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Italian Global Series, Intervista a Marco Spagnoli

"Il punto di forza del nostro festival? La centralità delle serie, dalle più sofisticate alle più pop, e un pubblico di veri appassionati"
di Claudia Catalli

mercoledì 8 luglio 2026 - News

“Le sale sono piene e sui social già solo nei primi giorni abbiamo ottenuto lo stesso risultato dell’anno scorso”. Marco Spagnoli, direttore artistico dell'Italian Global Series, fa un primo bilancio di questa seconda edizione, spostatasi da Rimini a Riccione fino all'11 luglio. “Abbiamo raddoppiato l'attenzione già solo in questi primi giorni, anche grazie alla presenza degli attori turchi Ozge Gurel e Serkan Cayoglu che hanno una grande risonanza sui social, e stiamo ricevendo grandi articoli, grandi complimenti, siamo contenti”.
 
Che cosa ha questo festival che gli altri non hanno? 
Le serie. Sono presenti in altri festival, a Roma, a Venezia, ma non sono protagoniste. Vengono sempre viste come qualcosa di collaterale, perché quella sera magari arriva George Clooney, Nicole Kidman o qualcun altro. Ma le serie hanno bisogno di un racconto diverso. Poi possiamo discutere se farle vedere tutte, farne vedere solo episodi e così via, ma non possono essere messe là giusto perché portano talent. 
 
Quale ritiene sia il vero punto di forza di questo festival? 
Il pubblico, perché è appassionato di serie e personaggi che non vedrebbe altrimenti nei festival tradizionali. Il pubblico ha voglia di incontrare non solo gli attori, ma anche chi parla di sceneggiatura, di produzione, del dietro le quinte delle loro serie del cuore. Penso a Steve Stark, a David Zucker, non l'avrebbero mai visti se non qui, perché nessuno li avrebbe invitati se non un festival dedicato alla serialità. Parlare di serialità significa parlare di qualcosa che è vicino al pubblico. Ci tengo anche a dire che noi non paghiamo nessun ospite, non lo possiamo fare, e non l'avremo fatto. Chi viene aderisce a un progetto culturale. 
 
Progetto dedicato anche agli studenti.
Uno dei punti di forza del pubblico è avere la Summer school, cioè cento studenti che vengono a frequentare gli incontri, le proiezioni, le masterclass, fanno come un super master concentrato. E questo è prezioso.
 
Altra peculiarità del festival è che in programma troviamo serie d’autore come Riot Women accanto a prodotti pop come Viola come il mare.
Sono cresciuto leggendo la filosofia greca antica e Topolino o gli albi di Spider Man, ho un'idea popolare della cultura, della televisione e del cinema. La linea editoriale la dettiamo nel concorso, dove si trovano esclusivamente cose di grandissima qualità come Riot Women, però il pubblico delle serie vede tutto, mia moglie che ha due lauree alla Sorbona non si è persa una puntata di Grey's Anatomy, quindi noi dobbiamo proporre tutto nel programma, sia le cose più popolari e più mainstream che quelle più sofisticate. Magari poi delle 200 signore che sono andate a vedere le soap turche o Viola come il mare due hanno detto: “Ma cos’è questo Riot Women? Vediamolo”. Dobbiamo mettere tutti in condizione di vedere tutto, abbiamo sia la globalità delle proposte che la globalità dei temi e delle persone, per questo premiamo da Lino Banfi a Carlton Cuse, si parla di grandissimi artisti in ambiti completamente diversi. È importante la diversità degli ospiti che sono di tutto il mondo, di tutte le provenienze, di tutti i colori, di tutti gli orientali sessuali, e così la diversità nelle scelte delle storie. Solo sui formati siamo rigidi, copiando gli Emmy da noi le commedie stanno con le commedie, le miniserie con le miniserie, i tv movie con i tv movie e così via, perché non possono competere formati che sono molto diversi tra loro. 
 
L'ospite che in questi primi due anni l’ha colpita di più? 
Robert Powell. Ma anche John Ridley e Carlton Cuse, perché aderiscono a un progetto culturale, vengono e parlano con i ragazzi e poi li incontrano, condividono, parlano con la stampa - nell'invito nei pochi ma importanti obblighi che hanno devono fare due ore di stampa, perché non è possibile che noi giornalisti andiamo ai festival e non ci danno spazio. Da non ci sono barriere, non c'è una scritta VIP o Lounge, queste str**ate non le voglio vedere, le trovo immorali. L'anno scorso una star americana non è venuta, mi ha detto: "Non mi sento al mio agio a stare a un cocktail con i giornalisti". Bene allora meglio non venire, perché non è quello lo spirito. Non è pensabile che queste persone vengano in vacanza, questo è un festival estivo, non balneare. Chi viene sa che dovrà incontrare il pubblico e la stampa, non solo quattro giornalisti baciati dal grifone.
 
I suoi desiderata per il prossimo anno? 
Fare sempre queste cose e sempre meglio. Magari faremo, come la presidente Apa Chiara Sbadigia ha già annunciato, una sezione sulle serie verticali, poi abbiamo già contattato una cinquantina di persone che ci hanno detto "Ci vediamo l'anno prossimo", quindi appena potremo partiremo con le richieste. 
 
L'ospite impossibile che vorrebbe?
Larry David, di cui sono un super fan, ma lui non viaggia, non va neanche da New York a Los Angeles, è dal Roma Fiction Fest che lo inseguo. La cosa fondamentale resta il passaparola, la maggior parte degli ospiti quest'anno sono stati suggeriti da persone venute l'anno scorso e questa per noi è la cosa più bella. Bertie Carvel mi ha fatto un sacco di complimenti per la qualità delle domande dei nostri giornalisti. Andiamo avanti così.
 


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