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Rifkin's Festival e le confessioni di Woody Allen

Una guida di Pino Farinotti al film tramite cui il grande regista tira le somme delle sue intime riflessioni. 
di Pino Farinotti

giovedì 19 agosto 2021 - Focus

Nel suo ultimo Rifkin’s Festival Woody Allen si sdoppia. Attraverso il suo alter ego Mort, in questo caso l’attore è Wallace Shawn, di cui si fida, racconta una storia di coppia che finisce per dividersi e insiste sui suoi temi prediletti: un amore perduto, altre sindromi ma, girato l’angolo, magari incontri una nuova compagna e un nuovo analista.

Ma c’è un altro segmento, dove il regista traccia un diario, una gerarchia del cuore e della mente dove dichiara i suoi amori cinematografici. Lo fa anche... barando, quando dice che Ford e Hawks, certo maestri accreditati, sono sorpassati, per molti versi, dal cinema europeo. Allen/Mort fa uno sfoggio continuo, diligente e fastidioso, annoiando tutti nei cocktail e nelle cene. La lista dei suoi amori non è una novità, l’artista di New York ha fatto spesso dei titoli la sua predilezione. Un segnale decisivo lo si può cogliere in Manhattan (guarda la video recensione), dove Woody, sdraiato, rilassato su un divano detta al registratore il suo messaggio:    
 

«Perché vale la pena di vivere? È un'ottima domanda… Be', ci sono certe cose per cui vale la pena di vivere… Per esempio, per me… Uff, io direi… Il vecchio Groucho Marx, per dirne una… e Joe Di Maggio… Il secondo movimento della Sinfonia Jupiter… Louis Armstrong, l'incisione di Potatohead blues… Sì, i film svedesi, naturalmente… L'educazione sentimentale di Flaubert… Marlon Brando, Frank Sinatra... Quelle incredibili mele e pere dipinte da Cézanne..
Woody Allen in Manhattan

Ecco: “i film svedesi naturalmente”. E in Rifkin’s Festival il regista confessa la sua predilezione traducendo le fantasie del critico cinematografico Mort, riproducendo alcune sequenze che fanno parte della storia nobile del cinema. Dunque Bergman: ne Il posto delle fragole, l’anziano professor Borg, rivede un momento della sua giovinezza quando la sua fidanzata lo tradisce con un cugino. E anche Mort assiste al flirt della sua ragazza con suo fratello, banale, qualunquista, ma meno noioso di lui. E non può mancare Il settimo sigillo, quando si appalesa la Morte, nei panni dello straordinario, inquietante Christoph Waltz. Ma dopo un paio di mosse a scacchi anche la Morte preferisce defilarsi, non ha simpatia per il problematico, verboso Allen/Mort, lo lascia dov’è.

E poi, Buñuel, naturalmente. Il modello è L’angelo sterminatore, dove una famiglia dell’alta borghesia invita a cena alcuni amici. Quando è il momento di andarsene gli ospiti non riescono a uscire dalla stanza, trattenuti da una forza invisibile. Il simbolo è chiaro, i signori non riescono a evadere dalla loro radicata, superata cultura. Quella sequenza viene ricostruita nell’estetica e nei discorsi incomprensibili di Mort/Allen. Tutti vorrebbero andarsene, ma non ci riescono. Arriva il momento della Nouvelle Vague, con riferimenti alla cultura francese che punta alle fasce elitarie. Il film è Jules et Jim, di François Truffaut. É la storia di un rapporto a tre, ironico, “francese”. Mort/Allen cerca di barcamenarsi in quel “promiscuo”. 

Woody dedica un momento anche a Fellini, e come poteva essere altrimenti. É il richiamo onirico di Guido/Federico in 8 ½, dove viene evocato il padre uscito da una tomba. In quella sequenza il regista riesce a toccare l’attitudine visionaria e malinconica di Fellini.

E così Woody Allen in questo suo ultimo film ha davvero tirato delle somme e ha proseguito con le sue confessioni. A chiudere voglio integrare questa hit parade alleniana coi titoli ufficiali espressi dal regista. I primi dieci: I quattrocento colpi, 8 ½, Amarcord, Ladri di biciclette (guarda la video recensione), Quarto potere, Il fascino discreto della borghesia, La grande illusione, Orizzonti di gloria, Rashomon, Il settimo sigillo

Pensiero finale: Allen, di cinema, ne capisce. 


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