Da un incontro fortuito si è aperta un’importante testimonianza sulla popolazione civile di Gaza. GUARDA ORA IL FILM »
Il 7 ottobre 2023, giorno del violento attacco di Hamas a Israele, la regista iraniana Sepideh Farsi sta promuovendo il suo ultimo film per il mondo, The Siren, che si ispira alla guerra che lei, oggi in esilio in Francia, ha vissuto da adolescente nel nativo Iran. In cerca di una comprensione più profonda del contesto, Farsi cerca di entrare a Rafah dall'Egitto per parlare con rifugiati palestinesi e grazie a un contatto conosce, se pur solo in videochiamata, la fotoreporter ventiquattrenne Fatma "Fatem" Hassouna. In un inglese essenziale si apre tra loro un dialogo, profondamente sentito, una connessione immediata, che non necessita di spiegazioni, tra chi conosce il significato di una forte limitazione della propria libertà.
La differenza tra loro è che Sepideh è fuggita dal suo Paese a 18 anni, non facendovi più ritorno, pena l'incarcerazione; Fatem vorrebbe conoscere il mondo ma non è mai uscita da Gaza, vive in un quartiere della parte nord della città che non ha nessuna intenzione di abbandonare, nonostante i persistenti bombardamenti.
Da questa contrapposizione prende vita un’amicizia che diventa molto di più: una testimonianza viva dei crimini sulla popolazione civile di Gaza che la regista ha riportato nel film Put Your Soul On Your Hand and Walk.
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In una vertigine di piccoli schermi, anche in split screen, dalla connessione instabile e dall'immagine che spesso si sgrana, si congela, per poi riprendere a scorrere, Sepideh dice che "gli occhi di Fatem diventano i miei su Gaza e io divento la sua finestra sul mondo": la regista riprende il telefono con cui la videochiama, ma anche alcuni frammenti di servizi giornalistici da Gaza e intarsia tra le loro quindici conversazioni, avvenute tra aprile 2024 e aprile 2025, le fotografie che Fatem scatta ai suoi concittadini, tra macerie e ricerca di "normalità".
Da diario di un teatro di guerra si trasforma gradualmente in una celebrazione del valore semplice dell'ascolto e della condivisione di uno stato di paura, privazione e dolore. Parola (di conforto), immagine (come prova, documento) e suono (il rombo degli aerei e il rumore delle bombe mandati su nero) si fondono mirabilmente in questo incontro che ha del miracoloso. O forse solo di ciò che è più originariamente umano: la compassione.
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