogni tanto il cinema ci regala dei meravigliosi progetti bigger than life. Pensiamo a Jean-Pierre Léaud cresciuto, letteralmente, nei panni di Antoine Doinel in cinque film di François Truffaut oppure a Ellar Coltrane filmato da Richard Linklater, per dodici anni, in Boyhood. Sono esperimenti che hanno alzato l’asticella del gioco – nel doppio significato, anche di “recitare”, dell’inglese “play” – dell’identificazione tra arte e vita.
In qualche modo anche Dau, il progetto nato nel 2009 dalla mente del giovane regista russo Ilya Khrzhanovskiy, oggi 46enne, che voleva girare un biopic sul premio Nobel della fisica Lev Landau (1908-1968) detto Dau, rientra in questa prospettiva utopica di far coincidere il tempo della vita degli attori con quello delle riprese. Così il regista, grazie ai finanziamenti del magnate delle telecomunicazioni antiputiano Sergey Adonyev, decide di stravolgere il progetto costruendo negli studi di Charkiv, in Ucraina, una mastodontica replica del vero istituto di ricerca diretto da Landau. Per tre anni di riprese 400 attori non professionisti hanno vissuto sul set come se fosse l’Unione sovietica negli anni dal 1938 al 1968, adeguando via via i costumi, le pettinature, le confezioni degli alimenti…
Dalle 700 ore di girato in 35mm, il direttore della fotografia è Jürgen Jürges che ha lavorato con Fassbinder, Wenders e Haneke, sono nati o nasceranno, la post-produzione è ancora in corso, serie tv, documentari e 14 film resi disponibili on line a pagamento (https://www.dau.com/en). Due film hanno partecipato alla Berlinale del 2020, DAU.Natasha, in concorso, e DAU.Degeneration, mentre l'intero progetto, opera totale in forma di installazione immersiva, è stato presentato nel 2019 a Parigi con il pubblico chiamato a vivere l'esperienza totalitaria del totalitarismo.
Ed è un po’ questo il punto di arrivo di DAU.Natasha che esce ora nei nostri cinema distribuito da Teodora. Ossia la messa in scena della dittatura attraverso la dittatura della macchina da presa che pedina la protagonista Natasha, interpretata da Natalia Berezhnaya, una cameriera nella mensa dell’istituto DAU senza più una vita privata. Una notte riesce a vivere un momento liberatorio sessuale, ripreso dai registi (il film è girato a quattro mani con Jekaterina Oertel) senza filtri nella sua più totale naturalezza, con uno scienziato francese. L’amore con uno straniero però le costerà caro e un ufficiale del Kgb le farà rivivere quell’atto sotto forma di tortura in alcune sequenze quasi insostenibili per lo spettatore che hanno anche scatenato una lettera aperta critica, ma pretestuosa, di un gruppo di giornaliste russe al direttore della Berlinale Carlo Chatrian rilanciata da Variety.
Il metodo Stanislavskij portato alle estreme conseguenze? Un «Truman Show stalinista» come ha scritto il Guardian? In realtà DAU.Natasha è un minuzioso lavoro di messa in scena della Storia attraverso un canovaccio a cui gli stessi interpreti hanno collaborato.
C’è anche un incredibile lavoro sul suono, ad esempio il rumore dei bicchieri – la vodka è quasi un personaggio del film –, che riesce a trasportare lo spettatore ‘veramente' in quelle stanze claustrofobiche. Come gli attori-non attori chiamati a (ri)vivere, sulla propria pelle, la storia del loro paese spinti da uno dei registi della nuova leva che era solo un preadolescente all’epoca della fine dell’URSS.
La forma violenta con cui viene rimessa in scena quella violenza è filologica, mai gratuita. E, per una volta, necessaria.
Da un certo punto di vista, Dau. Natasha è un resoconto brutale, crudo e repellente della vita di una donna (inventata) che lavora nella mensa di un istituto di ricerca scientifico a Mosca, nella Russia di Stalin, diretto dal fisico teorico Lev Landau (soprannominato "Dau"). Ci vengono mostrati i rapporti di Natasha con la sua collega Olga e anche quello che succede nella Stanza 101, in tutto il suo [...] Vai alla recensione »