Ancora orrore. Questa volta è però una pietra miliare. Alla regia c'è Uwe Boll, regista spesso abbinato a progetti dall'origine videoludica e considerato, per i suoi molti insuccessi, il peggior regista in attività.
La più cocente, forse, è proprio questa di Alone in the Dark, visto che il gioco d'origine aveva parte della sua forza proprio nella maniera cinematografica in cui rivedeva il rapporto tra inquadratura e interazione. La paura videoludica lì si fondava sull'impossibilità di controllare il punto di vista sulle scene, con il risultato che non si capiva che cosa stesse accadendo. In buona sostanza, invece che mostrare il gioco, lo suggeriva. Il film invece faceva (male) il contrario.
I film tratti da picchiaduro dovrebbero giocare in una categoria a parte. Se già questi videogame, nella loro versione originale, godono di trame più che risibili, figuriamoci negli adattamenti!
Dead or Alive adatta tutta la serie di videogame, utilizzando più che altro la "trama" del primo e sfruttando personaggi che vengono anche dai successivi (se non proprio inventati).
In questo caso non sono tanto i cambiamenti apportati ma proprio l'idea stessa di un film così banale a deludere. Distribuito al cinema in pochi paesi (tra cui il nostro) è uscito solo in DVD in America ma il successo è stato tale da stimolare una piccola distribuzione anche in sala.
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In foto una scena di Dead or Alive.

In foto una scena di Dead or Alive.

In foto una scena di Dead or Alive.
Completamente fuori dal proprio tempo, l'adattamento del 1998 del videogioco del 1987 è un sottoprodotto nostalgico degli anni '80.
Ambientato in una distopia che guarda a Mad Max senza coraggio, coreografato con una disarmante pochezza e alimentato da nessuna vera tensione, dovrebbe essere un buddy movie d'arti marziali ma è solo cinema infantile.
Negli stessi anni in cui ad Hong Kong veniva ridefinito l'action movie, questo film, diretto ad un pubblico molto giovane e potenzialmente sperimentale, si dimostrava il più conservatore in assoluto.
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In foto una scena di Double Dragon.

In foto una scena di Double Dragon.

In foto una scena di Double Dragon.
Tra i pochi film tratti da videogiochi ad essere così un successo da meritarsi un sequel solo due anni dopo, Mortal Kombat vive la tragedia della difficoltà di adattare un picchiaduro.
In questo caso un particolare rispetto dei personaggi, un totale disprezzo per qualsiasi, seria, forma di trama e un deciso orientamento sulle componenti più coatte hanno creato un cult (per alcuni) che si è tradotto anche in due serie tv prima nel 1998 e poi nel 2011 (ancora in corso).
Film insensato, anche solo a volerne apprezzare le componenti visive o le capacità di rendere l'azione, Mortal Kombat ha visto l'esordio nel genere di Paul W. S. Anderson (in seguito con più fortuna responsabile dell'adattamento di Resident Evil) nonchè la partecipazione della stella calante di Christopher Lambert.
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In foto una scena di Mortal Kombat.

In foto una scena di Mortal Kombat.

In foto una scena di Mortal Kombat.
Capolavoro del cattivo gusto, trionfo del kitsch nonchè uno dei primi film del suo genere. Street Fighter - Sfida finale capitalizzava un brand notissimo e amato, offrendolo a Jean-Claude Van Damme, idolo dell'arte marziale occidentale del periodo.
Costumi, idee, scene d'azione, coreografie e sceneggiatura sono talmente al minimo storico da risultare involontariamente ridicoli.
Indecente all'epoca, esilarante oggi. Un brutto film invecchiato anche peggio. Con un sequel, se possibile, ancora meno ispirato: Street Fighter: The Legend of Chun-Li.
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In foto una scena di Street Fighter.

In foto una scena di Street Fighter.

In foto una scena di Street Fighter.