| Anno | 2000 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Italia |
| Durata | 110 minuti |
| Regia di | Pasquale Scimeca |
| Attori | Vincenzo Albanese, Marcello Mazzarella, Gioia Spaziani, Carmelo Di Mazzarelli Biagio Barone, Giuseppe Fiasconaro, Tonino Russo. |
| Tag | Da vedere 2000 |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,24 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 10 marzo 2025
La vita e la lotta di una vittima della mafia.
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CONSIGLIATO SÌ
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Placido Rizzotto torna al paese d'origine, Corleone, dalla seconda guerra mondiale dopo aver combattuto anche nella Resistenza. Trova una realtà sociale ed economica in cui la mafia la fa da padrona. Si impegna quindi nell'attività sindacale con lo scopo di restituire le terre dei latifondi ai contadini che ne sono stati privati. Questo farà appuntare su di lui le attenzioni di Cosa Nostra ed in particolare quelle del boss in ascesa Luciano Liggio.
Il film che mise al centro dell'attenzione una delle figure meno note, ma non meno importanti, della lotta alla mafia.
Quando nel 2000 il film venne presentato alla Mostra del Cinema di Venezia provocò delle reazioni il fatto che non vi si facesse riferimento alla militanza del protagonista nel Partito Socialista. Non si era forse capito che quello di Scimeca non era e non voleva essere un biopic nello stile di Giuseppe Ferrara quanto piuttosto una narrazione di un'esistenza. Basti pensare alla presenza della figura materna (Rizzotto la perse da bambino) per comprendere che non si era di fronte alla ricostruzione puntuale della vita del sindacalista quanto piuttosto alla proposta di una figura che potesse presentarsi come sintesi di tante vite di persone comuni oppresse dalla mafia. Scimeca lo dichiara poi, dopo un prologo che vede il padre di Placido arrestato su mandato del prefetto di ferro Cesare Mori e un'azione partigiana in cui Rizzotto tenta un salvataggio in extremis, con la dimensione (ormai già all'epoca dell'uscita del film perduta) della narrazione del cantastorie. Nello specifico si tratta proprio del padre del protagonista che utilizza questa modalità consentendo poi alla sceneggiatura un finale fortemente emblematico ed ammonitore.
La stessa colonna sonora, quasi cesellata per ogni situazione, contribuisce allo sviluppo di una rievocazione che mette in parallelo la dimensione pubblica e quella privata di Rizzotto facendole ad un certo punto convergere. Ciò che all'epoca sembra interessare a Scimeca è la messa in luce non tanto delle collusioni politiche anche ad alti livelli quanto piuttosto le metastasi di un cancro sociale che pervadeva i rapporti quotidiani. È sotto questa luce che si può leggere il soffermarsi sul legame amoroso del protagonista che avrà degli sviluppi crudeli e un finale in cui un gesto riassume la disperazione e la disillusione di un'esistenza. Scimeca con la sequenza iniziale legata alla Resistenza e con il tragico esito della vita di Rizzotto ci ricorda che un giudizio superficiale potrebbe fare propendere per considerarle come gesta di un perdente. Non è così. Uomini come Placido Rizzotto hanno riconsegnato la U maiuscola alla parola umanità nella sua più alta accezione. Questo film ce lo ricorda.
Placido Rizzotto, giovane segretario della Camera del Lavoro (33 anni) viene ucciso in un agguato di mafia ordinato dall'emergente boss Luciano Liggio. È il 1948. Tanto tempo fa. Ma il film di Scimeca è capace di ricordarne la vita raccontando una storia che, come è scritto nel prologo, "sarebbe potuta accadere in qualsiasi posto del mondo". Venti quadri di una ballata da cantastorie per ricordare, come dice Rizzotto nel film, che "I nostri nemici non sono i padroni ma noi stessi. Non si nasce schiavi o padroni, lo si diventa." Una lezione di responsabilità individuale troppo facile da dimenticare e che va invece ricordata. Senza 'se' e 'ma'.
«Quello che ho cercato di cogliere con questo film è la frattura che si determina tra le generazioni in certe particolari condizioni della storia. Padri e figli che si parlano e non si capiscono più. Sconvolgimenti sociali (e politici) che scuotono dalle fondamenta ordini secolari costituiti, fin dentro le stesse famiglie» Così Pasquale Scimeca racconta nelle note di [...] Vai alla recensione »
Placido Rizzotto torna al paese d’origine, Corleone, dalla seconda guerra mondiale dopo aver combattuto anche nella Resistenza. Trova una realtà sociale ed economica in cui la mafia la fa da padrona. Si impegna quindi nell’attività sindacale e attirerà su di lui le attenzioni di Cosa Nostra ed in particolare quelle del boss in ascesa Luciano Liggio.
Il film che mise al centro dell’attenzione una delle figure meno note, ma non meno importanti, della lotta alla mafia.
Scimeca con la sequenza iniziale legata alla Resistenza e con il tragico esito della vita di Rizzotto ci ricorda che un giudizio superficiale potrebbe fare propendere per considerarle come gesta di un perdente. Non è così. Uomini come Placido Rizzotto hanno riconsegnato la U maiuscola alla parola umanità nella sua più alta accezione. Questo film ce lo ricorda.
Ode a uno sconosciuto. Ricordo di un giusto, ucciso più di cinquant'anni fa e del quale non esiste (non è mai esistita) nemmeno la tomba, una lapide sulla quale portare i fiori e rinverdire la memoria. Un ribelle, eliminato dalla mafia di Corleone: mandanti ed esecutori furono quasi subito catturati da un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, per essere poco tempo dopo assolti [...] Vai alla recensione »