di Marco Chiani
È la serie Netflix più costosa realizzata finora, 120 milioni di dollari in totale, 10 per ognuna delle sue 12 puntate. Del resto non è mai successo che Baz Luhrmann abbia pensato in piccolo o giocato di understatement produttivo, a partire da quel Ballroom - Gara di ballo che con il venturo The Get Down condivide più di qualcosa: la voglia di emergere contro tutto e tutti, la rottura dello schema precostituito come unico modo di essere, l'espressione artistica intesa come via di fuga da un quotidiano asfissiante.
Nel film del 1992 si trattava di un campione di ballo da sala, nella serie disponibile da oggi su Netflix, invece, di un manipolo di giovani piuttosto arrabbiati che oltre alla musica hanno cambiato il costume e, perché no, anche i costumi. Con buona pace del gusto, non nascondiamolo.
Nel mondo seriale, per ora soltanto americano, stanno facendo irruzione storie e Storia della musica, argomento alquanto caldo nonostante i riferimenti siano al passato, agli anni Settanta soprattutto, tra eccessi, lotte, picchi di genio, rivoluzioni varie. Mentre Hbo cancella la scorsesiana Vinyl e Showtime la prende alla larga con Roadies di Cameron Crowe (uno che della materia capisce non poco), a rispondere per le rime all'Empire di casa Fox ci pensa Netflix.
Come la serie incentrata sulla famiglia proprietaria del colosso della musica hip hop Empire Entertainment, The Get Down guarda al genere musicale che rivoluzionò la scena musicale newyorkese al tempo dello strapotere della disco music, continuando a fare la gioia degli entusiasti di un genere che dalla nicchia dei primi tempi, quando è ambientata la nostra storia, è arrivata ad essere il genere più ascoltato al mondo (stando a quanto rilevato da un'indagine di Spotify).
Considerati anche i soldi a disposizione, la scelta di raccontare l'hip hop "attraverso le vite e la musica di un variopinto gruppo di adolescenti del South Bronx" sconfina nell'epopea. Individuale e collettiva. Quella di un nuova era musicale che da un quartiere periferico di New York ha portato con sé le sue rivoluzioni politiche e sociali, a suon di rime, giochi di parole, mosse e gestualità allora ancora poco codificate, chiome corvine e arruffate, cespugli nerissimi.
Ad assicurare che la versione fiction di quanto accadde sia davvero in sintonia con lo spirito di allora produttore associato di The Get Down è il re dello scratch Grandmaster Flash, una delle colonne della musica hiphop, mentre come produttore esecutivo troviamo Nas, altro idolo dei fan del genere, collaboratori a titolo vario sono DJ Kool Herc e Afrika Bambaataa.
Per farsi un'idea, l'ambiente e il tempo messi in scena sono esattamente gli stessi di S.O.S. Summer of Sam - Panico a New York (1999), ambientato proprio in quel '77 diviso tra disco music, ruggiti punk e brutti omicidi.
Se The Get Down poco ha a che fare con la storiaccia evocata da uno dei film più riusciti di Spike Lee, le strade, i locali del quartiere, tra writer nascenti e breakdancer in fasce, sono gli stessi, palcoscenici per niente tranquilli dove i sogni delle periferie generano una nuova forma di canzone esplicita e tagliente come non mai.
Si diceva Baz Luhrmann. Il gusto kitsch e l'eccesso della visione dell'australiano, i cui incensatori sono accaniti almeno quanto i suoi detrattori, emerge chiaro già dal trailer, com'è chiara quella spinta collettiva ad andare avanti, a farsi strada contro il mondo: non è di questo che trattano tutti i suoi film, Gatsby compreso? Tuttavia si vedono meno pailettes e c'è meno gusto pop del previsto. Che The Get Down abbia fatto bene prima di tutti proprio a Luhrmann?