Carlo Verdone compie oggi 60 anni.
di Ingrid Malossi
Sessant'anni e una carriera che va avanti da più di trenta, con decine di personaggi all'attivo, alcuni diventati dei veri cult, altri che strappano sorrisi malinconici, altri che incarnano dei personaggi- tipo con i loro tic, le loro manie e ossessioni di un'Italia che continua a cambiare, nonostante tutto. Questo è Carlo Verdone: una persona capace di scrutare il mondo che lo circonda nei minimi particolari, prestando attenzione alla gestualità delle persone ed enfatizzandone le imperfezioni per trasformare tutto in commedia. Una comicità fatta di espressioni facciali, battute, dialoghi graffianti, mai ovvi e soprattutto mai volgari, caratteristica che lo distanzia fortemente dalla comicità nostrana e dagli amati/odiati cinepanettoni.
Nel cinema italiano dell'ultimo ventennio, Carlo Verdone è riuscito a crearsi un suo spazio, una poetica riconoscibile e solitaria capace di tenere in perfetto equilibrio necessità commerciali e un proprio stile, fatto di situazioni, eventi e comportamenti ricorrenti che descrivono, se non anticipano, i nostri tempi. Verdone si esprime attraverso una rosa di personaggi entrati a pieno titolo nella storia del cinema italiano più recente come il borghese logorroico Furio di Bianco, rosso e Verdone (1982); il bambinone immaturo Leo di Un sacco bello (1980); il coatto romano Ivano di Viaggi di nozze (1992) e i vari preti strampalati come Don Alfio, sempre in Un sacco bello, e l'ultimo Padre Carlo di Io, loro e Lara (2010). Romano verace Carlo, ma nonostante ciò è riuscito a spogliarsi di tutti quei luoghi comuni, quelle debolezze tipicamente romane, per poter guardare alla sua romanità da fuori, in modo da poterla comprendere e rappresentare (non per nulla, un certo Sergio Leone amava definirlo un "uomo che guarda"). È riuscito a distaccarsi dal grande cuore di Roma, Alberto Sordi, al quale tutti si ostinano a paragonarlo, distinguendosi da lui per quella malinconia, quella amarezza che in Sordi assumeva contorni d'aggressività, di vero e proprio cinismo. C'è sempre un velo di tristezza nel mettere a nudo un'Italia un po' goffa, molto grottesca e sempre incredibilmente cialtrona, perché non è facile raccontare l'inferno quotidiano di un paese che si considera moderno, aperto e benpensante, quando poi la verità è nascosta nelle pieghe di un sorriso smorzato, come nell'ultimo Io, loro e Lara, dove si ride (meno) e si riflette (tanto). Eppure lui c'è riuscito completamente, fissando con estrema precisione e con notevole coinvolgimento affettivo, i nuovi riti e miti, il difficile cammino di scoperta di se stessi da parte delle nuove generazioni, dal miracolo economico alla web generation.