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Alta Marea Festival, incontro con Stefano Fresi: «È necessario essere capaci di sognare»

Ospite speciale al festival, dove ha presentato un suo film del cuore, Il grande passo di Antonio Padovan e ha parlato dei prossimi progetti in cantiere.
di Paola Casella

martedì 29 luglio 2025 - Incontri

Stefano Fresi è appena stato ospite d’onore all’Alta Marea Film Festival, l’evento di cinema, musica e arte che si è svolto a Termoli, in Molise, dal 25 al 27 luglio, e dove Fresi ha presentato un suo film del cuore, Il grande passo di Antonio Padovan, che l’ha visto protagonista accanto a Giuseppe Battiston, “cui mi dicono che assomiglio, ma non è vero: siamo solo entrambi pienotti e con la barba”, dice ridendo. All’Alta Marea l’attore e musicista si è speso senza limiti, posando per decine di selfie, partecipando all’incontro per la costituzione della Film Commission del Molise, e raccontandosi nella bellissima Piazza del Duomo con la moderazione di Martina Barone.

Qual è il suo legame con il Molise?
Quando ho cominciato a fare questo mestiere uno dei primi festival a cui sono stato invitato è stato Molise Cinema a Casacalenda che mi è piaciuto molto, e ho molti amici molisani che lavorano nel cinema, perché il Molise sarà pure piccolo, ma ha sparso molisani in giro per tutto il Paese! Quando la squadra di direzione dell’Alta Marea Film Festival (composta dal direttore artistico Antonio De Gregorio e da Valentina Salierno, Adele Sorressa e Chiara Tuttolani, ndr)  mi ha chiesto quale dei film avrei voluto presentare, ho suggerito Il grande passo perché, essendo il film uscito nelle sale all’epoca del Covid, non ha avuto la fortuna che meritava, anche se Giuseppe Battiston ed io abbiamo vinto ex aequo al Torino Film Festival come Miglior attore protagonista. E poi l’ho scelto perché è un bel film sul sogno.

La componente del sogno è spesso presente nei suoi film.
Sì, ma è molto presente nel cinema in generale. Ne Il grande passo si parla del sogno utopistico di mio fratello, interpretato da Battiston, che vuole andare sulla luna con mezzi propri e tutti lo prendono per pazzo, e io interpreto il fratello da cui lui era stato separato da ragazzini: ci rincontriamo 45enni, ci riscopriamo, nasce un riconoscimento del sangue e uno aiuta l’altro a cercare di realizzare questo sogno.

Anche l’Alta Marea è la realizzazione di un sogno: quattro ragazzi under 30 che si sono inventati un festival di cinema a Termoli. In Italia c’è bisogno di questa capacità di sognare?
È necessaria, specialmente quando i tempi per il cinema non sono facilissimi, come adesso. Quando avevo 15-16 anni andavo al cinema sapendo che il film restava in sala almeno tre settimane, indipendentemente dal suo andamento con il pubblico. C’era il tempo di dire: guarda che lì c’è un bel film, vai a vederlo e il passaparola funzionava benissimo. Adesso ti giochi tutto in un fine settimana, se un titolo non funziona in quel fine settimana viene spostato altrove, tanto poi c’è la piattaforma. Invece il film è un’opera d’arte, va difeso. Poi è chiaro che non tutti i film sono la Gioconda, ma vanno esposti in una teca degna in modo che qualcuno possa avere il tempo di capirli, o anche di disprezzarli, ma comunque dare loro un giudizio.

C’è tempo è il titolo di un suo film, e lei ha appena sollevato il discorso dell’avere tempo per le cose. Invece viviamo in un’epoca in cui non sembra esserci più tempo per niente.
È una scelta pilotata dal nostro stile di vita, cui partecipa moltissimo la tecnologia: il cellulare e i social ti propongono contenuti di 15 secondi, che divertono tutti, parliamoci chiaro, ma sono scelti da altri, non una nostra selezione. E si è persa totalmente la noia, che invece è profondamente necessaria, perché l’’atto creativo nasce da un momento di stasi. Se non hai tempo di annoiarti perché sei bombardato di cose, quel momento creativo non nasce.
 


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In foto Stefano Fresi e Giuseppe Battiston in una scena di Il grande passo.

Lei e sua moglie (la musicista e attrice Cristiana Polegri, ndr) avete un figlio adolescente e in generale i ragazzi di quella età non sono molto interessati al cinema. Che cosa si può fare per coinvolgerli?
Bisogna raccontare loro che cos’è il cinema, anche come esperienza sociale, e mostrare loro che vedere i film al cinema è un atto di puro egoismo, perché al cinema il film lo vedi meglio, senza tutte le distrazioni che ci sono dal divano di casa, e senza l’idea di poter abbandonare la visione in qualunque momento semplicemente premendo “pausa”. Al cinema la tua concentrazione è su una cosa sola. Invece si rischia di avere un approccio mediocre al film che ti fa dire: “Bah, quel film, insomma...” E invece “insomma” è il modo in cui tu hai guardato quel film.

Crede che l’insegnamento del cinema nelle scuola sia utile?
È fondamentale da parte della Scuola cercare di far capire che il cinema, ma anche il teatro, la danza, la musica, sono importanti quanto la matematica o l’italiano. La musica ad esempio andrebbe studiata profondamente, il che non vuol dire suonare Jingle Bells a Natale con il flautino, vuol dire far ascoltare ai ragazzi il rock, il jazz, la musica classica, il cantautorato, insegnare loro a conoscere la materia.

Lei ha cominciato con la musica, diplomandosi al Conservatorio: quanta parte ha ancora nella sua vita?
La musica non ti abbandona, e credo sia parecchio compenetrata nel mestiere dell’attore, motivo per cui le scuole serie, tipo la Silvio D’Amico o il Centro Sperimentale di Cinematografia, insegnano musica agli attori con grandissima serietà e grandi maestri. Il motivo è semplice: se leggi un copione la punteggiatura ti indica dove il periodo si interrompe, ma non hai altro che ti dica quando tacere alla fine di una frase prima di cominciare quella successiva. Invece la pausa è importante, ha un effetto su ciò che hai detto e su ciò che ti prepari a dire. Nella musica quel silenzio è talmente importante che è misurato, anzi, il ritmo nasce proprio dal fatto che suono e silenzio si alternano, note e pause hanno una durata ben precisa affinché abbiano senso. Se si recita il copione come una partitura lo si recita meglio.

Anche il tempo comico è una questione di pause e ripartite?
Certo. Esiste il battere ed esiste il levare, e il comico è in levare, è il levare che fa ridere, perché il battere è il momento di stasi, di sicurezza, quando hai il piede ben poggiato per terra. È quando alzi il piede per aria che rischi di cadere: becchi la buccia di banana, perdi l’appoggio in levare e cadi. La comicità è musicale, non matematica. Pensate a ciò che ci fa ridere nella vita: sono le cose che accadono attorno a noi senza avere la minima intenzione di farci ridere. È la situazione che tu vedi da fuori, e sei tu che le attribuisci l’aspetto comico. Si può ridere anche della tragicità: Benigni ci è riuscito con un film che parla dell’Olocausto. E il potere della risata sulla tragedia ci tiene in vita.

Come si spiega il successo della serie Kostas, di cui è protagonista e di cui sta per girare la seconda stagione?
Non so, bisogna chiederlo al pubblico. Forse è l’ennesima dimostrazione che se una serie parte dal romanzo scritto da un grande romanziere (Petros Markaris, ndr) vince sulle cose scritte così, per l’occasione.

Adesso che cos’ha in cantiere?
Un sacco di roba! Sto andando in giro per l’Italia con uno spettacolo su Fabrizio De André, “Dell’amore, della guerra e degli ultimi”, tutti temi a lui cari che facevano parte della sua vita e ahimé continuano a far parte della nostra, perché non ci siamo evoluti così tanto. Siamo in tre, io sto al pianoforte e voce, mia moglie al sassofono e alla voce e c’è un chitarrista meraviglioso. Intorno alla fine di ottobre girerò un film con la regia di Giorgio Pasotti, tra febbraio e marzo un altro con Massimiliano Bruno. E tra inverno e primavera ci sarà la ripresa dello spettacolo teatrale “Dioggene” di Giacomo Battiato.


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