| Titolo originale | Les 400 coups |
| Anno | 1959 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 93 minuti |
| Regia di | François Truffaut |
| Attori | Jean-Pierre Léaud, Albert Rémy, Claire Maurier, Patrick Auffay, Georges Flamant Jeanne Moreau, Jean-Claude Brialy, Jacques Demy, François Truffaut, Guy Decomble, Daniel Couturier, François Nocher, Richard Kanayan, Renaud Fontanarosa, Michel Girard, Serge Moati, Bernard Abbou, Jean-François Bergouignan, Michel Lesignor. |
| Uscita | giovedì 25 settembre 2014 |
| Tag | Da vedere 1959 |
| Distribuzione | Cineteca di Bologna |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,38 su 9 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 10 aprile 2020
Per il piccolo Antoine Doinel, il riformatorio diventerà il trampolino per il tuffo nel mare della vita. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, In Italia al Box Office I quattrocento colpi ha incassato 55,4 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Come una madre che osserva e veglia, nelle prime immagini del primo capolavoro di Truffaut, quello che lo ha fatto passare dai banchi di scuola dei "Cahiers du Cinema" alla cattedra della macchina da presa, la Tour Eiffel è sempre presente, e domina Parigi. I 400 colpi è anche il primo film del personaggio Antoine Doinel, alter ego del regista, sempre interpretato da Jean Pierre Leaud, che accompagnerà nella vita cinematografica il cineasta francese. Antoine Doinel è un bambino che vive con la giovane madre e il patrigno. Ha poca voglia di studiare e si diverte ad andare al cinema, a marinare la scuola, a compiere piccoli furti, oppresso da una famiglia che pensa troppo a se stessa e lo relega a buttare via la spazzatura o ad andare a comprare il latte, lasciando ai compagni di scuola il compito di accompagnarlo all'adolescenza. Il riformatorio diventerà il trampolino per il tuffo nel mare della vita.
Manifesto della Nouvelle Vague francese, il primo film di Truffaut è un inno alla libertà dell'infanzia, in parte autobiografico, che disegna e descrive le vicende di un bambino, nel quartiere in cui il regista è nato.
La forma filmica è immediata, viva, realista, strizza l'occhio a Rossellini, e rappresenta i volti e le vite dei piccoli uomini nelle strade parigine, nelle sue sfaccettature più intime, nei discorsi fra amici che condividono gli stessi luoghi. La poesia dei primi anni dell'esistenza risulta apparentemente rotta dalla coercizione del riformatorio, insieme di rigide regole che dovrebbero indicare la retta via; è però nell'ultima magica sequenza, mostrata secondo dopo secondo nel più classico stile della "Nouvelle Vague", in quella corsa di Doinel verso il mare, che i capelli possono finalmente seguire il vento, e lo sguardo finalmente perdersi senza paura verso gli anni dell'età adulta.
Tutto è cominciato alla fine degli anni Cinquanta con una dichiarazione di guerra, quattrocento colpi sparati a salve che avrebbero cambiato per sempre la storia del cinema. Nel 1959 François Truffaut ha ventisette anni, è autore di un cortometraggio (L'età difficile) e il suo primo lungometraggio vince a Cannes il premio per la miglior regia. Primo episodio della saga Antoine Doinel, I quattrocento colpi è un racconto di formazione: le avventure di un adolescente dei quartieri popolari parigini che passa il suo tempo a fuggire dalla scuola, dalla famiglia, dal mondo. Pieno di pudore e di un dolore recitato in prima persona, I quattrocento colpi è un film apertamente autobiografico e il bagliore inaugurale di un regista venuto dalla critica. Truffaut donerà un seguito alle avventure di Doinel facendo invecchiare il personaggio col suo attore principale, il lunare Jean-Pierre Léaud, che incarnerà in Francia meglio di nessun altro il Maggio '68. Personaggio evolutivo al cinema per eccellenza, Doinel resta un punto di ancoraggio essenziale, un riferimento che registra il miracolo del tempo che passa, la manifestazione di una persona che diventa personaggio davanti al mare, origine e orizzonte di un'infanzia divenuta mitica.
I quattrocento colpi è il primo lungometraggio di François Truffaut, che veniva dalla critica cinematografica sui «Cahiers du Cinéma»; è il primo capitolo della serie che seguirà il percorso di Antoine Doinel/Jean-Pierre Léaud, alter ego dell’autore, dall’infanzia alla maturità; è il film che lancia a livello internazionale, a Cannes 1959, il movimento della nouvelle vague, che afferma definitivamente il cinema come arte, la cinepresa come penna stilografica da usare con libertà creativa e personale, il regista come autore, come figura centrale del cinema, unico e solo creatore-autore del film, che riconosce il proprio lavoro come un impegno morale, come una questione di rispetto etico verso il mondo e verso gli altri. È un’opera autobiografica e insieme universale, basata su alcuni temi centrali: il passaggio dall’infanzia all’adolescenza; l’infanzia che, incompresa e inascoltata, vittima della repressione adulta (come nei film di Roberto Rossellini), si fa centro propulsore di libertà e forza anarchica (come in Zero in condotta, di Jean Vigo); il conflitto tra l’innocenza e la fantasia dei bambini (espressa anche dall’amore per i romanzi e per i film) e la durezza e realtà del mondo degli adulti (dall’indifferenza dei genitori alla coercizione del riformatorio). Antoine sente le persone e il mondo che lo circondano come ostili, opprimenti, distanti, è alla costante ricerca di una via di fuga verso la libertà, verso il mare. La stessa ricerca di libertà coinvolge l’autore, il suo stile, la sua scrittura visiva. Truffaut altalena tra l’improvvisazione realistica, quasi documentaristica, e la rielaborazione predisposta; la cinepresa oscilla tra la leggerezza ariosa che la libera dalla pesantezza meccanica e la fa correre, volare, e una fissità che si pone in contrasto con la mobilità, interiore o fisica, sciolta o repressa, di Antoine, presente quasi in ogni inquadratura, sospeso tra fresca tenerezza e sovversiva impertinenza. Il titolo francese vuol dire “fare il diavolo a quattro”.
Antoine Doinel è un adolescente introverso e irrequieto che vive a Parigi con i propri genitori, Julien e Gilberte, in un'atmosfera di perenne tensione e di freddezza; continuamente rimproverato dai suoi insegnanti, comincia a marinare la scuola e a passare il tempo al cinema e in giro per le strade della città, ma finisce nei guai a causa del furto di una macchina da scrivere e verrà spedito in riformatorio.
Girato a basso costo nel 1959, I quattrocento colpi è stato il primo film realizzato dal giovane critico cinematografico François Truffaut, che dopo una serie di cortometraggi si impose all'attenzione di critica e pubblico con questa apprezzatissima pellicola d'esordio, premiata per la miglior regia al Festival di Cannes e consacrata fin da subito come un autentico manifesto della Nouvelle Vague. Interpretato dal quindicenne Jean-Pierre Léaud, che in breve tempo diventerà l'attore-feticcio di Truffaut, il film è il primo del ciclo dedicato ad Antoine Doinel, personaggio-simbolo dell'opera truffautiana, del quale il regista racconterà in tutto vent'anni di vita (infanzia, giovinezza, matrimonio, separazione) nel corso dei quattro capitoli successivi: Antoine e Colette, primo episodio del film L'amore a vent'anni (1962), Baci rubati (1968), Non drammatizziamo... è solo questione di corna (1970) e L'amore fugge (1979).
Di ispirazione decisamente autobiografica (sia per la complessa situazione familiare, sia per le disavventure del piccolo Antoine), il film riprende lo stile e il taglio narrativo tipici del neorealismo italiano (in particolare del cinema di Roberto Rossellini, uno dei modelli di riferimento di Truffaut) per fonderli con una sensibilità, una tenerezza e un'assoluta partecipazione emotiva da parte dello spettatore verso il protagonista, in un'identificazione favorita anche dall'uso della macchina da presa (che mantiene quasi sempre Antoine presente in scena). Alle suggestive inquadrature iniziali di Parigi segue un'intima descrizione delle vite quotidiane dei personaggi: le mattinate di Antoine a scuola, perseguitato da professori terribili, i pomeriggi trascorsi con il suo migliore amico in giro per le strade della città, le serate a casa con i genitori.
Considerato uno dei capolavori dell'opera di Truffaut, I quattrocento colpi è il crudo resoconto di un'adolescenza tormentata attraverso lo sguardo di un ragazzo qualunque, prigioniero di una realtà rigida e soffocante, incompreso (o trascurato) da genitori schiavi delle proprie ipocrisie (il patrigno finge di ignorare le infedeltà della moglie), e costretto a vivere in un mondo di adulti che appare contrassegnato da un'atmosfera di disamore e di incomunicabilità. E non a caso le uniche possibilità di evasione per Antoine sono costituite dalla letteratura (emblematico l'altarino eretto in onore di Balzac) e dal cinema, vale a dire dalle due massime forme di espressione della fantasia. Bellissima la sequenza del dialogo di Antoine con la psicologa, priva di controcampo, quasi a voler sottolineare l'ineluttabile condizione di solitudine del protagonista. Indimenticabile il finale del film, con la fuga di Antoine dal riformatorio che si interrompe sulla riva del mare e nel suo sguardo traboccante d'angoscia, in una delle scene più struggenti nella storia del cinema. Il titolo della pellicola deriva un comune modo di dire francese, che significa "fare il diavolo a quattro".
Una donna gravida è una donna che prende in carico al suo interno un nuovo corpo. La donna, durante questo periodo chiamato gravidanza, è in stato di grazia, il più delle volte. Succede, purtroppo, che questo stato di grazia si può trasformare per tantissimi motivi, mentalmente, in una situazione qualitativamente anomala.