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Skylight e Birdman, scene di teatro digitale

Il cinema in movimento di Roy Menarini.
di Roy Menarini

In foto una scena del film Birdman.
Michael Keaton (Michael John Douglas) (68 anni) 5 settembre 1951, Coraopoli (Pennsylvania - USA) - Vergine. Interpreta Riggan Thomson nel film di Alejandro G. Iñárritu Birdman.

lunedì 2 febbraio 2015 - Approfondimenti

La cavalcata di questi anni compiuta dallo spettatore per inseguire il rapporto tra sala cinematografica e nuovi media è talmente sperimentale (e talvolta entusiasmante, almeno per chi si appassiona a questi temi) da poter essere paragonata ad altri momenti topici della storia del mezzo. Se i film si stanno adattando ai nuovi mezzi di riproduzione e comunicazione, al punto da potersi dire in buona parte definitivamente ricollocati, lo stesso non si può dire delle sale. Sarà per questo che la spasmodica attenzione agli incassi, ormai giorno per giorno, e l'infinita discussione sulla multiprogrammazione e sui contenuti alternativi, paiono l'unico orizzonte dialettico per gran parte della distribuzione e dell'esercizio.
Come abbiamo notato altre volte in questa rubrica, non sempre si assiste al nuovo ad ogni costo. Anzi, presupponendo (giustamente) che la sala cinematografica si stia affermando come fruizione classica e nobilitata rispetto alla rilocazione del consumo cinematografico su altri mezzi (dal PC ai tablet, dalla TV allo smartphone, e così via), i contenuti alternativi virano spesso sulla cultura tradizionale.
Il teatro al cinema, magari inglese con i sottotitoli, come nel caso di Skylight di David Hare, diretto da Stephen Daldry, interpretato da Bill Nighy e Carey Mulligan (e chi più ne ha più ne metta, quanto a quarti di nobiltà artistica), va esattamente in questa direzione. Curiosamente - ma forse non troppo considerando la malizia della distribuzione - lo spettacolo viene programmato in vicinanza di Birdman di Iñarritu, pellicola totalmente impregnata del rapporto tra teatro, vita e cinema.
Le differenze tra Skylight e Birdman apparentemente sono numerose. Un classicissimo testo teatrale da National Theatre, il primo; una riflessione sincopata e surreale sull'arte della recitazione, il secondo (per di più sospesa tra supereroi e Raymond Carver). Eppure, a ben vedere, se ci leviamo dagli occhi il velo dei vorticosi piani sequenza del regista messicano, e le pindariche, buffe meditazioni su ciò che avviene dietro le quinte, compreso il contesto della reputazione personale, i due prodotti non sono affatto lontani.
Ad avvicinarli, quello strano impasto di realismo visionario che solo la ripresa digitale può garantire. L'alta definizione, di per sé, aumenta la qualità ma abbassa inevitabilmente la sospensione di incredulità, poiché dona una sensazione di "qui e ora", di documentario sul set, di matericità del corpo, che la pellicola non aveva. E dunque Skylight sembra quasi lo spettacolo che Birdman non ci fa mai vedere per intero. Il "di fuori" che noi spettatori godiamo ignorando il "di dentro" che Iñarritu ci racconta ironicamente.
Sembra di tornare al vecchio teatro in Tv, reso astratto e impalpabile dalla ripresa analogica. Oggi il mezzo è cambiato, ma la cultura davanti e dietro le quinte, in fondo, ristabilisce le medesime mitologie e richiama lo stesso pubblico.

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