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L'altrove della fantascienza

Virtualità e animazione in The Congress.
di Roy Menarini

In foto una scena del film The Congress.

domenica 15 giugno 2014 - Approfondimenti

Non sarà facile, per il travolgente ma spesso caotico film di Ari Folman, diventare il cult che alcuni pronosticavano alcuni mesi addietro. Alla sua uscita italiana, in piena estate, esiste il rischio che attiri solo i pretoriani della fantascienza e dell'animazione adulta. Eppure The Congress è il tipico caso di declinazione dei temi noti della fantascienza attraverso nuove ibridazioni. Animazione più cyberpunk più melodramma in live action si fondono quasi senza precedenti (viene in mente Avalon di Mamoru Oshii, ma solo come suggestione, viste le differenze tecniche).
La coraggiosa Robin Wright - che per di più accetta di essere rappresentata da un avatar che non rende nemmeno pallidamente giustizia al suo fascino - e gli altri "alias" del film sono immersi in una vicenda apocalittica che nasce dal cinema per poi estendersi a tutti i viventi. La sostituzione virtuale del proprio sé diviene dapprima un paradosso per ciò che riguarda la vendita dell'immagine e del copyright e poi si estende a divorare gli esseri umani, con una logica (esistere in un altrove riccamente illustrato piuttosto che in una realtà opaca) che da Philip K. Dick a Matrix è stata ampiamente esplorata. La novità è che Folman scarta totalmente la classica opzione gothic e cyber dell'animazione contemporanea, e pur facendo riferimento e saccheggiando la narrativa estremo orientale, vira verso un disegno disneyano e classicista. Il senso di spiazzamento è dunque ancora più forte che in A Scanner Darkly - Un oscuro scrutare di Linklater dove, grazie al rotoscopio, gli attori erano letteralmente ridisegnati sullo schermo. Evidentemente le potenzialità del dialogo tra riproduzione dal vero e animazione, insufflate di nuova vita dal digitale che - per sua stessa natura - elimina le barriere dei due dispositivi, sono ancora da esplorare. Ed è allora curioso che, al di là dell'originalità della storia e della banalità del tema di fondo (la presunta genuinità dell'esperienza umana), sia proprio la fantasia a porre i problemi più complessi nel film di Folman. È stato giustamente notato da più parti che The Congress rischia di assopire lo spettatore proprio nel momento in cui si passa dal mondo reale a quello animato, e mano a mano che l'immaginazione dell'autore si scatena. Questo dimostra che la fantascienza non è solamente trasgressione della norma(lità) bensì un più ampio gioco di negoziazioni tra la capacità di stupire, trascendere e la solidità degli universi rappresentati.
Folman è certamente più vicino a Terry Gilliam o Michel Gondry che a registi come Andrew Niccol o Duncan Jones, per citare nomi contemporanei. Questo non è un difetto, ovviamente, ma sembra quasi che al regista israeliano la fantascienza interessi quasi solo come mezzo per giungere all'allegoria, o come contenitore di spunti (talora geniali) e bizzarrie assortite, mentre si tratta di un genere che non ama essere sedotto per una sola notte. Bisogna amarlo, conoscerlo, appropriarsene con coraggio, altrimenti si rischia di esserne puniti.

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