| Anno | 2012 |
| Genere | Commedia |
| Produzione | Francia, Belgio |
| Durata | 112 minuti |
| Regia di | Xavier Giannoli |
| Attori | Kad Merad, Cécile De France, Louis-Do de Lencquesaing, Alberto Sorbelli Pierre Diot, Christophe Kourotchkine, Stéphan Wojtowicz, Garba Tounkara, Romain Medioni, Mathias Camberlein, Cédric Ben Abdallah, Frédéric Boismoreau, Hervé Pierre, Jean-Pierre Malignon, Michael Abiteboul, Fabien Orcier, Fred Épaud, Yvon Martin, Alban Aumard, Bertrand Constant, Élise Caron, Joffrey Verbruggen, Eric Fortère, Béatrice De Staël, Jean-Pierre Lazzerini, Jérôme Bruno, Aurore Broutin, Mostefa Djadjam, Arben Bajraktaraj, Vincent Schmitt (II), Louise Coldefy, Jérôme Daran, Violaine Gillibert, François Bureloup, Marie-Christine Orry, Ariane Pirié, Françoise Gazio, Alain Kruger, Damien Chapus, Sophie Bacry Picciotto, Ariane Brodier, Tarik Lamli, Monie Lekoundzou, Philippe Welke. |
| MYmonetro | 2,71 su 9 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 5 settembre 2012
Una commedia drammatica sulle conseguenze di una popolarità che cresce rapidamente.
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CONSIGLIATO SÌ
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Martin Kazinski, destandosi un mattino di un giorno uguale al precedente, si trova trasformato, durante il solito tragitto in metropolitana, in una superstar. Tutti vogliono fotografarlo, avere un suo autografo, riconoscerlo. Impaurito e infastidito, accetta l'aiuto di una giovane produttrice televisiva che, in cambio della sua apparizione in trasmissione, gli promette di far luce sulle ragioni di ciò che gli è accaduto. Uno scherzo di qualcuno? Uno scherzo del destino? Ma è un cane che si morde la coda e, da questo momento in poi, "l'uomo che è diventato famoso perché non voleva esserlo" non può dire o fare nulla senza che ogni sua parola venga adottata come uno slogan, ogni sua azione riempita di un senso e del suo contrario.
La Francia di Debord e Lyotard, qui ridotti a Bignami di se stessi, interpreta in chiave drammatica lo spunto che Allen aveva recentemente velato di ironia, o meglio di sarcasmo. Tuttavia Giannoli non si spinge alle estreme conseguenze, limitandosi a mettere in campo il maggior numero di derivazioni narrative e speculative offerte dall'argomento, fino al punto in cui questa quantità si fa eccessiva e il film si ritrova, per converso, impoverito.
Dal ricordo esplicito dell'aggressione dei paparazzi a Diana Spencer, l'ultima notte della sua vita, fino alla citazione altrettanto manifesta della moda editoriale parigina dei pamphlet alla Stéphane Hessel ed epigoni ("Indignatevi!"), Giannoli evidentemente crede che il cinema sia l'unico mezzo in grado di conservare quella distanza focale che permette di non farsi fagocitare dal tritatutto della massa che decide l'agenda della televisione che decide l'agenda della massa e così via, ad libitum. La finzione dichiarata è dunque moralmente più giusta della (pretesa della) realtà? Non è un pensiero nuovo, né conduce molto in là, in tempi di storytelling obbligato di qualsiasi (non) evento, come denuncia il film stesso, ma avrebbe una sua validità se Superstar il cinema non se lo dimenticasse (di proposito?) dietro un cassonetto, dentro poche scene "rubate", che non a caso comprendono sempre la presenza di Cécile de France, vera luce del film.
A differenza di quanto avviene in Reality di Garrone, che è cinema allo stato puro e confina, non a caso, l'immagine televisiva dentro limiti precisi e stretti, in Superstar il cinema occupa fisicamente gli spazi della televisione e smarrisce se stesso, finendo per diventare ridondante (l'ultimo neo sono proprio i titoli di coda) e farsi piccolo piccolo.
È un uomo di mezza età, di aspetto dimesso, senza famiglia: ogni giorno prende il metrò, con in mano un sacchetto di plastica che non molla mai e va in un laboratorio di elettronica dove sovrintende al lavoro di ragazzi disabili. Persone come lui, come Martin Kazinski, non le vede nessuno, sono invisibili, e proprio per questo liberi, sereni. Ma un mattino, di colpo, senza ragione, la gente sulla metro, [...] Vai alla recensione »