| Titolo originale | Chernobyl |
| Anno | 2019 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | USA |
| Regia di | Johan Renck |
| Attori | Jared Harris, Emily Watson, Stellan Skarsgård . |
| Tag | Da vedere 2019 |
| MYmonetro | 3,76 su 3 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 11 marzo 2020
Una mini-serie dedicata al disastro nucleare di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile 1986, nell'allora Repubblica socialista sovietica ucraina. La serie ha ottenuto 4 candidature e vinto 2 Golden Globes, 8 candidature e vinto 3 Emmy Awards, 4 candidature e vinto un premio ai Critics Choice Award, 2 candidature a SAG Awards, ha vinto un premio ai Writers Guild Awards, ha vinto un premio ai Directors Guild, 1 candidatura a CDG Awards, ha vinto un premio ai Producers Guild, La serie è stato premiato a AFI Awards, ha vinto un premio ai ADG Awards,
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CONSIGLIATO SÌ
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Valery Legasov ricorda gli eventi che circondano la tragedia di Chernobyl del 1986, a partire dalla tragica notte del meltdown per arrivare agli sforzi eroici e ai sacrifici fatti per contenerne le conseguenze. Il tutto operando sotto un sistema che fa del controllo delle informazioni e della falsificazione la propria prima direttiva, creando un ostacolo diretto alla scienza e alla raccolta dei dati necessaria a evitare che una crisi analoga si ripeta. Con l'aiuto della fisica Ulana Khomyuk e, dopo rapporti inizialmente difficili, anche del politico Boris Shcherbina, Legasov si batterà per far emergere, almeno internamente al sistema sovietico, la verità sull'accaduto.
Una ricostruzione impressionante e volutamente sobria, senza scorciatoie spettacolari, di una tragedia tra le più significative degli anni 80 oltre che uno dei passaggi cruciali nel crollo del regime comunista sovietico.
Chernobyl è stato girato in Lituania presso una vera centrale nucleare dismessa, a Ignalina, e nella città di Fabijoniškes ma riesce a restituire, anche grazie alla postproduzione, lo spirito sovietico del tempo, preservato nella zona di alienazione di Chernobyl. Considerato che lo sceneggiatore Craig Mazin arriva dagli Scary Movie, dai sequel di Una notte da leoni e pure dal terribile Il cacciatore e la regina di ghiaccio, è davvero una sorpresa che Chernobyl vanti una scrittura così attenta al dettaglio drammatico e storico. Tanto che gli si perdona volentieri l'occasionale ricorso a convenzioni da disaster movie e a qualche passaggio di dialogo un po' troppo didascalico per personaggi che vivono da sempre nel sistema sovietico (come segnalato anche da un articolo del New Yorker).
Di certo parte del merito deriva dal prestigio della fonte, da maneggiare con assoluto rispetto: il libro 'Preghiera per Chernobyl' del 1997 (in Italia pubblicato da Edizioni E/O) del premio Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich, giornalista e scrittrice bielorussa che ha raccolto direttamente testimonianze sul disastro.
Gli autori da parte loro non nascondono di aver introdotto alcune semplificazioni a fini drammatici, l'hanno dichiarato in più interviste e lo scrivono anche nei cartelli finali della miniserie, con particolare riferimento al personaggio di Ulana Khomyuk, figura fittizia che incarna in un solo corpo i molti scienziati che hanno assistito Legasov. Inevitabilmente che sia sola e oltretutto donna, fa di lei un personaggio piuttosto hollywoodiano, una sorta di "underdog" con una crociata personale, anziché parte di una comunità più ampia. Questo genera alcune distorsioni, soprattutto considerato che secondo un esperto come Adam Higginbotham la verità sulle cause era già nota tra gli scienziati.
D'altra parte proprio il tema della verità e della sua ricerca è quello che rende la miniserie così attuale, in particolare attraverso alcuni dialoghi di Ulyana dove si difende il valore della scienza messo a rischio da dubbi irragionevoli, che tendono a minimizzare dati reali per fini propagandistici (un po' come accade con i vaccini o la questione del riscaldamento climatico oggigiorno). Inoltre le semplificazioni erano necessarie, considerato che questa coproduzione tra Sky e HBO ha il dono della sintesi e si articola in soli cinque episodi.
Si apprezza poi che, a parte per l'aggiunta di una colonna di fumo dal reattore, si preferito mantenere la minaccia radioattiva rimanesse il più invisibile possibile, senza siano esplosioni o altri segni di distruzione spettacolari. Dell'avvelenamento radioattivo vediamo solo le conseguenze, su corpi segnati da ferite orribili, che si disfano in una impietosa autodistruzione. In mezzo a tanta catastrofe, Chernobyl sceglie di raccontare anche una storia reale di speranza, quasi un miracolo quello di Lyudmilla Ignatenko, moglie incinta di un pompiere investito dalle radiazioni del primo soccorso e che lei ha assistito sul letto di morte, nonostante i rischi per la propria salute e per quella del figlio che porta in grembo.
Chernobyl è interpretata da un cast largamente inglese e comunque non sovietico, che recita senza accento russo per non rompere l'incanto, anche perché qui era impossibile mantenere un registro di bilinguismo come in The Americans e servivano volti capaci di rendere appetibile la miniserie. Del resto non ci si può lamentare: il cast è di altissimo livello, con al centro il rapporto tra Jared Harris (Mad Men, The Terror, The Crown) e Stellan Skarsgård, cui si aggiunge Emily Watson nei panni di Ulana Khomyuk. Il principale colpevole, che ha gestito malamente un test di sicurezza causando la catastrofe, ha il volto di Paul Ritter, attore inglese soprattutto televisivo, mentre allo svedese David Dencik (McMafia, Top of the Lake) tocca la piccola ma importante parte di Gorbachev e ha un ruolo significativo, anche se solo in due episodi, il giovane emergente Barry Keoghan (Il sacrificio del cervo sacro, Dunkirk, American Animals). La loro ottima direzione per mano del regista Johan Renck, proveniente da un mondo che non potrebbe essere più lontano da Chernobyl come quello del videoclip e della pubblicità, è l'altra vera sorpresa di questa impressionante miniserie.
Ho 55 anni, ed ho vissuto secondo per secondo quei momenti, da giovane. La perfezione assoluta di questo capolavoro, perché tale dev'essere considerato, è strabiliante, ho rivissuto l'angoscia di quei momenti. Il Covid 19, nonostante la strage, fa molta meno paura, perché si può pensare che il fisico riesca a sopraffare il virus o di tenere le distanze sociali. Vai alla recensione »
Ucraina, 2019. Belle ragazze posano seminude sullo sfondo dei resti di Prypiat, nella (mai nome fu più appropriato) "zona di alienazione". Perché? Perché sono influencer, e Chernobyl, impressionante miniserie HBO, ha avuto un successo clamoroso, diventando all'istante lo show col più alto gradimento di sempre su IMDb.com. Chernobyl ora è trendy; le agenzie che organizzano visite turistiche nelle zone [...] Vai alla recensione »