C’è sempre, in Susan Sarandon, un piccolo fuoco ardente dì sensualità. Ci sarà in Alfie, dove è l’amante di Jude Law. C’è in Shall We Dance?, benché il suo personaggio sia quello della moglie umiliata di Richard Gere, ferita dalle reticenze del marito deciso a escluderla da una parte nuova e importante della propria vita. C’era come adesso che ha 58 anni, in Atlantic City di Louìs Malle (1980) in una delle scene che l’hanno resa famosa: nell’oscurità dorata, nell’umida mollezza della città marina, davanti allo specchio lei si strofinava le belle braccia nude con limoni tagliati a metà per togliere l’odore del suo lavoro di addetta al banco delle ostriche; nel movimento ripetuto, insistente, si esprimeva la pienezza e insieme la malinconia di sé; dal buio Burt Lancaster la spiava, affascinato.
Un tale mix di eleganza e di sensualità farebbe immaginare Susan Sarandon come una signora dell’alta borghesia newyorkese: invece è cresciuta nel New Jersey in una famiglia numerosa (padre gallese, madre italiana, nove figli), ha avuto una educazione cattolica, s’è più o meno sposata tre volte, ha tre figli (il padre della ragazza, Eva Maria, è il cineasta italiano Franco Amurri, il padre dei ragazzi, Jacke Miles, è Tim Robbins con il quale l’attrice vive da anni).
Bìlly Wilder fu uno dei primi registi a notarla e a darle una parte piccola in un film fortunatissimo,la fidanzata dì Jack Lemmon in Prima pagina, 1974; il primo successo personale, spiritoso, piccante e duraturo, è del 1975, The Rocky Horror Picture Show il personaggio esemplare di spavalda provocazione antiperbenista è del 1991, Thelma & Louise di Ridley Scott. Ultima conquista: diventare, a quasi sessant’anni, testimonial di una industria di cosmetici importante come la Revlon.
Chic e ardore, insieme con un impegno socio-politico sempre rinnovato (battaglie peri diritti civili, per il Nicaragua, per i malati di Aids, per l’abolizione della pena di morte) farebbero pensare a Susan Sarandon come a un’attrice infallibilmente brava: invece è piuttosto discontinua, a volte offre interpretazioni perfette (Pretty Baby di Louis Malle), altre volte sembra offuscata e distratta (Il cliente di Joel Schumacher, dal best seller di John Grisham), altre volte ancora ostenta una mesta fissità. Non se ne preoccupa, ha perduto ogni forma di insicurezza di sé da quando era ragazzina nella banda sterminata di fratelli e sorelle: «L’importante è cambiare sempre, non esagerare mai».
Da Lo Specchio, 27 novembre 2004