Ma davvero è possibile appassionarsi ad un film girato in Mongolia, in mezzo a pianure interminabili, e senza neanche una battaglia, uno scontro epico, senza neppure Gengis Khan, ma solo alcuni personaggi di poche parole, quasi tutti con la faccia di Jack Palance cotta dal sole, e tanta tanta erba, cavalli, pecore, tende, silenzi?
Sì , è possibile. Anzi: ne L’ultima luna di settembre, portato in Italia da Officine Ubu, ti sembra di ritrovare il respiro dei grandi western, ti sembra di vedere l’unico western possibile al giorno d’oggi. E ti sembra di cogliere, di nuovo, i sentimenti del Monello di Chaplin, esattamente cento anni dopo. O di Ladri di biciclette (guarda la video recensione). Qualcosa di forte, raccontato con attenzione, con delicatezza. Ma anche con quella forza assoluta, quella innocenza che il cinema occidentale ha perduto da tempo.
Già la prima inquadratura è memorabile, impensabile: un uomo, in piedi su un cavallo, che cerca di tener su un palo. Su un carretto, sotto, un uomo anziano, sdraiato. Che cosa stanno facendo? Perché? Issato su quel palo c’è un vecchio telefono cellulare. L’uomo in piedi sul cavallo sta cercando di alzare il telefono fino all’unico punto, in quell’immenso spazio, in cui riesce a trovare campo. La telefonata alla fine arriva. Raggiunge un uomo che vive in città: forse Ulan Bator, forse altrove. Una voce gli urla di venire subito: un uomo sta morendo. L’uomo che ha fatto da padre alla persona che vive in città.
È la storia di un ritorno, un ritorno alle radici: un po’ come il ritorno di John Wayne in Un uomo tranquillo. Ma per il protagonista che torna a casa, nel suo villaggio natale, non ci sono ragazze irlandesi dal carattere forte. C’è un ragazzino, faccia da scugnizzo orientale, pochi anni e tanta grinta. Un ragazzino che si atteggia a duro, ma a malapena riesce a montare su un cavallo. Un ragazzino che ha imparato a fare la lotta, ma non a leggere e a scrivere.
Ci vuole tutto il tempo necessario, affinché fra l’uomo robusto, taciturno, dalle spalle larghe e il ragazzino vivace, orgoglioso, impertinente si sviluppi un rapporto di confidenza, di lealtà, di affetto. Sono due orfani, l’uomo e il ragazzino di dieci anni. Tutti e due hanno imparato a cavarsela: ma solo uno dei due sa inghiottire grandi sorsate di solitudine senza un lamento, senza una parola.